L’accordo tra Iran e Stati Uniti firmato dal Presidente Trump a Versailles il 18 giugno scorso prevede la completa riapertura dello stretto di Hormuz al traffico marittimo, ma solo per 60 giorni. Durante questo periodo, i negoziati dovrebbero proseguire per risolvere tutti gli spinosi problemi rimasti irrisolti, il che sembra difficilmente realizzabile. Se, come minimo, si faranno dei progressi, il periodo di 60 giorni potrebbe essere esteso, ma per quanto?
L’insoddisfazione di molti – non soltanto di Israele, che sembra deciso a far saltare l’accordo, ma anche all’interno dell’Iran e degli Stati Uniti – è fin troppo evidente e getta un’ombra di dubbio sulle prospettive future. In ogni caso, l’accordo stesso prevede al punto 5 che “La Repubblica Islamica dell’Iran condurrà un dialogo con il Sultanato dell’Oman per definire la futura amministrazione e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz, in discussione con gli altri stati litoranei del Golfo Persico e in linea con la legge internazionale applicabile e i diritti sovrani degli stati costieri dello stretto di Hormuz”.
Il significato di questo paragrafo è molto chiaro: l’Iran e l’Oman (che evidentemente è d’accordo, perché non ha detto il contrario) intendono mettere in piedi una regolamentazione e amministrazione del passaggio attraverso lo stretto, offrendo non meglio precisati “servizi marittimi”. Si è parlato in particolare del fatto che le navi in transito potrebbero essere obbligate ad acquistare una specifica assicurazione che sarebbe offerta da assicuratori iraniani (o omaniti) a garanzia di eventuali rischi, per esempio ambientali. Gli stati costieri dello stretto sono appunto l’Iran e l’Oman, le cui acque territoriali internazionalmente riconosciute coprono praticamente l’intero specchio d’acqua dello stretto, offrendo un fondamento giuridico all’imposizione congiunta di un sistema di regolazione. Non si tratterebbe di pedaggi (tolls) perché questi sono proibiti dalla legislazione internazionale, ma di compensi per servizi resi (fees), che sono permessi.
Chiarito quindi che non si tratta di tornare alla situazione esistente prima dell’offensiva israelo-americana, quando qualsiasi nave poteva transitare come e quando voleva, semplicemente rispettando lo schema di separazione dei flussi in entrata e uscita che serviva a evitare incidenti, bisogna chiedersi quanto veramente aperto sarà lo stretto.
Ovviamente per rispondere bisognerà vedere esattamente quali forme di regolazione l’Iran e l’Oman vorranno imporre, e quanta resistenza potranno trovare da parte degli altri paesi rivieraschi del Golfo. Certamente questi ultimi saranno in ogni caso incentivati a investire in soluzioni alternative al transito attraverso Hormuz, tanto per il petrolio (oleodotti con sbocco al di fuori del Golfo) quanto per tutte le altre merci in importazione ed esportazione. Se ne avvantaggeranno in particolare Arabia Saudita ed Oman, che hanno porti rispettivamente sul Mar Rosso e sull’Oceano Indiano. Gli Emirati hanno la possibilità di aumentare la capacità di esportazione di petrolio dal porto di Fujairah, e per le altre merci, di potenziare il ruolo del porto di Khor Fakkan, che appartiene all’emirato di Sharjah (storico “vicino povero” di Dubai). Certamente questo comporterebbe un certo riequilibrio interno agli Emirati, riducendo la predominanza di Abu Dhabi e Dubai.
Poco contenti sarebbero il Kuwait, Bahrain e Qatar, che non hanno alternative se non transitare attraverso i paesi vicini, Arabia Saudita in particolare. Ma è difficile che possano ostacolare più di tanto le intenzioni di Iran ed Oman: il Kuwait è molto vicino ed esposto all’Iran; il Bahrain ha una “minoranza” (che forse in realtà è maggioranza) sciita, vicina all’Iran e ostile alla famiglia regnante sunnita; e il Qatar condivide con l’Iran il suo principale giacimento di gas, e non può permettersi di entrare in conflitto con il suo dirimpettaio. In aggiunta, è evidente che per i paesi arabi del Golfo la lezione della guerra è che, per amore o per forza, debbono trovare un modus vivendi con l’Iran, visto che gli Stati Uniti si sono rivelati incapaci di difenderli dai droni e missili iraniani.
A guadagnare dalla necessità degli altri paesi arabi di riorientare la logistica del loro commercio internazionale potrebbe essere soprattutto l’Oman, grazie ai suoi porti in acque profonde con accesso diretto all’Oceano Indiano e ben lontani da potenziali minacce iraniane. I porti sauditi sul Mar Rosso sono inevitabilmente meno attraenti perché per gli scambi verso l’Estremo Oriente dipendono in ogni caso dal transito attraverso l’altro collo di bottiglia della regione, lo stretto di Bab el Mandeb. Perfino per Iraq e Kuwait, e anche per la stessa Arabia Saudita, potrebbe essere più interessante sviluppare un porto di esportazione in Oman, ad esempio Duqm o Salalah, per avere la possibilità di caricare direttamente sull’Oceano Indiano, senza pericolo di interferenze.
Naturalmente, queste trasformazioni saranno progressive. Nell’immediato, è ragionevole prevedere che tutte le navi cariche rimaste intrappolate nel Golfo dall’inizio delle ostilità usciranno entro i 60 giorni previsti dall’accordo. Ma il quesito è: vorranno gli armatori far entrare le loro navi nel Golfo, con il pericolo che dopo 60 giorni, se non prima, non possano più uscirne? È una scommessa importante, che gli armatori vorranno fare soltanto se adeguatamente compensati per eventuali perdite o lunghi periodi di attesa. Fanno ovviamente eccezione le navi di proprietà degli stessi paesi esportatori, ma non bastano a ristabilire il livello di esportazioni precedente al conflitto.
Un caso particolare è quello delle navi metaniere, in particolare quelle appartenenti al Qatar. Per il gas non esiste nel breve periodo una alternativa al transito attraverso Hormuz. Il Qatar ha enormemente investito in impianti di liquefazione e nella loro espansione, e il GNL può solo essere esportato per nave. Gli impianti qatarini sono al momento fermi, perché non si saprebbe dove mettere il GNL eventualmente prodotto, ma è possibile che le metaniere vuote localizzate fuori dal Golfo vengano fatte rientrare il prima possibile nella speranza di poterle caricare e far uscire dal Golfo prima che si rischi una nuova chiusura. Non è un caso che il Qatar, pur avendo subito danni importanti ad opera dell’Iran, sia attivamente impegnato nell’opera di mediazione tra Iran e Stati Uniti, assieme al Pakistan.


















