Il mondo è inondato di petrolio, perlomeno questa è la fotografia ufficiale: la domanda petrolifera cresce, ma l’offerta la supera abbondantemente, mentre le scorte sono sui massimi degli ultimi quattro anni. Un surplus così non si vedeva da anni, e arriva in una fase di tensioni geopolitiche e transizione energetica incompiuta.

Secondo gli ultimi dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, contenuti nell’Oil Market Report di dicembre, in media la domanda petrolifera mondiale nell’anno appena trascorso si è attestata a 103,68 milioni di barili giorno (mil. b/g), con i consumi dei paesi Ocse in calo e quelli dei paesi non Ocse in aumento. La crescita è infatti geograficamente e qualitativamente frammentata: il grosso dei consumi arriva dall’Asia e dipende dalla petrolchimica. Sempre secondo l’Aie, nel 2026 la domanda petrolifera mondiale dovrebbe salire a 104,4 mil. b/g, per una crescita di circa 700.000 b/g.

Dal canto suo, la produzione mondiale di petrolio è ben al di sopra di queste stime: in novembre l’offerta petrolifera è stata pari a 107,51 mil. b/g, in rallentamento rispetto ai mesi precedenti di ottobre (108,12 mil. b/g) e settembre (109,02 mil. b/g). Il surplus sta rimpinguando le scorte, sia quelle su terra ferma sia quelle galleggianti. In ottobre le scorte petrolifere hanno superato gli 8 miliardi di barili, per un accumulo medio di 1,2 mil. b/g nei primi dieci mesi dell’anno.

Se nel 2025 si è registrata un’inondazione di petrolio, nel 2026 il fenomeno dovrebbe proseguire, se non accentuarsi. La divisione energia di S&P, in una recente nota, indica un aumento delle scorte globali di greggio pari a 1,4 mil. b/g nel primo trimestre del 2026, pur lasciando invariata a 60 dollari al barile la previsione del prezzo medio del Brent. Previsioni che, peraltro, tengono conto degli ultimi sviluppi in Venezuela, il cui impatto dovrebbe essere più evidente sul mercato dei greggi pesanti e acidi, poiché il paese rappresenta attualmente solo l’1% della produzione globale di greggio, ma circa il 9% dei 9 mil. b/g di produzione mondiale di greggi pesanti.

Questo tipo di petrolio è strategico perché alcuni impianti di raffinazione negli Usa e in Cina non possono alimentarsi con altre qualità. S&P sottolinea che attualmente i mercati globali dei greggi pesanti e dei feedstock residui pesanti sono in equilibrio molto stretto, e questo spiega come mai il petrolio venezuelano sia finito nell’occhio del ciclone.

Ma come si è arrivati a questa “inondazione”? È aumentata sia l’offerta Opec sia quella non Opec, in un contesto di commercio mondiale sempre più multipolare e opaco. A partire da marzo 2025, gli otto paesi leader dell’OpecPlus, ovvero Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, hanno avviato un programma concordato di aumento produttivo, con l’obiettivo di riportare sul mercato 2,2 mil. b/g di greggio entro il successivo mese di settembre (per poi rilanciare subito dopo con un ulteriore aumento di 1,65 mil. b/g, tuttora in corso seppur congelato). È iniziata quindi nel 2025 una guerra per contendere quote di mercato tra produttori OpecPlus e produttori non OpecPlus.

Nel frattempo, infatti, le istanze di sicurezza energetica hanno spinto le International Oil Company ad allontanarsi dai loro piani per una maggiore sostenibilità ambientale e a darsi da fare per mettere a segno nuove scoperte petrolifere, come ad esempio il maxigiacimento di ExxonMobil in Guyana, nella regione dell’Essequibo, tuttora contesa con il Venezuela. Nuove sanzioni petrolifere alla Russia da parte dell’Europa e degli Usa completano il quadro, rendendo le rotte petrolifere sempre più imprevedibili e frantumando le sacche di domanda.

Con riflessi sui greggi di riferimento, che si vanno moltiplicando a seconda dell’area geografica. Il 2025 è stato anche l’anno dell’ascesa del Murban di Abu Dhabi, uno dei sette emirati che formano gli Emirati Arabi Uniti, che è prodotto dalla Abu Dhabi National Oil Company (Adnoc), a discapito dei benchmark più noti come Brent e WTIe a dimostrazione della crescente importanza del mercato fisico rispetto a quello finanziario. Il Murban è un greggio leggero e dolce con un contenuto di zolfo dello 0,78% e una densità Api di 39,9 gradi, che fa parte del paniere Dubai. Nel 2021, Abu Dhabi lanciò i futures Ifad (Ice Futures Abu Dhabi) sul contratto di punta per il greggio Murban, con consegna fisica. Le negoziazioni dei futures Murban hanno registrato un vero e proprio boom nel 2025, infrangendo ogni trimestre nuovi record.

Questo surplus di greggio nel mondo porterà quest’anno prezzi più bassi per i carburanti autotrazione e per l’aviazione? Non necessariamente, purtroppo. Se domanda e produzione di petrolio abbondano, non si può dire altrettanto della capacità di raffinazione, che subisce anche i contraccolpi della guerra tra Russia e Ucraina, con molti impianti strategici colpiti da droni. Questo deficit di capacità di raffinazione si traduce in margini degli impianti su livelli record e prezzi dei prodotti petroliferi più alti di quanto sarebbero in un mondo perfettamente globalizzato, con investimenti adeguati nel downstream. Un discorso che vale principalmente per l’Europa, dove chiusure e conversioni in bioraffinerie sono all’ordine del giorno, mentre è sempre più evidente che il vero collo di bottiglia non è il petrolio, leggero o pesante che sia, ma la sua trasformazione.