Negli ultimi anni, ogni volta che si è parlato di data center, l’attenzione pubblica si è concentrata sugli Stati Uniti, spinta dai massicci piani di espansione degli operatori hyperscale. Tuttavia, l’Asia-Pacifico (APAC) sta emergendo sempre più come il prossimo grande polo mondiale. La regione sta, infatti, vivendo un’ondata senza precedenti di investimenti, alimentata dalla crescente domanda dell’intelligenza artificiale (IA), dall’adozione sempre più diffusa di servizi cloud e dall’emergere del quantum computing. Questo slancio è ulteriormente rafforzato dagli sforzi dei governi locali, per i quali il potenziamento di tali infrastrutture rappresenta un fattore determinante per la competitività economica a lungo termine della regione.

Si stima che, tra il 2025 e il 2034, il mercato APAC crescerà a un tasso annuo del 18,32%, raggiungendo un valore di 122,48 miliardi di dollari. Inoltre, sempre secondo le previsioni, la regione arriverà a rappresentare il 40% della capacità globale dei data center, grazie a investimenti pari a circa 800 miliardi di dollari. Secondo diversi studi, la capacità operativa e quella in fase di realizzazione raggiungeranno complessivamente oltre i 33.000 megawatt (MW) entro il 2030, raddoppiando di fatto la sua impronta infrastrutturale nel giro di un decennio.

Tuttavia, le stesse forze che guidano questa espansione stanno creando notevoli sfide in termini di sostenibilità. Man mano che i data center diventano più grandi e richiedono una maggiore potenza di calcolo aumenta anche il loro fabbisogno energetico. Secondo le stime dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), il consumo elettrico globale dei data center è destinato a più che raddoppiare entro il 2030 (+127%), passando da circa 416 terawattora (TWh) nel 2024 a circa 946 TWh nel 2030. Nella sola area APAC, l’incremento atteso è di circa 38 TWh e quasi 10 GW di nuova capacità installata all’anno nello stesso periodo. Secondo l’IEA, nei prossimi anni i Paesi APAC rappresenteranno circa la metà del consumo globale di acqua, essenziale per i sistemi di raffreddamento dei server d’elaborazione dati. Tale dato è supportato da uno studio condotto da Microsoft (2022) che ha evidenziato come, nella regione, l’efficienza idrica (WUE) dei sistemi di raffreddamento diretto sia tre volte superiore alla media globale.

In questo contesto, la Repubblica Popolare Cinese rappresenta il caso più significativo: è la leader indiscussa per numero di data center presenti sul territorio, seguita dall’India (302) e dall’Australia (278). Con 368 infrastrutture nella Cina continentale e 84 a Hong Kong, il Paese si colloca al quarto posto a livello mondiale.

A partire dal 2015, la Cina ha compiuto notevoli passi avanti nello sviluppo dei propri data center, dando vita a un ecosistema altamente sofisticato. A sostenere l’aumento degli investimenti (statali e privati) sono stati soprattutto i progressi nell’infrastruttura informatica locale e la rapida adozione di servizi di cloud computing, e-commerce e soluzioni digitali. Questo ha comportato una crescita della domanda di data center nazionali, necessari per soddisfare le crescenti esigenze di storage dei dati e supportare la diffusione su larga scala dell’intelligenza artificiale.

Il settore è caratterizzato dalla presenza di operatori pubblici e privati, nazionali e stranieri, che contribuiscono al dinamismo dell’industria. China Telecom Corporation e China Mobile –principali fornitori di telecomunicazioni di proprietà statale – insieme ai colossi tecnologici Tencent, Huawei e Alibaba svolgono un ruolo centrale nell’espansione della capacità infrastrutturale e nell’avanzamento tecnologico del comparto.

Tuttavia, la crescita del settore non può essere attribuita esclusivamente alle forze di mercato. Essa riflette piuttosto una strategia industriale mirata promossa dalle autorità centrali. Proposta inizialmente nel 2020 e lanciata ufficialmente nel 2022, la strategia “Eastern Data, Western Computing mira a riequilibrare la capacità di elaborazione dei dati tra le regioni orientali, densamente popolate, e quelle occidentali, meno sviluppate ma ricche di risorse energetiche. Il progetto prevede la realizzazione di otto hub di calcolo e dieci cluster di centri dati nazionali in otto diverse regioni. Questa ridistribuzione delle capacità punta ad alleviare la pressione esercitata sui centri dati situati nelle regioni più densamente popolate e, al contempo, sfruttare le risorse e il vasto territorio dell’entroterra.

La grande importanza attribuita ai data center è testimoniata anche dalle ultime iniziative promosse dal governo cinese. Recentemente, Pechino ha infatti espresso l’intenzione di rafforzare il proprio ecosistema dell’IA, aumentando le capacità di calcolo e riducendo la dipendenza dalle tecnologie straniere. Secondo quanto riportato da Bloomberg all’inizio di giugno, il Paese starebbe valutando un investimento di circa 295 miliardi di dollari (2.000 miliardi di yuan) nei prossimi cinque anni per realizzare una rete nazionale di data center e hub di calcolo dedicati interamente all’IA. Il progetto è ancora in una fase preliminare di definizione, ma tra i principali soggetti coinvolti figurerebbero alcune agenzie governative, tra cui la Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme. Le informazioni finora emerse indicano, inoltre, l’intenzione di affidare la gestione operativa dell’infrastruttura a operatori statali locali, come China Mobile e China Telecom. Pechino starebbe, inoltre, pianificando di imporre che almeno l’80% delle tecnologie fondamentali – inclusi i microchip avanzati – sia prodotto in Cina, con l’obiettivo di promuovere la produzione nazionale e ridurre drasticamente il ruolo degli operatori stranieri, come Nvidia e AMD. Il progetto si inserisce nell’ambito dell’“iniziativa delle sei reti” prevista dal 15° Piano quinquennale (2026-2030). Il Politburo cinese ha, infatti, elevato la capacità di calcolo a “priorità strategica nazionale”, ponendola sullo stesso piano delle reti idriche, elettriche e logistiche.

Tuttavia, la forte accelerazione nel potenziamento della capacità computazionale del Paese comporta costi crescenti sul piano energetico e ambientale.

Nel corso dell’ultimo decennio, il mercato cinese dei data center ha registrato un aumento significativo della domanda di energia elettrica. Secondo il rapporto “Energy and AI” dell’AIE, il Paese detiene attualmente circa due terzi della capacità e del consumo di energia nel settore per la regione APAC – una quota che, secondo le proiezioni, dovrebbe salire al 73% nei prossimi quattro anni. Si stima che, tra il 2024 e il 2030, la capacità installata in Cina triplicherà, raggiungendo i 67 GW, mentre il consumo di energia elettrica dovrebbe passare da 102 a 277 TWh. Attualmente, per alimentare queste infrastrutture, il governo fa principalmente ricorso al carbone, che rappresenta quasi il 70% del mix energetico, ma anche alle fonti rinnovabili (circa il 20%), al nucleare (circa il 10%) e al gas naturale. Questo è in gran parte dovuto alla posizione geografica dei data center, che si concentrano nella parte orientale del Paese, dove circa il 70% dell’energia elettrica proviene dal carbone.

Secondo un rapporto del 2024 redatto da China Water Risk, i data center cinesi consumano circa 1,3 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno, ma le proiezioni suggeriscono che questa cifra potrebbe più che raddoppiare, superando i 3 miliardi di metri cubi entro la fine del decennio. Per dare un’idea delle proporzioni, il consumo idrico residenziale di Tianjin, una città di quasi 15 milioni di abitanti, ammonta a circa 700 miliardi di litri all’anno; i data center cinesi consumano quindi attualmente circa 1,9 volte il fabbisogno idrico residenziale dell’intera città. Secondo le stime, il fabbisogno idrico del settore raggiungerà circa 248 miliardi di litri nel 2025 e 375 miliardi entro il 2031, con un tasso di crescita annuo composto dell’8,57%.

Il forte impatto di queste infrastrutture, in termini di consumo energetico e utilizzo delle risorse, ha quindi spinto il governo cinese a elaborare soluzioni “creative” sia per la localizzazione dei centri dati, sia per le modalità di approvvigionamento energetico.

Uno dei campi individuati come possibile alternativa è quello spaziale. La Cina sta infatti perseguendo una strategia spaziale nazionale diversificata con l’obiettivo di creare, entro il 2030, una “Space Cloud” cinese su scala industriale. L’innovazione consisterebbe proprio nell’alimentare tale infrastruttura attraverso energia solare dell’ordine dei gigawatt raccolta in orbita. Questo ambizioso progetto, sostenuto dal governo centrale, dalle aziende statali e dalle start-up private, è stato riconosciuto come prioritario nel 15° Piano quinquennale (2026-2030) emanato da Pechino. Sotto la guida della “China Aerospace Science and Technology Corporation” (CASC), il piano a lungo termine prevede la costruzione di data center spaziali alimentati a energia solare, in grado di integrare potenza di calcolo, archiviazione dei dati e capacità di trasferimento all’interno di un unico sistema “cloud-edge-terminal”.

Tuttavia, non è soltanto lo spazio a essere esplorato. Il 9 giugno è entrato in funzione, al largo della costa di Shanghai, il primo data center sottomarino (UDC) al mondo alimentato esclusivamente da energia eolica. L’infrastruttura, denominata Shanghai Lingang undersea data center demonstration project, ha beneficiato di un investimento di 1,6 miliardi di yuan (circa 235 milioni di dollari) e dispone di una potenza totale di 24 MW. Secondo le previsioni del governo cinese, l’UDC consentirà ogni anno un risparmio di circa 122 milioni di kWh di energia e di circa 105.000 tonnellate di acqua dolce. Rispetto ai tradizionali data center terrestri, l’infrastruttura sottomarina è progettata per utilizzare oltre il 95% di energia elettrica verde e ottenere una riduzione del consumo energetico pari al 22,8%, dell’uso dell’acqua del 100% e dell’impiego di suolo per oltre il 90%. Già nel 2023, l’azienda cinese HiCloud aveva inaugurato a Hainan il primo UDC commerciale al mondo, progettato per sfruttare la capacità di raffreddamento del fondale marino.

Tutte queste nuove iniziative rappresentano un chiaro segnale dell’importanza che il governo cinese attribuisce a questo mercato. Pechino si trova dunque ad affrontare una sfida complessa: conciliare le proprie ambizioni di rafforzamento dell’ecosistema nazionale con i costi ambientali e di sostenibilità derivanti dal crescente fabbisogno energetico dei data center