Dopo oltre tre mesi di guerra, la firma del Memorandum of Understanding (MoU) fra Stati Uniti e Iran è sembrata, in un primo momento, avere portato a un allentamento delle tensioni in Medio Oriente e nell’area del Golfo. L’annuncio dell’impegno delle parti a garantire la riapertura immediata dello Stretto di Hormuz e a ripristinare il traffico alla sua piena capacità entro trenta giorni è stato accolto con favore dai mercati e ha spinto a rivedere al ribasso le previsioni sull’andamento dei prezzi interni. Nell’opinione pubblica, tuttavia, il giudizio complessivo sul modo in cui la vicenda iraniana è stata gestita è stato largamente negativo, così come negativo è stato il giudizio sul modo in cui la vicenda potrà influire sulla posizione futura degli Stati Uniti. Anche in Congresso, il memorandum è stato accolto da una freddezza largamente bipartisan, con la minoranza democratica che ha parlato apertamente di un accordo “catastrofico” e di una guerra che “non avrebbe mai dovuto esserci stata”.
Il futuro non appare meno complesso. Il testo siglato impegna le parti a “raggiungere un accordo definitivo entro un termine massimo di sessanta giorni, prorogabile di comune accordo”, così da chiudere definitivamente il loro contenzioso. Le difficoltà di questo percorso si sono manifestate subito con la decisione – poi rientrata – del vicepresidente Vance di non recarsi in Svizzera per il primo round dei nuovi incontri. Di contro, il fatto che l’amministrazione non avesse attribuito particolare valore politico a questo rinvio e avesse, anzi, auspicato di potere “avviare i colloqui tecnici il prima possibile” poteva essere visto come un chiaro segnale di apertura. Tuttavia, lo stesso Donald Trump non ha escluso una ripresa delle ostilità qualora i negoziati non procedano come desiderato. L’incertezza continua, dunque, a regnare, anche perché al centro dei negoziati si trovano ora i problemi più sensibili e divisivi, in primo luogo quelli relativi al dossier nucleare e alle sanzioni che gravano sulla Repubblica islamica.
Per la Casa Bianca, ciò significa che, se le tensioni delle scorse settimane probabilmente si allenteranno, non verranno comunque meno. Sul fronte dei prezzi, la riapertura dello Stretto di Hormuz (che, per ora, procede a fasi alterne) richiederà tempo per fare sentire i suoi effetti, soprattutto per quanto riguarda i beni di consumo. Parallelamente, i negoziati e i loro prevedibili alti e bassi contribuiranno a mantenere l’amministrazione sotto i riflettori. Quello dei rapporti con l’Iran è da sempre un tema delicato; a ciò si aggiunge la questione dei rapporti con Israele, che la guerra ha contribuito a mettere in tensione. Fra l’altro, la firma del memorandum è stata ampiamente criticata anche a Gerusalemme, soprattutto perché prevede espressamente la fine delle operazioni militari anche in Libano e la garanzia dell’integrità territoriale e della sovranità del paese, in cui, dagli inizi di marzo, lo Stato ebraico ha occupato ampie fette di territorio nella sua guerra contro le milizie filoiraniane di Hezbollah.
Proprio le relazioni con Israele potrebbero rivelarsi un punto critico, anche alla luce del peso che il voto ebraico e quello degli evangelici bianchi (tuttora il gruppo religioso più apertamente filoisraeliano) potranno avere nelle prossime elezioni di midterm. In particolare, se le scelte del voto ebraico preoccupano soprattutto il Partito Democratico, quelle degli evangelici avranno ricadute soprattutto su quello Repubblicano e sul movimento MAGA, di cui sono un pilastro; un pilastro che, tuttavia, negli ultimi mesi, ha mostrato debolezze che potrebbero accentuarsi con gli sviluppi della vicenda iraniana. Diversi sondaggi hanno evidenziato, infatti, come oltre la metà degli evangelici non consideri la condotta della guerra con l’Iran da parte dell’amministrazione in linea con i propri valori e come il tasso di approvazione del presidente all’interno di tale constituency – pur rimanendo ben al di sopra del 35% della media degli elettori statunitensi – sia sceso dal 61% dello scorso agosto al 52% di oggi.
Su questo sfondo, non sorprende nemmeno il riposizionamento della maggioranza repubblicana in Congresso. Dopo che, agli inizi di giugno, quattro repubblicani dissidenti hanno votato insieme alla minoranza democratica alla Camera dei rappresentanti una risoluzione per portare la guerra sotto il controllo del Legislativo, oggi la corsa è allo smarcamento dai contenuti del MoU. Critiche di vario tono sono arrivate – fra gli altri – dai presidenti delle Commissioni intelligence e forze armate del Senato, Tom Cotton e Roger Wicker, e da due figure ‘di peso’ come i senatori del Texas Ted Cruz e John Cornyn, già fra i principali sostenitori della campagna militare. Sebbene altri – come il presidente del Senate Committee on the Budget, l’influente senatore del South Carolina Lindsey Graham – abbiano espresso un cauto ottimismo, la Casa Bianca si trova quindi in una posizione difficile, dalla quale potrà uscire solo siglando un accordo che soddisfi in modo adeguato le molte pressioni che si trova ad affrontare.
Sarà un cerchio difficile da quadrare. Anche se i negoziati sono iniziati, l’apertura dello Stretto di Hormuz resta incerta, mentre le operazioni militari in Libano proseguono (sebbene con minore intensità), alimentando la diffidenza tra le parti e offrendo loro argomenti per disattendere anche l’applicazione degli altri punti del MoU. Su questi punti, l’amministrazione non sembra avere molto margine di manovra. Di contro, una ripresa delle ostilità – pur non esclusa dal presidente – finirebbe per rilanciare le critiche alle sue scelte, senza però riuscire a sbloccare la situazione. L’impressione è che lo stallo si sia spostato di livello ma non sia stato davvero rimosso. Si tratta di capire se l’interesse a romperlo sarà più forte degli ostacoli che si oppongono a un accordo a lungo termine. Anche se l’impressione è che, se i colloqui in corso porteranno a risultati, ciò richiederà ben più dei sessanta giorni fissati e un impegno non minore di quello che ha portato alla conclusione del ‘nuclear deal’ del 2015.



















