La pandemia di Covid-19, da quando si è manifestata, sta generando reazioni adattive a livello individuale, istituzionale e collettivo, la cui variabilità è legata ad una molteplicità di fattori e sta delineando percorsi non lineari.

Singoli e istituzioni si sono trovati catapultati in una dimensione di grande frattura rispetto al passato, che ha enfatizzato la fragilità individuale e sistemica, sottoponendo tutti noi ad un lungo periodo di sperimentazione di stati emotivi e di modelli produttivi e relazionali diversi da quelli consolidati. Ne deriva una lunga navigazione a vista in cui spesso si procede per prove ed errori. Questa sperimentazione è basata principalmente sull’esplorazione e sul consolidamento progressivo delle opportunità offerte dall’innovazione digitale che ha consentito una rapida riorganizzazione dei modelli lavorativi e dei processi di gestione delle relazioni. Nei mesi di lockdown la vita di tutti noi ha vissuto una ambivalenza strutturale a cui non eravamo abituati: chiusi nei confini della nostra casa, avevamo l’opportunità di interagire con gli altri soggetti (addirittura in una prospettiva globale) attraverso la mediazione di strumenti digitali che, se da un lato hanno consentito di continuare molte delle attività produttive e relazionali a cui eravamo abituati, dall’altro ne hanno condizionato e cambiate forme e modalità.

Allo stesso tempo ognuno di noi ha vissuto una altalena emozionale strettamente connessa all’andamento della curva pandemica con le emozioni più positive che crescevano nei periodi in cui la curva pandemica si abbassava e quelle più negative che crescevano all’alzarsi del numero di contagi (vedi fig. seguente) Tratto comune di questo lungo periodo di instabilità emotiva è stato il prevalere di un sentimento di incertezza, indicatore chiave di uno stato emotivo costantemente messo sotto stress dai fattori esogeni che mano a mano ci trovavamo ad affrontare.

Il quadro emotivo della pandemia

Fonte: dati archivio SWG

Percezione comune è il senso di cambiamento individuale e strutturale. A luglio 2020, alla conclusione del lockdown il 60% degli italiani si sentiva cambiato rispetto al periodo prepandemico, con il prevalere di una sensazione di maggiore fragilità. A gennaio 2021 la percentuale di chi si sentiva cambiato era scesa al 52%, ma ciò che era mutato in maniera più significativa era il senso del cambiamento vissuto molto meno secondo lo schema forza/fragilità e molto di più nella direzione di una diversità più generale e difficile da definire.

La cifra di questa diversità appare evidente dai dati della figura seguente che mostrano come la percezione del cambiamento sia stata pervasiva e in relazione quasi tutti gli aspetti della propria vita, dal lavoro, agli acquisti, dalle relazioni ai valori.

Percezione dei cambiamenti nella vita individuale derivati dalla pandemia

Fonte: dati archivio SWG

Il cambiamento è stato dunque pervasivo e ha colpito valori, relazioni e comportamenti abituali. Soffermiamo l’attenzione su due aspetti in particolare: il sentimento di comunità e le relazioni all’interno dei luoghi di lavoro.

Dopo più di un anno dall’inizio della pandemia, il 48% sentiva di non appartenere ad alcuna comunità e il 24% solo a comunità online. Non solo la partecipazione ai principali tipi di gruppi organizzati era ampiamente minoritaria, come mostra la figura che segue, ma anche per gruppi più marcatamente tradizionali come quelli religiosi, la percezione di un passaggio da una dinamica in presenza ad una dinamica a distanza era maggioritaria.

Partecipazione a gruppi organizzati

Fonte: dati archivio SWG

Lo spostamento dalla prevalenza della dimensione fisica alla prevalenza della dimensione virtuale non è banale perché comporta un cambiamento significativo delle modalità di relazione ed interazione. Nelle comunità virtuali la possibilità di exit di fronte ad una situazione che non appare gradita è frequentemente l’opzione più utilizzata con la conseguenza di una progressiva chiusura verso cerchie sempre più ristrette ed autoreferenziali. Se dunque in un contesto fisico di possibilità limitate i singoli devono in qualche modo venire a compromessi con la propria comunità di riferimento e adattarsi ad essa, in un contesto virtuale con infinite possibilità di accesso, il singolo che non si trova bene può migrare fino a quando non troverà quel gruppo che risponde esattamente alle sue esigenze, invertendo completamente il processo di adattamento e tendendo a frammentare sempre più le proprie appartenenze.

Qualcosa di simile sta avvenendo anche nel mondo del lavoro, dove la maggiore importanza data all’individuo in un contesto di lavoro a distanza cambia i rapporti di forza e le relazioni con responsabili e colleghi, secondo modelli che ancora non conosciamo e che stiamo sperimentando giorno per giorno. Non è un caso, ad esempio che se alla fine del lockdown molti lavoratori erano entusiasti del lavoro a distanza, oggi, la maggior parte cerca di recuperare una dimensione di lavoro in presenza (almeno per alcuni giorni a settimana). Tuttavia, ad oggi i modelli di gestione del lavoro post pandemico non sono ancora sufficientemente rodati e stabili e, al netto di alcune considerazioni generali, hanno bisogno di un lungo processo di assestamento per comprendere pienamente le conseguenze dei nuovi processi in corso.

In particolare sono soprattutto i manager a dover mettere in campo una nuova capacità di definire e gestire i modelli di lavoro e di collaborazione con i propri dipendenti non solo garantendo un modello di lavoro per obiettivi e non per ore, ma anche sistemi di valutazione e di gestione dei conflitti basati su strumenti e strutture di relazione ancora non pienamente noti.