L’economia circolare non è un principio astratto né una mera dichiarazione d’intenti: è un'infrastruttura industriale concreta. Senza un parco impiantistico adeguato, capillare e ben distribuito su tutto il territorio nazionale, l’obiettivo del riciclo effettivo rischia di rimanere incompiuto, trasformandosi in un costoso e inquinante “turismo dei rifiuti”.
I dati della settima edizione dello studio di Utilitalia “Rifiuti urbani, fabbisogni impiantistici attuali e al 2035”, delineano con estrema chiarezza una duplice realtà: da un lato assistiamo a segnali incoraggianti di ammodernamento, grazie anche alle risorse del PNRR; dall’altro permangono divari territoriali strutturali che frenano la transizione ecologica del Paese e appesantiscono le tasche dei cittadini.
Nel 2024 l’Italia ha prodotto circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani (+2,3% rispetto all'anno precedente), con una media pro-capite di 507,9 kg. Ciò che destabilizza la sostenibilità del sistema, tuttavia, è la mobilità forzata di questa risorsa: 4,2 milioni di tonnellate hanno dovuto viaggiare da una regione all’altra per trovare una collocazione di trattamento o smaltimento.
La rotta principale della spazzatura rimane orientata da Centro-Sud verso Nord. Il Settentrione ha importato circa 2,3 milioni di tonnellate, potendo contare su una rete solida sia nel trattamento dell’organico sia nel recupero energetico (con Regioni come la Lombardia e l’Emilia-Romagna che hanno già centrato con largo anticipo i target Ue al 2035). Al contrario, il Centro ha dovuto esportare il 14% della propria produzione (880 mila tonnellate) e il Sud ben il 29% (1,74 milioni di tonnellate).
Questo deficit impiantistico ha ricadute misurabili dal punto di vista economico e ambientale. Il flusso interregionale genera infatti oltre 75 milioni di euro all’anno di extra-costi sulla TARI, gravando per il 90% proprio sui cittadini del Centro-Sud, che paradossalmente pagano di più per un servizio meno efficiente. Al contempo, muovere 4,2 milioni di tonnellate di rifiuti ha richiesto 176 mila viaggi in camion per 124 milioni di chilometri, immettendo nell'atmosfera 65.000 tonnellate di CO₂ del tutto evitabili.
Esiste un equivoco di fondo che va sfatato: la raccolta differenziata, da sola, non chiude il cerchio. Una corretta separazione dei materiali a monte ha valore solo se sostenuta da un’adeguata presenza di impianti di riciclo e recupero a valle. I territori che registrano le percentuali più alte di differenziata sono, non a caso, quelli meglio dotati sul piano infrastrutturale.
Oggi l’Italia registra un riciclaggio effettivo pari al 52,3% (a fronte del target Ue del 65% al 2035) e uno smaltimento in discarica del 14,8% (mentre l’Europa impone di scendere sotto il 10%). È chiaro, dunque, che bisogna accelerare.
Al di là dei target europei, continuare ad affidarsi alla discarica — la forma di smaltimento a maggior impatto ambientale — significa correre contro il tempo. Nel 2024 vi sono state smaltite ancora 4,4 milioni di tonnellate di rifiuti urbani. Ma le volumetrie residue stanno terminando: secondo le stime di Utilitalia, alla Sicilia resta indicativamente 1 solo anno di autonomia impiantistica nelle discariche attive; alla Sardegna 2-3 anni; al Centro 3-4 anni; al Nord 4-5 anni. In assenza di alternative industriali, il rischio imminente è il ritorno alle emergenze e alle sanzioni comunitarie.
In conclusione, senza un'accelerazione decisa sulla chiusura del ciclo dei rifiuti all'interno di ciascuna macroarea, l’autosufficienza rimarrà una chimera. Superare le resistenze territoriali e accelerare l’iter autorizzativo delle infrastrutture per il recupero energetico e di materia non è più una scelta ideologica, ma un dovere di responsabilità sociale, ecologica ed economica verso i cittadini.


















