A quattro anni dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia (24 febbraio 2022), il panorama macroeconomico in Russia e in Europa appare profondamente trasformato. Mosca ha ricalibrato la propria economia in direzione dello sforzo bellico, mostrando una certa capacità di resistenza rispetto all’impatto delle sanzioni; l’Europa, da parte sua, ha attraversato una fase di shock energetico, rispondendo con un progressivo distacco economico ed energetico dalla Russia e rivisitando il proprio modello energetico e industriale. Nel medio periodo, tuttavia, emergono dinamiche divergenti che riflettono i diversi modelli di adattamento al conflitto.
Nel caso russo, è possibile osservare una chiara tendenza verso una militarizzazione dell’economia. Dopo la contrazione del 2022, l’economia russa ha registrato una crescita sostenuta nel 2023 e nel 2024 (4,1% in entrambe le annate), trainata principalmente dalla spesa pubblica e dalla mobilitazione industriale legata allo sforzo bellico. Il complesso militare-industriale ha assunto un ruolo centrale nella struttura economica del paese. La spesa per la difesa, nel 2025-26, si è stabilizzata, dopo alcuni anni di forte crescita, intorno al 7,2% del PIL (contro il 3,6% del periodo pre-invasione, il 4,6% del 2022, il 5,4% del 2023 e il 7,1% del 2024). Inoltre, sommando le voci della “difesa nazionale” e della “sicurezza interna”, queste arrivano a coprire il 38-40% della spesa pubblica totale.
Questo modello ha prodotto una forma di crescita definibile come “keynesismo militare”: massicci investimenti statali nel settore della difesa per sostenere il PIL, alimentando artificialmente la crescita; questa, dunque, scaturisce non dall’efficienza economica, ma dallo stimolo fiscale legato alla produzione di armamenti. Inoltre, tale dinamica comporta una serie di limiti strutturali: l’economia russa ha mostrato segnali di surriscaldamento, con inflazione elevata, carenza di manodopera e tassi d’interesse elevati introdotti dalla banca centrale per contenere le pressioni sui prezzi.
La banca centrale russa si è trovata, infatti, ad affrontare una fase particolarmente complessa sul fronte dell’inflazione, che nel 2022 ha raggiunto una media annua del 13,75%. Per contrastare questa dinamica, il tasso d’interesse di riferimento è stato progressivamente innalzato, dal 9,5% registrato prima dell’invasione dell’Ucraina fino al picco del 21% nell’ottobre 2024, per poi iniziare a diminuire nel corso del 2025, attestandosi al 15,5% nel febbraio 2026.
La stretta monetaria ha contribuito a contenere le pressioni inflazionistiche: dopo essere scesa sotto il 6% nel 2023, l’inflazione è risalita all’8,4% nel 2024, stabilizzandosi nuovamente attorno al 6% verso la fine del 2025. In questo quadro, la banca centrale, governata da Elvira Nabiullina, è chiamata a mantenere un equilibrio delicato tra la necessità di sostenere l’economia in un contesto di forte espansione della spesa pubblica, legata allo sforzo bellico, e l’esigenza di evitare un surriscaldamento dell’economia, gestendo al contempo gli effetti collaterali dello stimolo fiscale.
Un altro elemento rilevante riguarda l’erosione delle entrate energetiche. Uno studio del febbraio 2026, infatti, ha rilevato come queste si siano ridotte del 27% su base annuale rispetto al periodo pre-invasione. Le sanzioni imposte dall’UE, che nel 2025 ha messo a punto un piano di phase-out dalle importazioni energetiche dalla Russia (oltre a inasprire i provvedimenti contro la “flotta fantasma”, utilizzata da Mosca per aggirare le sanzioni sull’export) e dagli USA (provvedimenti riguardanti le compagnie Rosneft e Lukoil) hanno contribuito a questo scenario.
Sul versante europeo, i primi anni della guerra sono stati segnati da uno shock energetico di ampia portata. Nel giro di pochi anni, tuttavia, l’UE ha ridotto drasticamente la dipendenza energetica dalla Russia (nel 2021 era di origine russa il 40% del gas importato dall’Unione, percentuale scesa al 6% nel 2025), incrementando le importazioni di gas da USA (attraverso le importazioni di gas naturale liquefatto), Norvegia, Algeria e altri fornitori, ridisegnando così in profondità la mappa degli approvvigionamenti. In questo modo si è giunti a una stabilizzazione dei prezzi di elettricità e gas, comunque tuttora nettamente superiori ai livelli pre-invasione e potenzialmente sensibili a nuove situazioni di crisi (riguardanti, per esempio, il Medio Oriente).
In questo contesto, l’economia UE ha ripreso un sentiero di crescita moderata (stimata all’1,6% nel 2025). La fase di inflazione elevata del 2022 (picco del 10,6%) è stata fronteggiata attraverso una serie di rialzi di tassi di interesse da parte della BCE, la quale ha portato il tasso sui depositi dallo 0% del giugno 2022 al 4,5% del settembre 2023. In questo contesto, grazie anche a diversificazione delle fonti energetiche e calo dei consumi industriali, l’inflazione si è stabilizzata sotto il 3% dall’ottobre 2023, con un livello per l’UE stimato al 2% nel gennaio 2026. In questo contesto, la Banca Centrale Europea ha intrapreso, nella seconda metà del 2025, un nuovo ciclo di abbassamento dei tassi (ora stabilmente al 2,15%).
Allo stesso tempo, la guerra ha innescato un cambio strutturale nelle politiche economiche e industriali europee, per esempio nel campo della difesa. Numerosi paesi hanno aumentato significativamente la spesa militare, mossi sia dalla rinnovata percezione della minaccia russa per la sicurezza (con riguardo in particolare ai Paesi dell’est e del nord) e dall’esigenza di assumere un ruolo crescente per la difesa del continente alla luce delle richieste di un maggiore burden-sharing nell’ambito della NATO da parte dell’amministrazione Trump. L’Unione europea ha avviato iniziative volte a rafforzare la base industriale della difesa e la cooperazione nel settore della sicurezza, favorendo un processo di riarmo e di integrazione industriale e tentando di convertire la necessità di tutelare la sicurezza in una leva di politica industriale.
L'Europa, in ultima analisi, ha superato la fase critica dell'emergenza energetica culminata nel 2022; permangono, tuttavia, una serie di sfide: i costi tuttora elevati di elettricità e gas; la possibilità di nuove ripercussioni negative in caso di crisi internazionali (in particolare in Medio Oriente); perdita di competitività strutturale; le sfide della transizione tecnologica e le frizioni commerciali (manifestatesi in particolare nel 2025 con il ritorno di Trump alla Casa Bianca), in un contesto segnato dalla necessità di destinare maggiori risorse alle spese per la difesa per ragioni geopolitiche.
Dopo quattro anni di guerra, il confronto tra i due sistemi economici mostra quindi una divergenza crescente. La Russia ha dimostrato una capacità di adattamento alle sanzioni (aggirate anche attraverso meccanismi di triangolazione con una serie di Paesi), ma al prezzo di una progressiva militarizzazione dell’economia e di una maggiore dipendenza dalla Cina. L’Europa, al contrario, ha subito uno shock iniziale più intenso ma ha avviato un processo di ristrutturazione energetica e industriale che potrebbe rafforzarne la resilienza nel lungo periodo.
In definitiva, l’impatto economico della guerra non si misura tanto nel collasso immediato di una delle parti, quanto nella trasformazione strutturale dei modelli economici. Se il conflitto si protrarrà, la sfida principale per Mosca sarà sostenere nel tempo un’economia sempre più orientata allo sforzo bellico; per l’Europa, invece, la questione centrale sarà trasformare l’attuale fase di adattamento in una strategia economica e industriale duratura.



















