L’opinione pubblica statunitense ha accolto in modo decisamente critico l’inizio delle operazioni militari contro l’Iran. I sondaggi condotti negli ultimi giorni mostrano in modo concorde come – al di là delle divisioni partitiche e del maggior favore espresso dagli elettori repubblicani per le scelte della Casa Bianca – gli atteggiamenti prevalenti fra gli intervistati siano il timore per un conflitto che per molti può rivelarsi più lungo di quanto ipotizzato e il dubbio riguardo al modo azzardato in cui l’amministrazione Trump avrebbe gestito l’intera vicenda. Ancora poche ore prima dell’inizio dei bombardamenti, dando spazio a un cauto ottimismo, le delegazioni di Teheran e di Washington si erano incontrate a Ginevra per un nuovo round di negoziati e lo stesso Trump, nel discorso sullo stato dell’Unione, aveva espresso la sua preferenza per una soluzione diplomatica della questione del nucleare iraniano.

Oggi, lo scenario è molto diverso. La morte della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, e la scelta del figlio, Mojtaba, come suo successore, hanno prodotto un riallineamento del potere a Teheran la cui portata, tuttavia, non è ancora del tutto chiara. L’intervento israeliano nel Libano del sud ha allargato il fronte dello scontro mentre gli attacchi iraniani contro gli obiettivi del Golfo rischiano di richiamare nel conflitto le monarchie arabe della sponda meridionale. Di fronte al deteriorarsi della situazione, la Casa Bianca ha alzato la posta, parlando di operazioni militari destinate a durare “almeno quattro settimane”, anche se, allo stesso tempo, il Presidente si è detto pronto al dialogo con i nuovi vertici della Repubblica islamica. L’incertezza regna, quindi, sovrana; un’incertezza che ha già avuto effetti sui mercati dell’energia e che si alimenta della capacità di Teheran di interdire al traffico commerciale lo stretto di Hormuz in modo semplice e con un impegno logistico e costi, tutto sommato, contenuti.

Le mozioni sinora presentate per riportare l’intervento sotto il controllo del Congresso secondo le previsioni della War Powers Resolution del 1973 sono state sconfitte dal Senato, una conferma di come anche in futuro i tentativi di limitare l’azione del Presidente rischino di avere vita difficile. Nonostante quelli che appaiono i cambiamenti in atto nell’opinione pubblica, questi tentativi rischierebbero, inoltre, di portare alla luce le tante divisioni che esistono all’interno del Partito democratico intorno a un tema tradizionalmente sensibile come quello della vicinanza allo Stato di Israele. Divisioni che, su scala minore, esistono anche nel Partito repubblicano dove da una parte, si critica la mancanza di una vera strategia dietro gli attacchi, dall’altra, si mettono in discussione le scelte di un Presidente che, negli scorsi mesi, sembra avere spostato l’attenzione sui temi di politica estera a scapito della realizzazione della sua agenda di misure interne.

Sul piano interno, la crisi in corso potrebbe avere, inoltre, pesanti ricadute. Unito agli attacchi iraniani alle infrastrutture dei paesi adiacenti e alle chiusure che questi hanno comportato (come nel caso di QatarEnergy, che ha sospeso la produzione di GNL, o della raffineria saudita di Ras Tanura), l’esplodere delle ostilità ha portato a un’impennata dei prezzi di petrolio e gas, con il greggio statunitense che il 2 marzo è aumentato di oltre il 6% e il Brent di oltre l’8%; valori che si sommano agli aumenti degli scorsi mesi, legati alla retorica sempre più aggressiva di Donald Trump nei confronti del regime iraniano e all’inasprimento delle sanzioni contro il paese. Questi aumenti hanno già avuto effetti sui prezzi alla pompa ed è possibile che – in caso di conflitto prolungato – ciò finisca per alimentare una nuova fiammata inflazionistica, destinata a scaricarsi, in ultima istanza, sulle imprese e sui consumatori americani.

Il timore che questi sviluppi si possano concretizzare spiega molto della freddezza dell’opinione pubblica verso la guerra. Nonostante le dichiarazioni della Casa Bianca, l’economia statunitense presenta ancora vari tratti di fragilità, fra cui consumi in calo, un tasso di disoccupazione che a gennaio si è attestato al 4,3% (nel gennaio 2025 era al 4,0%), tensioni inflazionistiche persistenti e un rallentamento della dinamica salariale. Una guerra prolungata potrebbe aggravare queste tendenze, che già scontano le conseguenze di una politica commerciale che la Corte Suprema ha in parte sconfessato. Al di là di quello che sarà l’impatto effettivo, anche le percezioni dell’elettorato avranno un peso importante. Dall’insediamento, il consenso intorno all’azione del Presidente si è eroso, infatti, in modo significativo, attestandosi al 4 marzo scorso – secondo i dati diffusi dal Pew Research Center alla fine di gennaio – intorno al 37%.

Le elezioni di midterm sono ancora lontane e le ricadute dell’intervento contro l’Iran (se ve ne saranno) restano tutte da valutare. Tuttavia, lo scenario non è privo di rischi. Il messaggio del Presidente secondo cui sarebbe presto per dire quali saranno “portata e durata” degli attacchi contro Teheran  non è fatto per rassicurare l’elettorato. La difficoltà (se non l’incapacità) di articolare una strategia coerente, l’incertezza riguardo all’orizzonte temporale e i dubbi intorno all’obiettivo perseguito danno l’impressione di Stati Uniti più “a traino” dell’alleato israeliano che in cabina di guida, nonostante il peso del loro contributo militare. Anche la narrazione securitaria di un’azione volta a impedire all’Iran di proseguire nel suo programma nucleare cozza con le dichiarazioni trionfali dello scorso giugno, secondo cui gli attacchi dell’operazione Midnight Hammer avrebbero “obliterato” le sue capacità in questo campo.

Un successo rapido sarebbe la soluzione di tutte questi problemi. È, però, difficile ipotizzare che il sistema di potere iraniano (che ha già dimostrato notevole doti di resilienza) possa cedere con la facilità di altri attori. La strategia indiretta di Teheran e gli attacchi alle infrastrutture della regione rischiano di avere costi elevati per la comunità internazionale, gli stessi Stati Uniti e i loro alleati, che negli scorsi mesi hanno espresso dubbi sulla scelta dell’azione militare e anche oggi sembrano avere scelto una linea di basso profilo per evitare di alimentare nuove tensioni. Ogni opzione resta aperta, alla luce da un lato, delle scelte dei nuovi leader di Teheran, dall’altro di quelle delle autorità israeliane. Lo Stato ebraico ha già identificato nella caduta della Repubblica islamica il suo obiettivo strategico e ha mostrato di non temere una regionalizzazione (per quanto limitata) del conflitto. Si tratta, quindi, di capire se e quanto la Casa Bianca deciderà di seguire queste priorità e che prezzo sia pronta a pagare per farlo.