L’aggressione Israelo-americana all’Iran ha sollevato i consueti allarmi sul futuro immediato delle forniture globali di petrolio e di gas. A parere dello scrivente, questo allarmismo è esagerato, per i motivi che tenterò di spiegare in questa breve nota.
Il punto di partenza è che, contrariamente a quanto si ripete spesso, non è affatto facile “chiudere” lo stretto di Hormuz. Lo stretto è un punto nel quale convergono le rotte di tutte le navi che entrano ed escono dal Golfo (Persico o Arabo che dir si voglia), ma non è stretto (mi si perdoni il gioco di parole): 39 chilometri nel punto di minima distanza fra le coste (vedi la mappa). A causa del traffico intenso, è in vigore uno schema di navigazione che separa le navi in entrata nel Golfo (canale a nord) da quelle in uscita (canale a sud). Ambedue questi canali, ciascuno largo 3,5 chilometri e separati da una zona divisoria di altri 3,5 chilometri, sono in acque territoriali dell’Oman (il limite delle acque territoriali è segnato dalla linea rossa di equidistanza). In passato è stato utilizzato anche un diverso schema di separazione del traffico, a sud delle isole Quoin (vedi mappa), ancora più vicino alla penisola di Musandam (appartenente all’Oman).
Mappa dello stretto di Hormuz

Fonte: https://bsumaps.blogspot.com/2012/01/maps-in-news.html
Ragionevolmente, è possibile per l’Iran attaccare navi in transito nello stretto anche da terra, oltre che dal mare e dall’aria, ma un eventuale attacco susciterebbe una reazione immediata e quasi certamente efficace. L’Iran ha peraltro la possibilità di attaccare le navi dal mare e dall’aria anche altrove nel Golfo, o nel tratto dell’oceano Indiano antistante le sue coste. Quindi il problema non è tanto né solo lo stretto di Hormuz, quanto più in generale se l’Iran voglia attaccare le navi piuttosto che altri obiettivi in Israele o nei paesi arabi del Golfo, come ha fatto finora. Abbiamo il precedente della lunga guerra tra Iraq ed Iran (1980-88) durante la quale l’Iran attaccò delle petroliere (non nello stretto) senza peraltro mai riuscire ad interrompere il flusso di petrolio. Anche gli Houthi in tempi recenti hanno attaccato delle navi non mentre transitavano nello stretto di Bab el Mandeb, ma prima o dopo. Certamente, se a fronte di eventuali attacchi nessuno prendesse delle misure per impedirne la ripetizione, la navigazione potrebbe al limite essere completamente interrotta; ma è una ipotesi paradossale.
D’altra parte, lo spettro della chiusura di Hormuz viene periodicamente agitato da almeno mezzo secolo. Ci si può domandare perché non si è fatto di più per risolvere il problema: in realtà, alcune alternative a Hormuz esistono: l’oleodotto che attraversa l’Arabia Saudita da est a ovest con sbocco nel Mar Rosso; l’oleodotto che attraversa gli Emirati da Nord a Sud con sbocco sull’oceano Indiano; l’oleodotto che dall’Iraq settentrionale attraversa la Turchia fino al Mediterraneo. La portata di questi oleodotti non è sufficiente, ma perché non è stata aumentata? Progetti per nuovi oleodotti che consentissero di oltrepassare lo stretto sono stati discussi molte volte ma non portati avanti perché ritenuti inutili: ogni volta si è concluso che Hormuz non può essere chiuso se non per breve tempo.
È ovviamente importante domandarsi quanto potranno durare le ostilità. È probabile che l’impatto massimo sulla navigazione sia all’inizio, quando non c’è ancora una risposta pronta. È normale che i proprietari del petrolio già caricato a bordo delle petroliere ordinino ai capitani delle medesime di aspettare – anche se di per sé essere all’ancora all’interno del Golfo non è necessariamente più sicuro che proseguire. Ma ben presto i paesi interessati (i paesi esportatori arabi, che dovrebbero fermare la produzione se non potessero evacuare il greggio per molti giorni; e, dal lato degli importatori, la Cina o l’India o i paesi europei, più che non gli Stati Uniti) prenderanno misure per garantire la sicurezza della navigazione, ad esempio con l’organizzazione di convogli scortati. Non è chiaro che possa convenire all’Iran di attaccare questi convogli.
Bisogna anche tenere presente che il mercato petrolifero si trova in condizioni di eccesso di offerta già da alcuni mesi, a seguito dell’aumento della produzione dei paesi OPEC+. L’abbondante offerta dei mesi passati non ha, come ci si sarebbe aspettato, portato ad una più importante riduzione dei prezzi grazie ai massicci acquisti cinesi per rifornire la riserva strategica del paese, e all’aumento del petrolio “on the water”, cioè caricato su una petroliera ma non ancora consegnato a destinazione, o (nel caso del petrolio russo) in attesa di una destinazione.
In particolare, la Cina ha accumulato petrolio nella sua riserva strategica fin dall’inizio del 2025, cioè da quando Trump è diventato presidente. Non si hanno cifre esatte sull’entità della riserva, ma le stime parlano di circa 110-140 giorni di importazioni, un margine molto consistente (le regole dell’AIE richiedono 90 giorni di copertura delle importazioni ai paesi membri). L’AIE stimava nell’ultimo Oil Market Report che il petrolio “on the water” ammontasse a 500 milioni di barili. E le previsioni di equilibrio tra domanda ed offerta per il 2026 erano di un surplus di offerta di circa 2 milioni di barili al giorno.
Se quindi si accetta una ipotesi ragionevole in cui il flusso di petrolio dal Golfo potrà essere ridotto ma non azzerato, il totale delle riserve commerciali e strategiche basta per soddisfare la domanda anche se le ostilità durassero più a lungo di quanto non desiderino gli USA e Israele.
Per il gas, la situazione dell’offerta è più tesa. Il Qatar rappresenta il 20% delle esportazioni globali di GNL, e ha annunciato la chiusura della produzione per timore di attacchi iraniani e per l’impossibilità di caricare a fronte di capacità di stoccaggio limitata. Inoltre, i volumi di GNL “on the water” non sono paragonabili a quelli di petrolio. Tuttavia, siamo all’inizio della primavera ed i consumi di gas sono in discesa. Per avere una crisi seria, bisognerebbe che il blocco delle esportazioni qatarine duri fino all’estate inclusa, impedendo la ricostituzione delle scorte per il prossimo inverno. Ma questa è una ipotesi estremamente pessimistica. Oggi gli stoccaggi gas europei sono meno pieni di quanto non lo siano stati nei tre ultimi anni, ma più di quanto non lo fossero nel 2022 al momento dell’aggressione russa all’Ucraina. La Cina sembra essere maggiormente esposta.
Vi sono buoni motivi per essere critici della scelta americana di scatenare una offensiva senza che ci fosse una seria minaccia da parte dell’Iran, e senza una chiara strategia di uscita dal conflitto, ma Hormuz non è il problema principale. Il pericolo maggiore è che l’Iran precipiti in una guerra civile con ramificazioni regionali che potrebbero impattare la produzione di idrocarburi della regione. Ma esiste anche la possibilità che la Repubblica Islamica tenti di salvarsi cercando un compromesso che apra le porte ad una cancellazione delle sanzioni e ad una ripresa degli investimenti nel petrolio e nel gas. È da mezzo secolo che il potenziale di produzione di petrolio e ancora più di gas dell’Iran è gravemente sottoutilizzato: se si uscisse dal vicolo cieco i prezzi potrebbero stabilmente ridursi, anziché il contrario.


















