Negli ultimi anni il dibattito internazionale si è concentrato con crescente interesse sulla rilevante questione della tutela ambientale, indirizzando l’attenzione sulla transizione verso un’economia sostenibile. Il cammino lungo il sentiero dello sviluppo economico basato sulla decarbonizzazione ha subito una forte accelerazione nel 2015, quando i governi del mondo hanno raggiunto tre importanti accordi che definiscono la loro visione per i prossimi decenni:

a)      L'Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile. Gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile riuniscono una serie interconnessa di obiettivi economici, sociali e ambientali fino al 2030. Con riferimento al sistema finanziario, alcuni obiettivi hanno stabilito una tabella di marcia al fine di indirizzare flussi di capitale verso una maggiore inclusione sociale e la rigenerazione ambientale.

b)      L’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Tale accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare i cambiamenti climatici con l'obiettivo a lungo termine di mantenere l'aumento globale della temperatura media "ben al di sotto di 2 °C al di sopra dei livelli preindustriali", con l'aspirazione di "limitare l'aumento di temperatura a 1,5° C".

c)      La conferenza di Addis Abeba e il pacchetto di finanziamento per lo sviluppo. Un risultato negoziato e concordato a livello intergovernativo che costituisce un contributo importante nel sostenere un nuovo quadro globale per il finanziamento dello sviluppo sostenibile che allinei tutti i flussi e le politiche di finanziamento alle priorità economiche, sociali e ambientali.

In tale contesto, la finanza verde ha acquisito una posizione di indubbia rilevanza nello scacchiere politico e nell’economia reale attraverso la mobilitazione di capitali diretti verso progetti sostenibili. Così, nel 2016, è stata inserita per la prima volta nell'agenda dei ministri delle finanze del G20 e dei governatori delle banche centrali ed è stato istituito un apposito gruppo di studio al fine di sviluppare un sistema finanziario in grado di favorire la transizione verso un’economia sempre più sostenibile. Tale sistema non comprende solo il finanziamento di specifici progetti di natura pubblica o privata ma anche il supporto di politiche pubbliche a vantaggio dell’ambiente.

L'Italia partecipa attivamente al gruppo di studio del G20 così come alla Task Force sulla comunicazione di informazioni di carattere finanziario relative al clima. Nel 2016, il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare ha lanciato il "Dialogo Nazionale sulla Finanza Sostenibile" (NDSF) che riunisce un folto gruppo di parti interessate (banche, assicurazioni, aziende, centri di ricerca, autorità indipendenti, istituzioni pubbliche) al fine di riorientare il sistema finanziario italiano verso un modello di sviluppo a bassa intensità di carbonio ed inclusivo. Tale percorso si è recentemente completato con la costituzione, il 2 aprile 2020, di un gruppo di lavoro a supporto del Comitato per la bioeconomia e la fiscalità sostenibile (istituito nel novembre del 2019), il cui compito è di elaborare proposte sia sui temi della finanza sostenibile sia a livello normativo, ad esempio relativamente a sistemi di rating e di valutazione della finanza verde o a misure volte ad incrementare la penetrazione sul mercato di prodotti finanziari con finalità verdi. Inoltre, una serie di iniziative ed eventi di carattere nazionale (ad esempio il Forum per la Finanza Sostenibile e la “Settimana dell’Investimento Sostenibile e Responsabile”) sono stati promossi, negli anni, allo scopo di sostenere e diffondere presso l’opinione pubblica la pratica della finanza verde.

Secondo i numeri della decima edizione del Rapporto GreenItaly, redatto da Fondazione Symbola e Unioncamere, nel 2019 si è registrato il record di eco-investimenti, con una quota pari al 21,5% del totale. Attraverso investimenti in energie pulite, in efficienza energetica, in trasporti sostenibili e in azioni di contenimento delle emissioni di agenti inquinanti, la green economy coinvolge direttamente o indirettamente oltre il 40% delle imprese italiane. In tale contesto, la finanza verde può fare da volano per i diversi settori della bioeconomia e dell’economia circolare favorendo l’attività innovativa delle imprese con effetti sulle tre componenti dello sviluppo sostenibile: protezione dell'ambiente, crescita economica e occupazione. In tale quadro, ampliare l’accesso al credito potrebbe determinare un incremento degli eco-investimenti generando un miglioramento nei margini di produttività e crescita di lungo periodo.

Tali dinamiche si inseriscono in un contesto nazionale costituito principalmente da piccole e medie imprese (PMI), in cui il credito bancario è la principale fonte di finanziamento. In altri paesi europei, come ad esempio la Germania, è stato sviluppato un modello per le relazioni tra banca-impresa nell'ambito del sistema Housebank, in cui l'impresa ha un'unica banca di riferimento che soddisfa le sue diverse esigenze finanziarie. Invece, l'Italia ha un rapporto banca-impresa più debole e l'accordo storicamente predominante è il modello multi-impegno, in cui l'impresa si affida a un gran numero di possibili finanziatori, decidendo a quale di questi appoggiarsi di volta in volta a seconda delle circostanze. Questa differenza di condizioni produce un più elevato grado di asimmetria informativa tra banche e imprese. Le decisioni di prestito delle banche occupano un'area circoscritta da due parametri di base - rischio e rendimento - collegati in modo inversamente proporzionale nel contesto di ciascuna transazione. Ben si comprende come una più elevata asimmetria informativa tra banca-impresa abbia un unico immediato effetto: il razionamento del credito. Pertanto, le imprese italiane si trovano ad affrontare ostacoli di ampia portata quando intendono finanziare progetti green. Il ruolo di primo piano delle PMI nell'economia nazionale rende ancora più urgente contare su un sistema finanziario attento alle loro esigenze. In questo senso, una maggiore diversificazione degli investimenti accompagnata da un riduzione del costo degli stessi (determinato ad esempio sulla base di indici incentrati sulla sostenibilità che portino ad un rating migliore dei progetti di investimento green) potrebbe garantire una migliore valutazione dell’affidabilità creditizia dei prestiti bancari con un conseguente ampliamento dell’accesso al credito per le imprese green.

In conclusione, affinché il sistema finanziario possa avere un ruolo determinante nella transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio e resiliente ai cambiamenti climatici, dovrebbe mettere in atto strategie per aumentare l’affidabilità e la trasparenza e trovare il modo di governare i rischi sistemici derivanti dai finanziamenti green. Questa sfida diviene ancora più urgente alla luce della pandemia che il mondo intero sta attraversando. Nell’Europa (e nell’Italia) post-COVID-19 gli investimenti verdi devono trovare ancora più spazio. Non ci potrà essere una ripresa duratura e di lungo periodo se non si punterà con ancora più forza e convincimento verso un modello intrinsecamente sostenibile ed in grado di coniugare ambiente, salute e riduzione delle disuguaglianze – tre ambiti in cui ci siamo scoperti sorprendentemente vulnerabili. Potremmo chiederci se non sia definitivamente giunto il momento per una ordinata “distruzione creativa”, in grado di fare cambiare passo ad un modello malato e costruito sulla sabbia.

Pasquale Marcello Falcone, Università degli Studi di Napoli “Parthenope” e Bioeconomy in Transition Research Group

Piergiuseppe Morone, Bioeconomy in Transition Research Group - UnitelmaSapienza Università di Roma e Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare

Edgardo Sica, Università di Foggia e Bioeconomy in Transition Research Group