Nel maggio 2019 la European Climate Foundation ha pubblicato il rapporto “Planning for net zero: assessing the draft national energy and climate plans”. Lo studio, condotto da Ecologic Institute e Climact fa parte della serie Net-Zero 2050, un'iniziativa dell'ECF che intende valutare il percorso dell’Unione europea verso l’ambizioso target della cosiddetta neutralità climatica al 2050. L’ultimo rapporto ha valutato i Piani Nazionali per l’Energia e il Clima presentati alla Commissione europea dagli stati membri e ne ha tratto la conclusione che c’è ancora tanta strada da fare. Abbiamo cercato di approfondirne i contenuti insieme ad uno dei suoi autori nell’intervista che segue.

Cosa sono i National Energy and Climate Plans (NECPs)? Perchè sono così importanti? Quanti sono già stati pubblicati dai paesi della UE?

I piani nazionali per l'energia e il clima costituiscono la cornice entro la quale gli Stati membri dell'UE devono pianificare, in modo integrato, i propri impegni, gli obiettivi, le politiche e gli interventi in materia di clima ed energia. I paesi devono sviluppare i propri NECP su base decennale, con un aggiornamento a metà del periodo di implementazione. La prima versione, che deve coprire il periodo 2021-2030, deve attenersi agli obiettivi 2030 dichiarati dall'Unione. A tal proposito i piani, una volta definiti, permetteranno alla Commissione europea di comprendere e quindi valutare l’azione collettiva messa in campo in materia di rinnovabili, abbattimento delle emissioni e transizione energetica da parte dell’insieme degli Stati membri. Ad oggi tutti e 28 gli Stati membri hanno presentato una bozza di NECP, 16 dei quali rispettando la scadenza fissata per fine 2018. La prossima scadenza riguarda la definizione dei piani, che andrà effettuata entro la fine del 2019.

Nell'ultimo rapporto della serie "Net Zero 2050" si afferma che le bozze di NECP presentati dai governi hanno pesanti carenze. Di che cosa si tratta?

Nel rapporto che abbiamo pubblicato evidenziamo sostanzialmente tre tipologie di mancanze. Prima di tutto mancano le ambizioni. I piani, complice anche la politica climatica comunitaria, non sono infatti allineati alle soglie fissate dall’Accordo di Parigi, soglie ben più “coraggiose” sia in termini di emissioni che di rinnovabili e di efficienza energetica. La seconda dimensione riguarda le politiche indicate, dalle quali spesso non è possibile dedurre come faranno nel concreto a permettere il raggiungimento dei risultati previsti. Mancano dettagli importanti, come il calcolo degli investimenti richiesti, o dove e come si troveranno le risorse finanziarie necessarie. Allo stesso tempo mancano i dettagli settoriali. Spesso ad esempio si parla di switch modale dei trasporti senza che si capisca concretamente come questo verrà assicurato. La terza dimensione riguarda il coinvolgimento delle parti interessate, i cosiddetti stakeholder. In questo ambito, mentre alcuni Stati sono riusciti a creare un percorso di ascolto e partecipazione con i soggetti che partecipano alla vita economica e sociale del paese, altri non l’hanno effettuato nel 2018 e addirittura alcuni non prevedono di farlo neanche nel corso del 2019. Questo ovviamente causa un’asimmetria informativa che rischia di ripercuotersi sull’efficacia delle politiche ambientali e climatiche.  

Nel rapporto avete dato un punteggio ad ogni paese. Come è stato calcolato? Quali indicatori sono stati presi in considerazione? Vi sono significative differenze tra paesi?

Gli indicatori che costituiscono la base dell’analisi sono suddivisi nelle tre macroaree che si dicevano in precedenza. La prima, denominata “target adequacy” riguarda appunto la compatibilità con gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi per il 2030 in termini di rinnovabili, emissioni, efficienza e con il raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050. La seconda (credible policies) valuta nel dettaglio le azioni previste per raggiungere i risultati in ambito di rinnovabili, emissioni, efficienza energetica, phase out dal carbone e da altre fonti fossili e il finanziamento alla base di questi interventi. La terza e ultima dimensione (process quality) è composta da due indicatori: il coinvolgimento degli stakeholder e il rispetto delle modalità di redazione e delle tempistiche indicate dalla Commissione europea.  Per ognuno di questi indicatori sono state previste una serie di possibili risposte, ciascuna di esse associata ad un punteggio. Nel caso, auspicato, di totale adempimento di ogni singolo indicatore la somma dei punteggi darebbe il 100% di compatibilità. Purtroppo se si prende il valore medio del campione, il risultato è un misero 29%. Se si va nel dettaglio dei singoli paesi, la situazione non è molto migliore: Spagna (52%) e Francia (47%) guidano la classifica, mentre Slovacchia, Germania (entrambe al 12%) e soprattutto Slovenia (3%) chiudono nelle ultime posizioni. In generale, la dimensione che evidenzia maggiori carenze è quella che concerne l’adeguatezza dei target (in media: 4,7 su un totale di 45), ritenuti nella quasi totalità dei casi insufficienti, quando non del tutto assenti.  I target al 2030, che dovrebbero ricalcare gli impegni indicati dall’Accordo di Parigi, risultano infatti non congrui, soprattutto per quanto riguarda le energie rinnovabili e l’efficienza energetica.

Secondo la vostra valutazione, il percorso verso un'economia europea a zero emissioni è ancora lontano dall’essersi avviato. Cosa possiamo quindi auspicare per il futuro? Ci sono ancora motivi di ottimismo?

Il fatto che vi siano comunque 28 draft disponibili su cui ragionare e - perché no? - avanzare qualche critica, è già di per sé una ragione di ottimismo perché significa che nel bene e nel male esiste un dibattito ed un processo di crescente consapevolezza. Per questo motivo crediamo che sia importante spingere tutti i paesi a perfezionare i propri piani climatici, ed il nostro rapporto va in questa direzione. È necessario favorire una sana competizione tra i diversi Stati, favorendo ed incoraggiando chi tra di loro mostra un grado di ambizioni più elevato ed un maggiore dettaglio circa le politiche che intende intraprendere. È evidente che vi sia ancora tanto lavoro da fare sia in Europa che fuori dall’Europa, ma questo è certamente un primo passo verso un futuro più consapevole.