Per decenni, due mondi separati sono sembrati coesistere pacificamente: quello delle commodities, dai metalli di base al grano passando per il gas naturale, e la politica internazionale. Per esempio – come ha mostrato nel suo fondamentale libro The World for Sale, Javier Blas – l’Unione Sovietica rappresentava un importante partner commerciale per l’Occidente anche durante i giorni più difficili della Guerra fredda. Con il crollo del Muro e la fine della rigida contrapposizione bipolare, le grandi multinazionali come Glencore, Vitol, Cargill si sono affermate come i principali trader globali delle materie prime, facendo immensi profitti in un mondo in rapida industrializzazione (pensiamo al super-ciclo inaugurato con l’ascesa della Cina) e in cui la collocazione geopolitica, per il mercato, sembrava ormai un fattore superfluo e lo Stato relegato ad un attore di secondo piano.

Oggi, quel mondo sembra un lontano ricordo. La guerra in Ucraina e la competizione tecnologica tra USA e Cina hanno dimostrato quanto facilmente le interconnessioni commerciali possano diventare una vulnerabilità. Nel caso delle materie prime, la disponibilità nel breve termine è diventata una questione di sicurezza nazionale e di competitività industriale nel medio-lungo periodo, soprattutto se inquadrata nell’ottica della transizione energetica. Quello che sembra essere il senso comune tra gli analisti, è che i volumi di critical raw materials richiesti per supportare l’adozione delle tecnologie rinnovabili ci siano in natura, sottoforma di risorse e riserve. Ciò che è molto più complesso è garantirne l’accesso nelle tempistiche e nella scala per rispettare i target di decarbonizzazione, oltre all’affordability delle tecnologie utilizzate a prodotto finito. Uno scenario reso ancor più incerto dall’incognita della geopolitica con al centro l’asset industriale della transizione: la batteria al litio. Per contrastare l’evidente dominio commerciale della Cina – che estrae il 64% della grafite, raffina il 44% del litio, il 75% del cobalto, il 69% del nickel, manifattura il 78% dei catodi e il 91% degli anodi per assemblare le batterie (70%), secondo i dati di Benchmark Minerals Intelligence – lungo la supply chain, per primi gli Stati Uniti con l’Inflation Reduction Act, seguiti a ruota dall’Unione Europea con l’annunciato Green Deal Industrial Plan e il Critical Raw Materials Act venturo, hanno riscoperto la necessità della politica industriale.

E nella confusione generale che questa corsa alle materie prime sembra generare a livello comunitario, la Germania vuole prendere in mano le redini del suo destino che è soprattutto legato al futuro del settore automotive. Non è un caso che la German Association of the Automotive Industry (VDA) abbia espressamente richiesto la creazione di un’agenzia europea per le materie prime che possa creare le condizioni per gli accordi commerciali, oltre a diventare un punto di contatto tra OEMs (original equipment manufacturers) e politica per affrontare il rischio di nuovo dipendenze. Secondo un recente studio, il 90% delle materie prime importate dalla Germania avviene tramite pochi paesi e spesso non democratici. Ben 14 su 83 sono “materie prime critiche” secondo la classificazione della Commissione, e sui quali la Germania – come l’UE – dipende al 100% dalle importazioni. Tra queste, litio e cobalto.

La prima strategia nazionale tedesca sulle materie prime risale al 2010, l’anno in cui la crisi delle ‘terre rare’ tra Cina e Giappone riportò l’attenzione su un dossier strategico per lungo tempo sottovalutato. Come risultato, venne creata l’agenzia nazionale, la Deutsche Rohstoffangentur (DERA) come parte dell’Istituto Federale per le Geoscienze e le Risorse Naturali (BGR) che è, a sua volta, una costola del Ministero Federale per gli Affari Economici e l’Azione Climatica (BMWK). La DERA raccoglie informazioni, effettua analisi di scenario su tecnologie e materie prime e svolge consulenza per le aziende tedesche. L’ultimo studio strategico, rilasciato nell’agosto del 2022 e che aggiorna la strategia nazionale di due anni prima, menzionava “la possibilità di ulteriori misure dello Stato per assicurare le materie prime esaminate in questo studio”.

La visita a fine gennaio di Olaf Scholz in America Latina è stata, in questo senso, simbolica e rappresenta il primo pilastro. Circa il 57% dei depositi di litio conosciuti a livello globale sono collocati nel cosiddetto ‘Triangolo del Litio’ tra Argentina, Bolivia e Cile, nelle salamoie di Atacama e tra le rocce (principalmente spodumene) nelle montagne argentine. Secondo le ricostruzioni, il cancelliere tedesco avrebbe strappato importanti accordi per un’attiva cooperazione con Argentina e Cile nel settore minerario, a supporto dei piani di elettrificazione dei colossi dell’automotive tedesca come Mercedes e Volkswagen. Attualmente BMW ha già in essere accordi con Livent, società mineraria che opera in Argentina nel deposito di Salar del Hombre Muerto.

L’obiettivo di Scholz sarebbe quello di svincolare la dipendenza dalla Cina dal materiale grezzo al prodotto, come? Favorendo l’industria locale, per mantenere in loco le attività di raffinazione e trasformazione del concentrato di litio, una volta estratto, in idrossido o carbonato, i due prodotti che, secondo gli standard chimici, sono utilizzati per la fabbricazione dei catodi delle batterie. In questo modo, gran parte del valor aggiunto verrebbe localizzato, diminuendo i costi di trasporto e l’impatto ambientale, e bypassando dunque le industrie cinesi. Attualmente, solo SQM (parzialmente controllata dallo Stato cileno e da un consorzio a guida cinese) e l’americana Albemarle possiedono un business integrato dall’estrazione alla raffinazione in Cile, con circa il 90% dei prodotti che finiscono in Cina. In Argentina i principali produttori sono privati come Alkem (in collaborazione con Toyota) e Livent Corporation.

Il problema di questa strategia è duplice: senza una politica bilaterale commerciale win-win, potrebbe rivelarsi un boomerang, incoraggiando le mire protezionistiche del paese che ha tutti gli interessi di processare il litio per il proprio sviluppo industriale. Il neo-eletto presidente cileno, Gabriel Boric, ha infatti annunciato di voler creare una compagnia statale che possa partecipare attivamente nell’industria del litio. Ecco perché Scholz ha voluto assicurare che il free trade agreement tra UE, Cile e gli altri paesi del Sud America entri in vigore il prima possibile: l’accordo creerebbe la seconda aerea di libero scambio per popolazione e volumi commerciali, gettando così condizioni più solide per le forniture. In secondo luogo, come implementarle? Gran parte delle risorse cilene e argentine potenzialmente sfruttabili (si tratta di progetti in rampa di lancio tra il 2024 e il 2025) sono già opzionate da accordi commerciali siglati dalle cinesi Ganfeng Lithium e Tianqi Lithium. Due aziende verticalmente integrate che si muovono e conoscono il mercato, ma per gli interessi dello Stato cinese. Attori con una postura tecnico-industriale nel bel mezzo della supply chain che l’ecosistema tedesco – ed europeo – in questo momento non presenta. Il tempismo sarà cruciale per stabilire la competitività delle filiere a valle.

L’altra grande scommessa tedesca è lo sfruttamento delle risorse domestiche, specialmente di origine geotermica e non solo. In questo senso sono interessanti i progetti di Bitterfeld-Wolfen (gestito da AMG Lithium), di Zinnwald Lithium (Deutsche Lithium) e i depositi sviluppati da RockTech Lithium e soprattutto da Vulcan Energy Resources: joint venture tedesco-australiana, potenzialmente in grado di portare sul mercato 40.000 tonnellate di carbonato di lito all’anno dal 2025 (risorse per circa 1 milione di EV). Progetti in via di sviluppo, ma che dovranno essere affiancati da una visione strategica a lungo termine per le importazioni che costituiranno gran parte del consumo tedesco, così come quello europeo.