Che ne sarà del 2026? In che modo cambierà il panorama energetico? Ci saranno novità in grado di immettere il mondo dell'energia su sentieri nuovi? Queste domande, certo, sono ingenue perché l'energia è un fenomeno che evolve nel lungo periodo e quindi è irrealistico aspettarsi cambiamenti significativi da un anno all’altro. E ciò è soprattutto vero se ci riferiamo alla transizione energetica. Per usare le parole del suo maggiore esperto, Vaclav Smil, “le transizioni energetiche sono processi lenti: richiedono decenni, spesso generazioni”. Dunque, se il nostro riferimento è l'ampia parabola della trasformazione energetica del pianeta, non aspettiamoci novità di rilievo. È presumibile che le rinnovabili continueranno ad espandersi all'interno della generazione elettrica, e le emissioni totali potrebbero anche decrescere per la prima volta dopo l’Accordo di Parigi, se escludiamo il 2020, un anno segnato dal Covid. Ma se anche tutto ciò accadesse sarebbe semplicemente un piccolo passo sulla grande curva della transizione.
Tutto ciò lo abbiamo ben compreso nel 2025 che è stato l'anno centrale di quel decennio critico 2020-2030 che, negli anni immediatamente successivi a Parigi, era visto come lo spazio di una riconversione radicale dell’economia mondiale dai combustibili fossili all’economia green. Così non è stato, e man mano che ci siamo addentrati nel decennio critico abbiamo compreso che la transizione energetica è operazione più complessa di quanto immaginato, e che le emissioni di gas serra non si piegano verso il basso secondo i nostri desiderata. Alla fine, abbiamo compreso che i fatti sono più forti del wishful thinking e viene prima o poi un momento, inesorabile, in cui i primi battono il secondo. Il 2025 ha ribadito questa legge e ci ha lasciato questo ed altri insegnamenti. Se dovessimo indicare una possibile sintesi in tre punti principali, concatenati, essa potrebbe essere la seguente:
- l'intelligenza artificiale è stata la vera novità del 2025, agendo come nuovo, potente driver della domanda di elettricità. Secondo la IEA, la domanda di elettricità mondiale dei data center è destinata a più che raddoppiare entro il 2030, raggiungendo circa 945 TWh, un consumo di elettricità superiore a quella dell’intero Giappone. Nonostante ciò:
- a livello mondiale, i consumi di elettricità continuano ad essere solo una frazione, circa un quarto, dei consumi energetici finali. Per quanto solare ed eolico guadagnino spazio al loro interno, la loro quota sul totale di energia primaria si muove troppo lentamente. Pertanto:
- l’addizionalità è più forte della sostituibilità: le rinnovabili si espandono, certo, ma anche i consumi fossili crescono. Le prime non sostituiscono i secondi, ma si sommano a essi. Risultato: da ormai un terzo di secolo, il mix energetico mondiale resta ancorato per l’80% alle fonti fossili. Parigi non è stata in grado di alterare questo dato: le emissioni continuano a crescere.
Nonostante tali tendenze di fondo che introducono una sorta di ritardo sistemico nella transizione, un anno può introdurre novità importanti per il business energetico, i paesi e cittadini. Si pensi al 2022, a quello sciagurato 24 febbraio quando i carri armati russi hanno varcato il confine ucraino. La guerra ha sconvolto il mercato del gas, innescando aumenti di prezzo straordinari e di entità mai esperita prima in nessun altro mercato, neppure in quello del petrolio, che pure nei suoi 150 anni di storia ha mostrato segnali di volatilità eccelsa. In Europa, il balzo ha riportato in auge il carbone, seppure transitoriamente, e indotto un mix di contrazione dei consumi energetici, miglioramenti di efficienza e deindustrializzazione che hanno dato luogo a riduzioni considerevoli delle emissioni di gas serra. Non solo, la guerra ha ridisegnato l'intera frontiera geopolitica dell'energia recidendo, in seguito alle sanzioni, i flussi di gas dalla Russia verso l'Europa che avevano dominato la scena dal dopoguerra in poi, resistendo a qualsiasi vento contrario, inclusi quelli della guerra fredda. I carri armati di Putin hanno spazzato via decenni di relazioni commerciali consolidate in un batter d'occhio, aprendo e rafforzando nuove vie del gas naturale verso il mercato europeo, dal Medio Oriente, dall’Africa e soprattutto dall’America. Il risultato tangibile di questo ridisegno del commercio mondiale del gas è stato il decollo del business dell’LNG e l'affermarsi nell’immediato di un extra prezzo a carico dell'Europa, con impatto negativo su tutta l'industria, in particolare sull’automotive. La sterzata è stata così ingente da stimolare oltre misura la supply LNG tanto da indurre, oggi, una flessione dei prezzi del gas in Europa, un vero e proprio riflusso rispetto a quanto era accaduto nel 2022.
Prezzo TTF del Gas Naturale nel 2025 (€/MWh)

Fonte: Trading Economics
In parole semplici, la geopolitica può alterare drammaticamente un quadro energetico consolidato, spedendo in soffitta assetti commerciali che hanno dominato la scena per decenni. La crisi ucraina ha riconfermato la valenza geopolitica del business energetico - in primis di petrolio e gas - sottolineando la sua specificità rispetto ad altri mercati, il suo legame indissolubile con la politica internazionale, le sue tensioni e le guerre.
Il 2026 si apre anch’esso all’insegna della geopolitica: la recente cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores - prelevati nella propria camera da letto con un blitz di appena 46 secondi - ripropone lo stesso quadro dell'invasione dell'Ucraina: un evento di natura geopolitica che immette il mondo energetico su un nuovo sentiero. Le similitudini sarebbero maggiori se la Russia non avesse fallito ciò in cui gli Stati Uniti hanno avuto successo: un blitz che decapita fulmineamente il vertice di un altro Stato. Di nuovo assistiamo a un fatto in grado di alterare, e di molto, il mercato energetico. Chiaramente è ancora presto per fare qualsiasi previsione circa l'impatto della cattura shock di Maduro sul mercato del petrolio. Non sappiamo quale sarà la futura evoluzione politica del Venezuela e in che misura gli Stati Uniti rientreranno nel business petrolifero di questo paese. Di certo, il peso del Venezuela nel settore petrolifero è troppo importante per non comportare conseguenze. Si tratta del primo paese per riserve di petrolio, stimate intorno ai 300 miliardi di barili, circa il 17% del totale mondiale e superiori del 13% rispetto a quelle dell’Arabia Saudita. Ma è soprattutto la bassa produzione attuale, circa 1 milione di barili giorno (mbg), a fronte di un potenziale ingente - si pensi che nel 1997 si producevano 3,4 mil. b/g - che rende straordinario l’impatto potenziale del petrolio venezuelano. In parole povere, il blitz americano potrebbe essere il primo passo verso un ritorno in grande stile di un player importantissimo sul mercato petrolifero mondiale. Come già sottolineato da molti esperti, si tratterebbe di un esito di medio periodo poiché occorrerebbero anni per riportare all’efficienza la produzione dei campi petroliferi venezuelani.
Gli eventi di Caracas non possono non richiamare alla mente la situazione di un altro paese caratterizzato dal medesimo connubio di fragilità politica e straordinaria rilevanza energetica: l’Iran. Le proteste degli ultimi giorni fanno crescere le quotazioni dello scenario “caduta del regime”. Per quanto improbabile, viste le precedenti sommosse fallite, non si può escludere che il 2026 possa essere l'anno di un cambio di regime motu proprio o esogeno, o comunque favorito da paesi terzi, in primis Stati Uniti e Israele. Se questo accadesse ci troveremmo di fronte a un nuovo incremento potenziale di offerta di petrolio. La situazione, infatti, è analoga a quella venezuelana: riserve petrolifere ingenti e produzione limitata dalle sanzioni. Con i suoi 157 miliardi di barili di riserve, pari al 9% del totale mondiale, l’Iran produce oggi circa 3,2 mil. b/g, un volume certamente espandibile se si pensa che il massimo storico del paese, raggiunto nel 1976, era più del doppio, ovvero 6,6 mil. b/g. Ora, il Venezuela e l'Iran agiscono come il grilletto di una pistola puntata sul mercato petrolifero mondiale, un potenziale game changer con impatti, nel medio periodo, anche sulla transizione energetica. Per molti anni, la pistola è stata silenziata, ma ora la situazione potrebbe cambiare. Immaginiamo per un attimo che, nel giro di 3-4 anni, a seguito dell'onda d'urto di cambi di regime avvenuti nel 2026, la produzione petrolifera di questi paesi cresca complessivamente di 5-6 mil. b/g. Tutto ciò nel contesto di un mercato già afflitto da un eccesso di offerta: secondo l'Agenzia Internazionale dell’Energia, infatti, già nel 2026 saremo di fronte a uno sbilanciamento tra domanda e offerta pari a circa 4 mil. b/g. Nel 2025, il prezzo del petrolio ha già incorporato questa situazione di debolezza del mercato, portandosi verso la fine dell’anno sui 60 dollari per barile, ovvero verso i livelli minimi degli ultimi cinque anni.
Prezzo del Brent negli ultimi 5 anni (doll/b)

Fonte: Trading Economics
Uno scenario del genere è certamente improbabile e, sottolineiamolo, fantapolitico. Tuttavia, in questo esercizio di inizio anno teso a individuare possibili rotture rispetto al business as usual, esso va preso in considerazione e non può essere escluso. Il 2022, riportando la guerra nel cuore dell'Europa, ha evidenziato come la realtà possa essere drammaticamente diversa da ciò che immaginiamo ed è stato per decenni. Gli sconvolgimenti geopolitici ai quali assistiamo in questo inizio del 2026, rafforzati dalle dichiarazioni tumultuose di Trump - siano esse rivolte alla Groenlandia, all’Iran, a Cuba o alla Colombia - ci indirizzano verso un nuovo contesto nel quale i rapporti di forza sono più importanti delle norme del diritto internazionale, scritte o implicite, maturate dopo la Seconda guerra mondiale. È chiaro che in un contesto del genere il cambiamento politico, se non addirittura la guerra, diventano opzioni via via più probabili, rafforzando l'impatto della geopolitica sui mercati energetici. Se lo scenario delineato dovesse avverarsi, il mercato del petrolio entrerebbe in una fase di accentuata debolezza che, al di là dell'impatto sul business, influenzerebbe la transizione energetica, ad esempio favorendo i consumi di diesel e benzina e rendendo meno competitiva l’auto elettrica. Si ricorderà come nel secondo semestre del 2014 il prezzo del petrolio cominciò una discesa verso il basso che lo portò in zona 30 dollari nel 2016, e che solo otto anni dopo, a inizio 2022, esso si riportò sopra i 100 dollari. Tutto ciò accadde a fronte di un surplus di offerta compreso tra 1 e 2 mil. b/g, ovvero l’1-2% della produzione globale. Questi eventi ci ricordano due cose: l'elevata elasticità del prezzo del petrolio alle variazioni di surplus e la lunghezza dei cicli petroliferi. In parole povere, una decisione politica presa oggi fra le mura della Casa Bianca ha il potere di generare domani “catastrofi” - in senso tecnico - sui mercati energetici.
Come diversi commentatori hanno evidenziato, gli ingenti investimenti richiesti e le numerose barriere tecniche e operative operano quale freno al decollo della produzione petrolifera venezuelana. Ci vorranno anni, ripetono gli esperti. Ma gli anni, lo sappiamo, passano: come in una sequenza al rallentatore, il battere delle ali di una farfalla può causare un tornado in un’altra parte del mondo. Se poi la farfalla si chiama D.J. Trump, le probabilità aumentano. L’aereo 2026 sta decollando: allacciamo le cinture di sicurezza.
Nota: Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non vanno ascritte all’azienda nella quale egli lavora


















