L'operazione "Absolute Resolve", condotta dagli USA all'alba del 3 gennaio 2026, rappresenta un dirompente turning point geopolitico ed energetico. Cina e Russia hanno reagito con profondo disappunto alla cattura di Nicolás Maduro. Abbandonando il tradizionale riserbo diplomatico, Pechino ha condannato una «grave violazione del diritto internazionale» e un’ingerenza egemonica, mentre Mosca ha definito l’operazione un’«aggressione armata» contro la sovranità del Venezuela. L'operazione “Absolute Resolve” è percepita da Cina e Russia come una minaccia diretta ai rispettivi sunk costs decennali. Il ritorno dei colossi statunitensi nel settore petrolifero venezuelano, infatti, non rappresenta una mera manovra energetica, ma una sfida strategica di Washington – sulle basi di una riaffermazione della Dottrina Monroe – volta a erodere la penetrazione sino-russa e a ripristinare il primato unipolare nell’emisfero occidentale.

Per Pechino, Caracas ha rappresentato il perno di un'influenza fondata sul “debito strategico”. La formula oil-for-loans ha permesso negli anni alla Cina di diventare il principale creditore del Paese. Oggi, un'esposizione tra i 10 e i 15 miliardi di dollari resta l'ultimo vincolo di un’alleanza che era stata elevata a «alleanza strategica globale». Strumenti principali del «campo geopolitico» di Pechino sono state due joint venture che hanno costituito il braccio operativo della proiezione cinese in Venezuela, finalizzate anche al tentativo di scardinare l’egemonia del dollaro nel mercato petrolifero globale. L'architettura estrattiva cinese si è appoggiata su due joint venture - pilastri della sua proiezione geopolitica in Venezuela - ossia: Sinovensa, asset fondamentale nel blocco Carabobo destinato al mercato asiatico, e Petromiranda, hub estrattivo funzionale al servizio del debito di Caracas. Nonostante la validità formale delle joint venture e l’incidenza del greggio venezuelano sull’import cinese tra il 3% e il 5%, l’azione di Washington impone un decoupling forzato teso a impedire il consolidamento di Caracas come “Stato cliente” di Pechino. Sebbene Pechino stia tentando di salvaguardare i propri asset, il nuovo governo di transizione venezuelano subordinerà la continuità contrattuale a una rinegoziazione che estrometta ogni proiezione di alleanza strategica sino-venezuelana.

Giacimenti sino-russi in Venezuela

Fonte: Bloomberg Opinion research; PDVSA, intemal data

La reazione di Pechino ai recenti accadimenti riflette i canoni del pragmatismo confuciano applicato alla proiezione di potenza. La visione strategica cinese, ispirata al principio del Zhongyong - ossia del Giusto Mezzo -, fa prevalere la stabilità e la continuità dei rapporti tra Stati sulla fedeltà ai singoli leader. Fedele a tale teoria, la strategia energetica cinese ha rivelato un riposizionamento di lungo periodo. Indubbiamente, fino all’intervento statunitense, la cintura dell’Orinoco ha rappresentato uno dei perni della sicurezza energetica cinese; eppure, Pechino non si è fatta trovare impreparata. Consapevole della fragilità strutturale del Venezuela e della morsa sanzionatoria statunitense, Pechino ha progressivamente spostato il proprio raggio d'azione verso il Canada. L'entrata a regime dell’oleodotto Trans Mountain Expansion (TMX), completato tra il 2024 e il 2025, ha scardinato il monopsonio statunitense sul greggio canadese, garantendo a Ottawa l'accessibilità al tidewater e trasformando Vancouver in un pivot logistico verso l'Indo-Pacifico. A gennaio, Pechino ha capitalizzato questo mutamento, superando gli USA come primo terminale del TMX e sfruttando una rotta verso lo Shandong più breve del 40% rispetto al transito panamense, controllato di fatto dagli USA. La convergenza tra greggio venezuelano e sabbie bituminose canadesi agevola il de-risking di Pechino.

Per le “tea pots” dello Shandong, ovvero le piccole raffinerie di petrolio indipendenti cinesi, il barile dell'Alberta è l’ideale sostituto del petrolio bolivariano (il petrolio venezuelano), posto al riparo dalla pressione sanzionatoria statunitense. Permane, tuttavia, una vulnerabilità legata allo SWIFT, leva dell'egemonia finanziaria statunitense potenzialmente capace di paralizzare i flussi di Pechino oltre il quadrante caraibico. Tale minaccia potrebbe far accelerare l'integrazione del CIPS, ovvero il Cross-Border Interbank Payment System, il sistema di pagamenti interno alla Cina che usa lo Yuan invece del dollaro, con cui il Dragone mira a de-dollarizzare gli approvvigionamenti strategici e neutralizzare le sanzioni extraterritoriali.

Riserve petrolifere venezuelane per joint venture PDVSA (mld barili)

Fonte: Elaborazione dell’autore su dati Wood Mackinzie e utilizzate da Morgan Stanley

Se per Pechino la crisi venezuelana assume i contorni di una criticità prevalentemente energetica che la riporta parzialmente fuori dal contesto regionale, per Mosca l’epilogo dell’operazione “Absolute Resolve” si configura come una mutilazione geostrategica. Con l'estromissione dai giacimenti offshore di Patao e Mejillones, Mosca perde l'unica piattaforma di proiezione energetica nell'emisfero occidentale. Il controllo di questi asset, contenuti nel progetto Mariscal Sucre e garantito a Rosneft con licenze trentennali fino al 2047, assicurava alla Russia riserve stimate in 180 miliardi di metri cubi di gas e una capacità produttiva potenziale di 6,5-9 miliardi di metri cubi annui. Oltre al danno industriale, l'uscita forzata porta con sè un grande peso geopolitico, poiché priva il Cremlino della sua principale leva d’influenza nel bacino caraibico.

Il Cremlino aveva elevato l’interdipendenza energetica a vettore di proiezione militare e politica, avvalendosi di architetture societarie ad hoc come Roszarubezhneft per eludere il regime sanzionatorio. Tuttavia, l'operazione "Absolute Resolve" ha reciso tale profondità strategica. Il sequestro delle unità Bella 1 e Sophia da parte della US Navy ha colpito la "flotta ombra" russa e la ricerca di Mosca di contestare l'egemonia navale di Washington nel bacino caraibico. Con la paralisi di asset stimati in 5 miliardi di dollari e l'estromissione dalle licenze offshore, Mosca subisce il collasso del proprio terminale logistico-politico nell'emisfero occidentale. L'espulsione della Russia dal Venezuela agisce anche da moltiplicatore della pressione esercitata dal e nel conflitto in Ucraina e dal suo finanziamento. L’effetto sistemico è il ripiegamento della Russia verso una dimensione quasi del tutto euroasiatica, segnando l’espulsione del potere moscovita dalle dinamiche di sicurezza atlantiche. La perdita di Caracas priva Mosca di uno strumento utile a distrarre le risorse navali e diplomatiche USA da altri contesti. In sede OPEC+, questo isolamento ne mina il potere negoziale, poiché l'aumento della produzione venezuelana e canadese rende i tagli produttivi russi irrilevanti nel controllo dei prezzi globali. Mentre Mosca subisce la contrazione del proprio core business e il logoramento del fronte ucraino, il Cremlino è costretto a una riconfigurazione tattica della propria postura globale, cercando in Africa i nuovi spazi di influenza necessari per compensare l'arretramento nell'emisfero occidentale.

In conclusione, la controffensiva di Washington in Venezuela delinea una strategia che, nel tentativo di scardinare il monopolio cinese sui minerali critici, si salda nel binomio energia-dollaro. Un battito d’ali a Caracas ha riaffermato il predominio statunitense nell’emisfero occidentale, costringendo Pechino e Mosca a una ritirata strategica e ad un’accelerazione delle sfide in altri contesti.