L’annuncio a fine agosto di un accordo USA- Venezuela per il petrolio arriva circa otto mesi dopo la cattura di Nicolás Maduro in un’operazione militare statunitense, avvenuta all’inizio di gennaio, e in un Venezuela governato ad interim da Delcy Rodríguez. Da allora Washington ha cercato di rilanciare lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi del Paese sotto la propria egida, allentando le sanzioni sul settore petrolifero. Il contesto interno statunitense non è secondario: la pressione sui prezzi dei carburanti, a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato di novembre, e il rallentamento delle forniture attraverso lo Stretto di Hormuz per la guerra con l’Iran rendono attraente una fonte di greggio nell’emisfero occidentale. Allo stesso tempo, anche Caracas aveva bisogno di aumentare il volume del greggio estratto (passato da circa 2500 migliaia di barili al giorno del 2011 a poco più di 900 nel 2025), attraverso gli investimenti.
Secondo le ricostruzioni, l’intesa riguarderebbe lo sviluppo di 17 giacimenti, per un potenziale di oltre 65 miliardi di barili, attraverso una nuova società costituita con un operatore privato non identificato. Washington avrebbe una quota del 55% della produzione della joint venture e la possibilità di acquistare greggio al prezzo di costo, a fronte di investimenti fino a circa 100 miliardi di dollari. Caracas stima entrate fiscali superiori a 209 miliardi di dollari in venticinque anni, senza però chiarire il metodo di calcolo; alcune fonti riportano una cifra leggermente diversa, di 204 miliardi.
Il Venezuela detiene le maggiori riserve provate al mondo: circa 303 miliardi di barili secondo l’annuario statistico dell’OPEC, davanti ai 267 dell’Arabia Saudita. I 65 miliardi dell’accordo ne rappresentano quindi circa il 21%. Il confronto con le riserve provate statunitensi, stimate dall’EIA in circa 46 miliardi di barili a fine 2024, spiega lo slogan presidenziale secondo cui le riserve americane «raddoppierebbero»: l’aritmetica regge, ma solo se si equipara il controllo contrattuale su risorse situate in territorio altrui alla proprietà di riserve nazionali.
Sul piano industriale, inoltre, riserve e produzione sono grandezze diverse. Tra gennaio e luglio 2026 la produzione venezuelana è cresciuta di quasi il 30%, fino a circa 1,2 milioni di barili al giorno, ancora molto al di sotto dei circa 3 milioni di venticinque anni fa. Il divario riflette anni di sotto-investimento e mancata manutenzione, e suggerisce che la conversione delle riserve in flussi richiederà tempi lunghi e capitali ingenti, difficili da reperire per il Venezuela. Al tempo stesso, l'avvio della prima Presidenza Maduro nel 2014 aveva comportato un'importante epurazione di buona parte dei tecnici ed esperti tra i dirigenti della compagnia nazionale venezuelana, Pdvsa, a favore di figure politiche vicine al governo.
Il nodo politico-giuridico è la compatibilità tra «controllo maggioritario» e sovranità sulle risorse. Un nodo che è emerso nonostante dal 2017 ad oggi la partecipazione delle imprese straniere nell'estrazione e commercializzazione coinvolgeva quasi il 50% del greggio venezuelano. Rodríguez ha dichiarato in un discorso televisivo che il Venezuela mantiene proprietà e sovranità sul proprio petrolio, ma la mancanza di dettagli ha alimentato le voci su una cessione sostanziale. Dal punto di vista del diritto internazionale, la sovranità permanente sulle risorse naturali è un principio consolidato; la questione è se la struttura contrattuale lo rispetti nella sostanza, cioè chi decide ritmi di produzione, prezzi e destinazione del greggio. A ciò si aggiunge il problema della libertà negoziale.
Il successo del progetto richiederà garanzie di stabilità e, probabilmente, strumenti pubblici di sostegno, come lasciato intendere dal coinvolgimento del Dipartimento del Tesoro.
Sul piano dei mercati, un aumento strutturale dell’offerta venezuelana potrebbe esercitare pressione al ribasso sui prezzi, ma l’effetto non sarà immediato. Bloomberg ha ipotizzato inoltre una possibile uscita di Caracas dall’OPEC, sulla scia di quella degli Emirati Arabi Uniti a fine aprile: un segnale di ricomposizione degli equilibri dell’organizzazione e di ridimensionamento del suo ruolo di coordinamento.
L’accordo del 2026 è al tempo stesso un’operazione commerciale, uno strumento di politica dei prezzi interna agli Stati Uniti e un tassello della proiezione di potenza di Washington nell’emisfero occidentale. Il numero simbolico dei 65 miliardi di barili ne amplifica l’impatto comunicativo, ma il suo valore reale dipenderà da tre variabili: la capacità di ricostruire un’infrastruttura degradata, la chiarezza dei diritti contrattuali e la tenuta politica dell’intesa oltre l’attuale fase di transizione. Sul terzo punto si concentra la principale incertezza: la sovranità rivendicata da Caracas e il controllo rivendicato da Washington non possono essere entrambi pieni, e la loro composizione sarà il vero test dell’accordo.



















