Le recenti tensioni geopolitiche in Medio Oriente – e in particolare il conflitto in Iran – hanno riportato al centro del dibattito una criticità strutturale del sistema energetico europeo: la sua esposizione agli shock esterni. Il rialzo dei prezzi del gas, dell’energia elettrica e dei carburanti registrato nelle ultime settimane non costituisce un episodio isolato; si inserisce – piuttosto – in una dinamica ormai ricorrente, in cui fattori geopolitici si traducono rapidamente in aumenti dei costi per famiglie e imprese.
Per un Paese come l’Italia, caratterizzato da una significativa dipendenza dal gas naturale, ciò comporta un effetto immediato sui consumatori finali. In particolare, le fasce più vulnerabili risultano maggiormente esposte a tali variazioni, determinando un ampliamento delle disuguaglianze.
In siffatto contesto, così come brevemente delineato, il fenomeno della povertà energetica si conferma come una criticità strutturale del sistema energetico, e non più emergenziale.
I dati disponibili mostrano con chiarezza che la povertà energetica non è un fenomeno congiunturale. Secondo le più recenti elaborazioni dell’OIPE in Italia si stimano circa 5,3 milioni di persone in condizione di povertà energetica, corrispondenti a circa 2,4 milioni di famiglie.
Si tratta di nuclei che non sono in grado di sostenere i costi dei servizi energetici essenziali o che, per tale ragione, ne limitano l’utilizzo al di sotto di livelli adeguati.
La distribuzione territoriale del fenomeno è tutt’altro che uniforme. Le regioni del Mezzogiorno registrano i livelli più elevati, con incidenze che superano il 17% delle famiglie, mentre alcune aree del Centro-Nord presentano valori significativamente inferiori.
Tuttavia, il fenomeno non riguarda esclusivamente le fasce più deboli in senso tradizionale: esso coinvolge anche lavoratori autonomi e microimprese, spesso esposti a un “doppio costo” energetico (domestico e produttivo) e nell’accesso alle infrastrutture energetiche.
Dal punto di vista definitorio, dunque, la povertà energetica deriva dall’interazione tra reddito, condizioni del patrimonio edilizio ed esposizione ai prezzi dell’energia.
È proprio quest’ultimo fattore – oggi nuovamente in crescita – a incidere in modo determinante sull’aggravamento del fenomeno.
Sicché, una lettura limitata alla sola dimensione reddituale risulterebbe fuorviante, in quanto la povertà energetica è il prodotto di una combinazione di fattori economici, infrastrutturali e di mercato che rendono alcune categorie particolarmente esposte alle dinamiche dei prezzi energetici, specie in un contesto – come quello attuale – fortemente condizionato dalle tensioni internazionali.
Un elemento che emerge con forza dalla lettura del “Quaderno della 5ª Conferenza Nazionale sulla Povertà Energetica” (20 febbraio 2026) è la centralità della dimensione territoriale.
La povertà energetica non è un fenomeno uniforme e difficilmente può essere affrontata mediante strumenti esclusivamente centralizzati. Essa si manifesta infatti in modo concreto nei territori, dove possono essere costruite risposte efficaci, a condizione che siano presenti adeguate capacità amministrative, strumenti operativi e un’effettiva integrazione tra politiche energetiche, sociali e abitative. Tuttavia, tale dimensione locale – pur ampiamente riconosciuta sul piano teorico – fatica ancora a tradursi in un’azione sistemica, rimanendo spesso confinata a iniziative episodiche, legate a singoli progetti o a contesti particolarmente dinamici. In questo quadro si inserisce il dibattito sulle Comunità Energetiche Rinnovabili (CER), che presuppongono un rafforzamento del ruolo di Comuni, comunità locali e attori territoriali e si configurano come un modello potenzialmente idoneo a fornire risposte adattive e multilivello a un fenomeno strutturalmente differenziato.
Le Comunità Energetiche Rinnovabili (CER) sono disciplinate a livello europeo dalla Direttiva (UE) 2018/2001 (RED II) e recepite nell’ordinamento italiano con il d.lgs. 199/2021.
Ai sensi dell’art. 31 del d.lgs. 199/2021, le CER sono configurate come soggetti giuridici autonomi il cui obiettivo principale consiste nel fornire benefici ambientali, economici o sociali ai membri o al territorio, piuttosto che generare profitti finanziari.
Come evidenziato a più riprese dalla dottrina, esse rappresentano un modello di cooperazione energetica fondato sulla partecipazione attiva dei cittadini e sulla condivisione dell’energia prodotta localmente.
Tale modello si inserisce nel più ampio processo di trasformazione del sistema energetico europeo, caratterizzato dal passaggio da una struttura centralizzata a una generazione distribuita, in cui il consumatore assume un ruolo attivo. Si tratta infatti dei cd. “prosumer”, figura centrale negli scambi peer-to-peer, ossia soggetti che sono al contempo produttori e consumatori finali di energia elettrica e che, eventualmente organizzati in Comunità Energetiche, possono partecipare direttamente alla transizione energetica.
Per comprendere concretamente il funzionamento di una Comunità Energetica Rinnovabile, è utile richiamarne in modo sintetico la struttura. Una CER è, infatti, un soggetto giuridico autonomo (ad esempio associazione, cooperativa o consorzio) costituito da una pluralità di attori – cittadini, imprese, enti locali – che si associano per produrre, condividere e consumare energia da fonti rinnovabili, generalmente attraverso impianti fotovoltaici installati a livello locale.
In termini operativi, il funzionamento può essere schematizzato come segue: l’energia viene prodotta da uno o più impianti (ad esempio pannelli fotovoltaici installati sul tetto di un edificio pubblico o privato), viene autoconsumata prioritariamente dai membri della comunità e, per la quota eccedente, immessa nella rete elettrica e “virtualmente” condivisa tra i partecipanti, secondo i criteri definiti dalla normativa e dai meccanismi incentivanti gestiti dal GSE.
Un esempio tipico è rappresentato da una CER costituita da un Comune, alcuni cittadini e piccole imprese locali: il Comune mette a disposizione il tetto di una scuola o di un edificio pubblico per l’installazione di un impianto fotovoltaico; l’energia prodotta viene utilizzata dagli utenti connessi alla medesima cabina primaria e i benefici economici derivanti dall’autoconsumo e dagli incentivi vengono redistribuiti tra i membri, eventualmente con una particolare attenzione ai soggetti più vulnerabili.
In questo modo, i partecipanti non si limitano più a consumare energia, ma contribuiscono attivamente alla sua produzione e gestione, riducendo la dipendenza dal mercato e beneficiando di una maggiore stabilità dei costi.
Le Comunità Energetiche rappresentano oggi una leva concreta per la produzione e gestione locale dell’energia. Dal punto di vista sostanziale, come anticipato, esse consentono di autoprodurre energia rinnovabile e condividerla tra i membri, riducendo la dipendenza dal mercato e, conseguentemente, l’esposizione alla volatilità dei prezzi.
Nei fatti, le CER rappresentano un modello organizzativo che consente a cittadini, imprese ed enti pubblici di produrre, condividere e consumare energia da fonti rinnovabili a livello locale.
La loro finalità non è la massimizzazione del profitto, ma la generazione di benefici per la comunità, in termini ambientali, economici e sociali.
In questo senso, il legame con la povertà energetica è diretto: l’energia autoprodotta e condivisa consente una riduzione strutturale dei costi energetici, incidendo proprio su uno dei fattori determinanti del fenomeno.
La natura non profit delle CER consente inoltre di redistribuire i benefici economici all’interno della comunità, introducendo forme di solidarietà energetica a livello locale.
Infine, le CER favoriscono la costruzione di reti territoriali e rafforzano la resilienza locale, contribuendo a contrastare una vulnerabilità che non è soltanto economica, ma anche sociale e infrastrutturale.
Il legame tra Comunità Energetiche e povertà energetica è pertanto strutturale. In primo luogo, la produzione locale di energia rinnovabile consente di ridurre il costo dell’energia per i membri della comunità. In un contesto di prezzi elevati e volatili, questo rappresenta un elemento di stabilizzazione particolarmente rilevante, soprattutto per le famiglie più esposte.
In secondo luogo, la natura non profit delle CER apre alla possibilità di redistribuire i benefici economici all’interno della comunità stessa. In altri termini, il valore generato dall’energia condivisa può essere utilizzato per sostenere i soggetti più vulnerabili, introducendo forme di solidarietà energetica che difficilmente potrebbero essere replicate in un contesto di mercato tradizionale.
Infine, vi è una dimensione meno immediata ma altrettanto significativa: le Comunità Energetiche favoriscono la costruzione di reti locali e di relazioni tra attori diversi – cittadini, enti pubblici, imprese – contribuendo a rafforzare la coesione sociale. In un fenomeno multidimensionale come la povertà energetica, questo aspetto non è secondario.
Non sorprende, pertanto, che la letteratura più recente individui nelle CER uno degli strumenti potenzialmente più efficaci per realizzare una transizione energetica che sia non solo sostenibile, ma anche equa. In questo senso, le Comunità Energetiche sono state qualificate dal legislatore eurounitario come uno degli strumenti potenzialmente più rilevanti per una “transizione energetica giusta”, capace di integrare obiettivi ambientali e sociali.
Tuttavia, nonostante il loro potenziale, le CER presentano alcune criticità che ne limitano l’impatto sistemico. In particolare, il principale nodo riguarda l’accesso: le famiglie più vulnerabili – che potrebbero beneficiare maggiormente di tale modello – risultano spesso le meno in grado di parteciparvi, sia per ragioni economiche sia per vincoli legati alle condizioni abitative.
Un ulteriore profilo critico attiene alla scala del fenomeno: la diffusione delle CER è ancora limitata e non consente, allo stato attuale, di incidere in modo significativo sui dati complessivi della povertà energetica. A ciò si aggiunge un problema di capacità amministrativa, in quanto la progettazione e gestione di una Comunità Energetica richiede competenze tecniche e giuridiche non sempre disponibili a livello locale, soprattutto nei territori più fragili. Ne consegue il rischio che i soggetti più vulnerabili restino esclusi da uno strumento che potrebbe invece contribuire in modo rilevante al miglioramento della loro condizione.
Le recenti tensioni internazionali, con i conseguenti effetti sui prezzi dell’energia e sulla stabilità degli approvvigionamenti, hanno reso evidente che sicurezza energetica, accessibilità economica e sostenibilità ambientale non possono più essere considerate dimensioni separate.
In questo quadro, le Comunità Energetiche non rappresentano una soluzione autonoma al problema della povertà energetica, ma possono costituire una componente rilevante di una strategia più ampia. Il loro valore risiede nella capacità di intervenire simultaneamente su più livelli: riduzione dei costi, rafforzamento della resilienza locale, attivazione di dinamiche cooperative.
La sfida, dunque, non è tanto promuovere le CER in quanto tali, quanto integrarle in politiche pubbliche capaci di amplificarne gli effetti. Ciò implica, tra l’altro, facilitare l’accesso dei soggetti vulnerabili, rafforzare le capacità dei territori e garantire un coordinamento efficace tra livello nazionale e locale.
In un contesto segnato da crescente instabilità dei prezzi e da tensioni geopolitiche ricorrenti, il tema della povertà energetica è destinato a rimanere al centro dell’agenda politica.
In tale prospettiva, le Comunità Energetiche non rappresentano più un’opzione meramente sperimentale, ma un elemento potenzialmente strutturale del sistema energetico, la cui efficacia dipenderà dalla capacità delle politiche pubbliche di favorirne la diffusione e l’accesso; in particolare, la loro concreta idoneità a contribuire al contrasto della povertà energetica è strettamente connessa non solo alla definizione del quadro regolatorio, ma anche alla sua effettiva attuazione, nella misura in cui quest’ultima garantisca inclusività, sostenibilità economica e equa distribuzione dei benefici tra i partecipanti.


















