Dopo le dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump a valle della cattura di Maduro, che prospettano la possibilità di ingenti investimenti delle compagnie petrolifere americane per rilanciare il settore petrolifero del Venezuela, l'attenzione globale è tornata su uno dei produttori di petrolio più ricchi al mondo, in termini di risorse possedute, ma operativamente limitati in termini di greggio prodotto.  I nodi da sciogliere, però, rimangono ancora molti: la politica sanzionatoria che grava sul paese da anni, la governance interna, il quadro giuridico in materia di idrocarburi e il futuro ruolo della compagnia petrolifera nazionale PDVSA.

Pertanto, qualsiasi valutazione seria sulla riapertura dell'industria petrolifera venezuelana deve essere fatta con realismo, perché se è vero che il potenziale geologico è innegabile, è altrettanto vero che tradurlo in una crescita sostenuta della produzione richiede chiarezza, stabilità e impegno a lungo termine.

Ad oggi, il Venezuela produce circa 1,1 milioni di barili al giorno (mil. b/g), ben al di sotto dei livelli storici, ma in recupero rispetto al minimo di 580.000 b/g toccati nel 2020, grazie a interventi di manutenzione, riattivazione di pozzi chiusi e interventi mirati a basso costo. Permangono, però, sfide strutturali profonde: infrastrutture obsolete, investimenti insufficienti, accesso limitato alla tecnologia e finanziamenti esterni ristretti.

Se guardiamo al passato, la storia petrolifera moderna del Venezuela riflette una straordinaria ricchezza di risorse ma altrettanto mutevoli quadri politici e istituzionali. La produzione di greggio ha raggiunto il picco di circa 3,5 mil. b/g nel 1970, posizionando il Paese tra i maggiori esportatori di petrolio al mondo. Lo shock petrolifero del 1973 innescò un forte calo della produzione e accelerò la nazionalizzazione, culminata nella costituzione della PDVSA nel 1976 sotto la presidenza di Carlos Andrés Pérez.

I primi decenni della PDVSA furono caratterizzati da solide performance tecniche e da partnership produttive con compagnie petrolifere internazionali. Durante gli anni '80 e '90, il capitale e le competenze straniere furono determinanti nel riportare la produzione a poco più di 3 mil. b/g entro la fine degli anni '90. A quel tempo, la produzione di greggio del Venezuela era più equilibrata, con il petrolio pesante che rappresentava circa il 30-40% della produzione, rispetto a quasi il 70% di oggi.

L'efficienza degli investimenti in quel periodo fu notevole. In termini dollari reali 2025, cumulativamente tra il 1980 e il 1999 sono stati spesi circa 81 miliardi di dollari, pari a circa 4 miliardi di dollari all'anno, sufficienti a portare la produzione da 1,5 mil. b/g a oltre 3 milioni di barili al giorno. Questo dà contezza della mole di investimenti necessaria per sostenere elevati livelli di produzione.

In particolare, un’analisi del settore suggerisce che riportare la produzione venezuelana a 3 mil. b/g è tecnicamente fattibile, ma richiede un elevato impiego di capitale e tempistiche lunghe. Il solo mantenimento degli attuali livelli di produzione richiederebbe circa 53 miliardi di dollari in investimenti upstream e infrastrutturali nei prossimi 15 anni. Senza questa spesa, si prevede che la produzione scenderà a circa 700.000 b/g entro il 2040.

Nel breve termine, sono possibili guadagni incrementali. Tra 300.000 e 350.000 b/g potrebbero essere ripristinati entro due o tre anni attraverso interventi di riqualificazione, riparazioni infrastrutturali e progetti selettivi a ciclo breve, con un fabbisogno di capitale stimato di circa 14 miliardi di dollari. Ciò porterebbe la produzione a 1,4 mil. b/g. Tuttavia, andare oltre tale livello richiederebbe un profilo di investimento sostanzialmente diverso.

Dalla metà degli anni '20 in poi, saranno necessari investimenti annuali sostenuti di circa 8-9 miliardi dollari, oltre alle spese di manutenzione, per stimolare la crescita. In uno scenario ottimistico ma tecnicamente fondato, la produzione potrebbe raggiungere i 2 mil. b/g entro l'inizio degli anni '30 e potenzialmente tornare a 3 mil. b/g entro il 2040 circa. Per raggiungere questo risultato sarebbero necessari investimenti totali nel settore petrolifero e del gas di circa 183 miliardi di dollari in un periodo di 15 anni, inclusi sia lo sviluppo upstream che ingenti spese per oleodotti, potenziamenti e altre infrastrutture di superficie.

È fondamentale che una parte significativa di questo capitale, stimato in 30-35 miliardi di dollari, venga utilizzato nei primi due o tre anni del ciclo di investimenti. Va da sé che gran parte dei capitali dovrebbe muovere dall’estero, poiché la sola capacità di finanziamento nazionale sarebbe insufficiente.

Il tempo è un vincolo fondamentale. Anche nello scenario in cui le sanzioni venissero revocate e le riforme venissero attuate rapidamente, il Venezuela non riemergerebbe come un importante produttore di energia a breve termine. Questo in ragione del fatto che molti dei progetti necessari per aumentare la produzione oltre i 2 mil. b/g comportano tempi di realizzazione lunghi e, con le attuali strutture di costo, richiedono prezzi del petrolio superiori a 80 dollari al barile per essere economicamente sostenibili.

Di conseguenza, un tetto massimo più realistico a medio termine per la produzione venezuelana potrebbe attestarsi tra i 2 e i 2,5 mil. b/g, con un ritorno a 3 milioni di barili al giorno più probabile verso la seconda metà degli anni '30. La possibilità di raggiungere tale livello, tuttavia, dipende dalle decisioni prese già da ora, in particolare per quanto riguarda la riforma legislativa, le condizioni di investimento e il processo di upgrading delle infrastrutture.

Per le compagnie petrolifere occidentali, i principali ostacoli al rientro sono politici piuttosto che geologici. Investimenti su larga scala sono improbabili senza cambiamenti radicali al quadro fiscale e giuridico del Venezuela. Condizioni fiscali competitive, strutture contrattuali moderne e meccanismi credibili per la risoluzione delle controversie sono requisiti minimi.

Ancora più fondamentale, una partecipazione internazionale significativa richiederebbe probabilmente modifiche costituzionali e legali che consentano alle aziende straniere di detenere la maggioranza delle attività petrolifere e del gas. Finché questo vincolo persisterà, si prevede che l'interesse degli investitori sarà limitato. La presenza continua di Chevron come partner di minoranza è ampiamente considerata un'eccezione piuttosto che un modello replicabile.

Oltre alle riforme formali, le aziende cercherebbero anche chiarezza sulla validità dei contratti, su una ristrutturazione di PDVSA, più disposta al commercio e alla risoluzione delle controversie arbitrali pendenti. Senza progressi su questi fronti, è probabile che la vasta base di risorse del Venezuela rimanga sottosviluppata nonostante il miglioramento dei fondamentali del mercato.

In conclusione, la potenziale riapertura dell'industria petrolifera venezuelana rappresenta uno degli elementi più impattanti sugli scenari a lungo termine dei mercati energetici globali. Il potenziale di crescita è sostanziale, ma lo sono anche i costi, i rischi e le tempistiche. Un ritorno a 3 mil. b/g è tecnicamente realizzabile, ma solo attraverso investimenti internazionali sostenuti, profonde riforme istituzionali e un orizzonte politico a lungo termine che vada oltre i cicli elettorali. La strada esiste. Se si possano creare le condizioni per percorrerla rimane la domanda decisiva.

La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione. La versione inglese di questo articolo è disponibile qui