Nei modelli economici, la decarbonizzazione è una lotta tra colori: il verde delle rinnovabili contro il marrone delle fonti fossili. Questa dicotomia negli Stati Uniti si sovrappone alla mappa politica, abbinando il verde al blu dei Democratici e il marrone al rosso dei Repubblicani in un quadro politico dove sembra non esserci spazio per le sfumature. L’abbinamento rosso-marrone è il preferito da chi è contrario alla mitigazione ma cerca profittevoli forme di adattamento (magari aspettando che lo scioglimento dei ghiacciai renda accessibili giacimenti). Eppure, la mitigazione del cambiamento climatico è una forma essenziale di adattamento a ricatti puramente economici, come la chiusura dello Stretto di Hormuz. Forse l’uomo della strada sottovaluta la chiusura dello Stretto, così lontana nella percezione comune, così in avvicinamento alle nostre bollette. Come notato da Sesini e Kneebone su The Conversation, i prezzi TTF del gas dopo l’attacco all’Iran sono cresciuti in maniera sproporzionata rispetto a quanto accaduto dopo l’invasione dell’Ucraina: fino a 60 Euro/MWh oggi, anche se meno del 10% del fabbisogno di gas europeo passa per Hormuz; fino a 90 allora, quando la perdita di forniture fu molto più grave (-45%).
Le rinnovabili cresceranno, al di là della politica. Che si abbia a cuore il clima o l’economia, non c’è soluzione pragmatica che possa fare a meno delle rinnovabili. La generazione elettrica mondiale è raddoppiata tra il 2000 e il 2024 (World Energy Outlook 2025), a fronte delle restrizioni nell’offerta di materie prime energetiche, mentre la domanda elettrica mondiale è in una fase di forte espansione, trainata dall'elettrificazione del settore dei trasporti, dallo sviluppo energivoro dei data center per l'intelligenza artificiale (AI) e dal massiccio utilizzo di condizionatori d’aria. In questo contesto, a giudicare dai più recenti outlook energetici le rinnovabili sembrano aver raggiunto quel momentum che le rende profittevoli a prescindere dalla volontà contingente dei governi in carica. Il verde delle rinnovabili può abbinarsi con qualunque colore politico, perché gli interessi economici sono allineati all’obiettivo di tutelare la stabilità del clima.
Il pragmatismo delle grandi compagnie di estrazione Oil & Gas è dimostrato nelle proiezioni di BP (scenario Current Trajectory), ExxonMobil (scenario Reference) e Total, riassunte nel Global Energy Outlook 2026 di Resources for the Future, che convergono con le stime dell’IEA negli scenari delle politiche attuali (CPS) e delle politiche dichiarate (STEPS) (WEO 2025). In tutti gli scenari esaminati, eolico e solare sono destinati a più che raddoppiare entro la metà del secolo. Insieme, queste due fonti arriveranno a coprire tra il 40% e il 72% della generazione elettrica mondiale al 2050. Considerando l'intero paniere delle rinnovabili (inclusi idroelettrico, biomasse e geotermia), la loro quota nel mix elettrico salirà dall'attuale 30% a una forchetta compresa tra il 52% e il 70% negli scenari di riferimento o di evoluzione delle policy, spingendosi oltre l'80% negli scenari climatici più ambiziosi. Il solare fotovoltaico merita una menzione a sé: grazie alla caduta dei costi, dettata da curve di apprendimento e modularità produttiva, in vent'anni è cresciuto a un tasso medio del 35% annuo, superando le previsioni storiche più ottimistiche.
Dipendenza dal percorso. Le simulazioni effettuate in un articolo scritto con Amendola, Lamperti e Roventini, pubblicato nel 2024 nella rivista Structural Change and Economic Dynamics, forniscono un buon esempio di come la dipendenza dal percorso rischia di rendere la transizione ecologica o il suo fallimento irreversibili. Abbiamo infatti notato che alcune politiche per l’efficienza energetica, che risulterebbero molto efficaci entro la fine del secolo, nel più breve orizzonte del 2030 possono sembrare un fiasco. Se lo statista lungimirante che crede in quelle politiche perde le elezioni, quegli effetti, pur così positivi, non si materializzeranno mai.
Analogamente, mancare il target concordato alla COP28, in cui oltre 100 nazioni si sono impegnate a triplicare la capacità rinnovabile globale entro la fine del decennio, darebbe linfa ai movimenti politici contrari alla decarbonizzazione. Le proiezioni per fortuna sono incoraggianti. Nel 2024, la capacità rinnovabile mondiale ha registrato una crescita del 16%, ed eolico e solare hanno pesato per il 95% di questo incremento (Global Energy Outlook 2026). Un ulteriore dato chiarisce le proporzioni in gioco: sui 1.254 TWh di nuova generazione elettrica globale registrati nel 2024, eolico e solare hanno contribuito per ben 650 TWh, ovvero più della metà dell'intero nuovo fabbisogno. Mantenendo costante il tasso di crescita annuale del 16%, la triplicazione della capacità al 2030 diventa matematicamente fattibile.
Una sfida globale in un mondo frammentato. L’obiettivo del 2030 è raggiungibile a patto di garantire un ininterrotto supporto normativo e ingenti flussi di investimento, privati e pubblici. Questo ci riporta alle differenze di prospettiva sulle politiche di mitigazione cui si alludeva in apertura, che è possibile rappresentare idealmente su una mappa geografica.
Lo sviluppo delle rinnovabili in Oriente è dominato dalla Cina, la cui politica industriale ha ampliato la scala dimensionale della manifattura abbassando i costi globali lungo l'intera filiera delle tecnologie pulite. Ciò nonostante, per sostenere il proprio boom elettrico e industriale, Pechino – insieme all'India, la cui domanda energetica è in espansione – continua a consumare enormi quantità di carbone, che rimane preponderante nonostante le massicce installazioni FER. Nel Medio Oriente, il mix elettrico è ancora dominato da petrolio e gas naturale e la domanda per quest’ultimo è in ascesa.
La transizione energetica in Occidente è frammentaria. Secondo il WEO 2025, l’Unione Europea produce il 70% della sua energia elettrica da fonti a basse emissioni (48% da FER, 23% dal nucleare), e vanta la più rapida riduzione storica dell'intensità carbonica grazie a decenni di riforme (RFF 2026 Global Energy Outlook). La quota di rinnovabili è pari al 63% in America Latina e Caraibi (WEO 2025), con una punta del 90% in Brasile, trainata dall’idroelettrico. Cile e Uruguay fanno invece registrare quote molto elevate di eolico e solare. Si riscontra però nell’area una crescita continua nella domanda di gas naturale e petrolio (RFF 2026 Global Energy Outlook).
I divari cross-country sono destinati a restare anche in proiezione futura. Lo scenario STEPS del WEO 2025, sull’orizzonte del 2050, evidenzia una massiccia spinta in Asia, aggiungendo oltre 6.000 TWh di generazione solare per la Cina rispetto alle proiezioni precedenti. Lo scenario IEEJ Reference conferma la crescita del solare cinese, seppur su valori più contenuti (+4000 TWh). Lo o scenario IEA STEPS opera una revisione al ribasso per il Nord America, tenendo conto del cambio di rotta impartito dall’amministrazione Trump: prevede un calo del solare (-13,6%) e dell'eolico (-44,7%) nordamericano, bilanciato da un aumento di gas naturale e nucleare, a causa del venir meno del supporto politico statunitense. Lo scenario IEEJ Reference invece continua a proiettare una crescita per le FER nel Nord America. Per contro, America Latina e Caraibi nello scenario STEPS al 2035 dovrebbero raggiungere una quota intorno al 70%, col solare al 45% delle nuove installazioni di capacità. Nello stesso scenario, si prevede nel Medio Oriente circa un 20% di rinnovabili, di cui 15% dal solare fotovoltaico.
Non imitare gli Stati Uniti di oggi, ma quelli del passato. L'amministrazione Trump potrebbe essere ricordata dagli storici come quella che ha posto fine all’Occidente per come lo abbiamo conosciuto finora. In effetti, in politica energetica l’Occidente è al momento una categoria sospesa, indecifrabile. L’Unione Europea non condivide il disimpegno americano sulla decarbonizzazione, che si sta trasformando in una vera e propria crociata (come ben descritto da Fereidoon Sioshansi nell’ultimo numero della sua newsletter EEnergy Informer). Al contempo, l’UE fronteggia l’esposizione alla crisi energetica in una posizione di debolezza contrattuale nei confronti degli Stati Uniti. Lo EU-US Turnberry trade deal approvato dal Parlamento Europeo il 26 marzo 2026 vincola l’UE ad acquistare 750 miliardi di dollari di energia dagli Stati Uniti entro il 2028. Con scorte ai livelli minimi negli ultimi 5 anni, il fabbisogno europeo di gas naturale quest’anno sarà soddisfatto prevalentemente attraverso on-demand shipping, quindi a condizioni di mercato sfavorevoli. Si considerino inoltre le pressioni sull’Unione Europea per ammorbidire le sue regolamentazioni ambientali, dalla EU Methane Regulation alla Corporate Sustainability Due Diligence Directive (si veda il lavoro di Sesini e Kneebone su questi punti).
Nonostante il cauto ottimismo delle proiezioni e il pragmatismo del mercato, dalle decisioni politiche dipende la dotazione infrastrutturale, l’ultimo vero vincolo ad una piena diffusione delle FER (World Intellectual Property Report 2026). Nel suo report The State of Energy Innovation 2026, l’IEA ha evidenziato che l’ecosistema dell’innovazione energetica sta privilegiando nei suoi investimenti la sicurezza energetica e le tecnologie destinate a migliorare la resilienza delle reti elettriche. Viene inoltre sottolineato il ruolo del supporto pubblico come forza trainante dietro alcuni dei più recenti e importanti avanzamenti tecnologici. Potremmo essere di fronte a meccanismi di crowding-in come quelli descritti nello Stato innovatore di Mariana Mazzucato. I casi studio approfonditi dall’economista italo-americana sono ottimi esempi di come storicamente persino negli Stati Uniti, frontiera del capitalismo globale, i cambiamenti nei paradigmi tecno-economici siano stati orchestrati dallo Stato. Per l’Unione Europea, guardare indietro agli Stati Uniti di allora è necessario per andare avanti in autonomia dagli Stati Uniti di oggi.


















