I numeri crescenti nel contagio del coronavirus hanno spinto le istituzioni a dichiarare nei fatti priorità alla salute pubblica e all’emergenza sanitaria. Contemporaneamente ci sono altri numeri e virus in corso di incubazione che, ragionevolmente, potrebbero creare una emergenza economica. Stimare gli effetti del Covid-19 sull’economia mondiale è sicuramente prematuro perché le variabili decisive sono la portata e l’estensione del contagio a livello internazionale. Ad oggi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ritiene che siamo ancora nell’ambito di una “epidemia”, ma molti si aspettano che lo status di pandemia venga dichiarato a breve.

In questo senso, prima di finire per “dare i numeri”, può essere utile almeno chiarire i meccanismi reali attraverso cui una possibile pandemia si traduca in una emergenza economica e finanziaria.

Un primo “effetto diretto” si avrà certamente nei maggiori investimenti (spesa per dispositivi medio-sanitari, personale ospedaliero, nuove strutture, etc) sostenuti dal sistema sanitario per la cura delle persone malate e per le misure di contenimento del contagio. Tuttavia, i maggiori danni all’economia deriveranno dagli “effetti indiretti” tra i quali: la riduzione dell’offerta di lavoro di un numero elevato di lavoratori o la necessità di riorganizzare i processi produttivi in remoto con un fisiologico calo della produttività; la chiusura temporanea di aziende, negozi, scuole, servizi pubblici per limitare il contagio nelle zone colpite; il forte calo della domanda da parte dei consumatori, soprattutto nei settori ritenuti più rischiosi (turismo, ristorazione, cinema e teatri, eventi sportivi, vendite al dettaglio di beni non essenziali, trasporti, etc); il crollo del commercio internazionale e degli investimenti esteri; e così via.

Siamo di fronte al caso in cui un essere nanometrico come il coronavirus produce uno shock dell’offerta, ovvero brusche interruzioni nella catena del valore (dalla fornitura di componenti alla chiusura di fabbriche, uffici, attrattori sportivi e culturali), che rapidamente induce a un crollo di domanda per panico e sfiducia, il cui effetto - come sappiamo - è molto più rilevante per l'economia delle interruzioni di produzione. Lo shock è di offerta, ma ancora di più è di domanda. Ecco perché la principale risposta di policy al coronavirus, coordinata a livello europeo, dovrà essere quella di una politica fiscale espansiva, che contrasti la contrazione della spesa privata per consumi e investimenti, e la spinta alla disinflazione a cui stiamo andando nuovamente incontro.

Alcuni studi passati si sono già occupati di valutare l’impatto sull’economia mondiale di tre pandemie influenzali del ‘900 riconosciute dall’OMS: l’influenza spagnola del 1918-19, l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza di Hong Kong del 1968-69. In questi casi, dove il tasso di contagio era compreso tra il 2,5 e il 3%, e il tasso di letalità tra il 2 e il 3% per la spagnola e inferiore allo 0,2% negli altri due casi, si possono trarre alcune valutazioni. Una pandemia “mite”, simile all’influenza asiatica del 1957 o a quella di Hong Kong del 1968-69, avrebbe un effetto contenuto sul PIL mondiale, tipicamente inferiore all’1% annuo, mentre una pandemia più “severa”, simile alla spagnola del 1918-19, potrebbe produrre effetti anche nell’ordine del 3-5% annuo. L'effetto sul commercio internazionale è sempre più forte invece di quello sul PIL, per cui il danno economico è maggiore per i paesi, come l’Italia, che più dipendono dagli scambi internazionali.

In caso di contenimento del contagio nel nostro Paese, che resta quello europeo più colpito dall’epidemia, i riflessi sul PIL si attesteranno già su un calo tra l’1 e il 3%, con le conseguenze attese per una struttura del Paese già così debole e indebitata. Non possiamo infatti trascurare il nostro ingresso nel coronavirus in condizioni già difficili: tra il 2014 e il 2019 il PIL italiano è cresciuto dello 0,9% all’anno, mezzo punto in meno dell’espansione annua francese e sette decimi in meno di quella tedesca, e già nella fine dello scorso anno sperimentavamo un calo significativo della produzione industriale.

La borsa e i mercati energetici costituiscono, da sempre, la cartina al tornasole degli shock economici. Dalla crisi petrolifera degli anni ‘70 fino alla crisi del 2008 passando per svariate tensioni geopolitiche e altrettante crisi economiche.

Se la borsa in questi giorni ha manifestato i sintomi di un morbillo di perdite per il settore energetico – da Saipem con -19%, ENI -17%, Tenaris -16.35%, ENEL -8.63%, Snam -8.39% - e anche per quello finanziario e assicurativo – con Bper che registra un -10%, Banco Bpm -12.3%, Generali -8.2% – il professor Alberto Clò ha ben evidenziato nell’articolo del 9 marzo “Crollo del greggio, tra Coronavirus e guerra dei prezzi” che di fronte a una emergenza sanitaria con gravi conseguenze sulla domanda (anche di energia) le guerre sui prezzi rappresentano dei “suicidi” incomprensibili.

Da un lato, un gran numero di fattori come il rallentamento dell’economia globale, la contenuta crescita economica della Cina (il più grande consumatore di energia del mondo, che l'anno scorso ha rappresentato oltre l'80% della crescita della domanda globale di petrolio) e le crescenti preoccupazioni per il cambiamento climatico hanno portato al consolidarsi di una stagnazione strutturale della domanda petrolifera; dall’altro lato oggi i prezzi sembrano essere molto più suscettibili a shock della domanda dovuti a guerre commerciali e altre crisi scarsamente prevedibili come una pandemia internazionale, più che a shock dell’offerta dovuti a guerre e tensioni (soprattutto in Medio Oriente).

Come per altri mercati in transizione, almeno nel breve termine, il coronavirus non mostra tanto e solo che prevedibilmente saremmo finiti in recessione, ma che la “ricetta” dell’economista francese Say secondo cui le crisi economiche potrebbero essere risolte in poco tempo senza la necessità di un forte intervento pubblico nell’economia e che l’offerta da sola è sempre in grado di creare domanda non è proprio la soluzione di questi tempi.