Lo scenario geopolitico mondiale, già destabilizzato negli ultimi anni, sta vivendo un terremoto di intensità senza precedenti. Uno degli epicentri è il Presidente americano Trump, che dall’inizio dell’anno sembra aver amplificato l’atteggiamento di sfida nei confronti degli equilibri internazionali tipico della sua leadership. Dal rapimento di Maduro, presidente eletto di uno Stato sovrano, alle pressioni sulla Colombia, fino alle mire espansionistiche in Groenlandia.

Dietro queste azioni si celano interessi più profondi di quelli dichiarati pubblicamente dallo stesso Presidente e dalla sua amministrazione. Un intreccio di fattori economici, di sicurezza e di risorse alimenta i principali avvenimenti geopolitici, e il caso della Groenlandia lo illustra chiaramente. Nel contesto attuale, dove la parola “cooperazione” lascia ormai spazio a strategie non convenzionali, quali sono gli interessi degli Stati Uniti in Groenlandia e come intendono perseguirli?

La Groenlandia, ricoperta per l’80% dai ghiacci, è un territorio danese autonomo, ma non totalmente indipendente. Il rapporto tra le due entità si configura piuttosto come una co-dipendenza: la Groenlandia riceve circa 600 milioni di euro annui dal Regno di Danimarca, che a sua volta beneficia dell’estensione e centralità nell’Oceano Atlantico, mantenendo il controllo sulla politica estera e sulla difesa dell'isola.

Il territorio presenta caratteristiche che, anche prima di Trump, lo rendevano di particolare interesse per le maggiori potenze mondiali. Tra queste la Cina, che dall’inizio dello scorso decennio ha rivelato un crescente interesse, stipulando accordi con compagnie energetiche e minerarie operative sull’isola e acquisendo diritti su diverse miniere. Queste includevano principalmente terre rare e zinco, mentre i progetti sull’uranio furono bloccati dal divieto governativo del 2021.  Fu proprio in questo contesto che l’amministrazione americana si attivò per allontanare l’influenza cinese e stabilire la propria, con la riapertura della sede diplomatica di Nuuk, capitale della Groenlandia, nel 2020.

Tuttavia, l’interesse americano per la Groenlandia precede di gran lunga la rivalità con Pechino. Nel 1946 la Danimarca rifiutò un’offerta segreta di 100 milioni di dollari in oro, avanzata dagli Stati Uniti per l’acquisto della Groenlandia. L’offerta americana era motivata dalla posizione strategica dell’isola contro la nascente minaccia sovietica, ma il rifiuto fu immediato: Copenaghen, pur in difficoltà economiche post-belliche, riaffermò la sovranità storica sull’isola. Un accordo diverso ebbe luogo con il Trattato di Difesa del 1951, che garantì la presenza di basi americane permanenti senza cedere il territorio.

Se dunque Stati Uniti, e non solo, manifestano interesse per la Groenlandia da decenni, perché la questione si è riaccesa proprio ora? Il ritorno di interesse è conseguenza di un cambiamento cruciale che sta avendo luogo: quello climatico. Il fenomeno, che sconvolge innumerevoli equilibri naturali, accelera lo scioglimento dei ghiacci di cui la Groenlandia è per la maggior parte coperta: negli ultimi vent’anni si quantifica una perdita di circa 270 miliardi di tonnellate di ghiaccio l’anno. Una perdita allarmante, critica per l’innalzamento dei mari, ma che rivela un’opportunità unica per chi ha interessi strategici nella zona: l’affioramento di coste ricche di risorse naturali fino a prima inaccessibili.

Questa accessibilità emergente, nota da tempo ma ora concreta, sta innescando una vera e propria corsa all’oro (e non solo). Secondo le stime dello US Geological Survey, tra le principali fonti di interesse figurano riserve di terre rare per 1,5 milioni di tonnellate, petrolio pari al 13% delle riserve mondiali e gas naturale al 30%. Non mancano oro, minerali preziosi, rubini, diamanti e zinco: un tesoro naturale, fino a ieri protetto dai ghiacci che oggi si sciolgono.

La mappa delle Groenlandia: terre rare, gas e giacimenti di petrolio

Fonte: Quotidiano Nazionale

Gli effetti del cambiamento climatico nell’Artico si estendono anche oltre l’accessibilità delle risorse minerarie. La Groenlandia è infatti circondata da tre rotte commerciali marittime strategiche: la Rotta del Mare del Nord, il Passaggio Nord-Ovest e la Rotta Transpolare. Questi corridoi commerciali, già attivi attualmente, diventeranno sempre più navigabili con l’innalzamento dei livelli del mare, aggiungendo un ulteriore elemento strategico nel controllo dell’isola.

Mappa delle principali rotte marittime artiche: la rotta del Mare del Nord, il passaggio a Nord-Ovest e la rotta transpolare

Fonte: The Arctic Institute

Oltre alla loro rilevanza commerciale, già sufficiente per attirare l’interesse americano, tali rotte rivestono vitale importanza per la Russia. Mosca ne gestisce i traffici attraverso una massiccia presenza navale, con sottomarini e navi rompighiaccio. Si delinea così una posizione cruciale per la Groenlandia: economicamente per risorse e rotte commerciali, e militarmente per la centralità dell’isola nell’Artico.

Gli Stati Uniti non sono sprovvisti di presenza militare sull’isola, che ospita una delle più importanti basi NATO, la Pituffik Space Base (ex Thule), gestita dagli Americani e concessa proprio in seguito al Trattato di Difesa del 1951. Nonostante tale presenza consolidata, Trump sembra intenzionato ad espanderla ulteriormente, nell'ottica di contrastare l'influenza di Cina e Russia e di assicurarsi maggiori risorse. Tra le opzioni presentate dal Presidente ci sono l'acquisizione dell'isola dalla Danimarca, la sua annessione agli Stati Uniti, o un possibile intervento diretto dell’esercito americano.

L’approccio definitivo rimane incerto, potenzialmente calibrato su equilibri con Danimarca, Unione Europea e alleati NATO. Eppure, tra miniere colme di materiali critici, giacimenti petroliferi, navi militari e rotte commerciali, un aspetto essenziale rischia di essere sottovalutato: la Groenlandia e i suoi 57.000 abitanti, di cui l’88% Inuit, custodi di ecosistemi tra i più vulnerabili al mondo. La salvaguardia delle popolazioni autoctone, degli habitat artici e dei ghiacciai, fondamentali per la stabilità climatica globale, appare subordinata a interessi economici, politici e militari.

Per la Groenlandia come per il Venezuela, non è ancora chiaro fino a che punto gli Stati Uniti intendono spingere la loro espansione, e a quale prezzo per le popolazioni, gli ecosistemi e lo stesso equilibrio politico globale. La Groenlandia si è apertamente opposta alle dichiarazioni di Trump, giudicandole “inaccettabili”, ma la questione va ben oltre il singolo episodio diplomatico. In un Artico che si riscalda più rapidamente di qualsiasi altra regione del pianeta, sicurezza, risorse e cambiamento climatico si intrecciano in modo sempre più indissolubile. Questa crisi non riguarda solo i rapporti con Stati Uniti, Danimarca e altre potenze mondiali, ma il futuro stesso della governance artica. Resta da capire se questo fragile equilibrio evolverà verso la cooperazione internazionale o verso nuove tensioni geopolitiche.