Il 22 aprile è stato celebrato il 50° anniversario della Giornata Mondiale della Terra, quest'anno dedicata alla crisi climatica. La partecipazione ai vari eventi, rigorosamente online per via del lockdown, è stata massiccia, segno di una sempre maggiore sensibilità che proviene dal basso. Tuttavia, accanto ad una presa di coscienza collettiva serve uno sforzo da parte del mondo politico ed economico. Secondo Lei quali sono le direttive principali sui cui muoversi e le azioni da intraprendere per una risposta seria?

È stato ricordato da molti, da ultimo il 27 aprile sul New York Times dal Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, che Global warming may be far more dangerous than a pandemic” e che “la serie dei recenti eventi meteorologici estremi suggerisce che il clima sta cambiando molto più velocemente di quanto gli scienziati non avessero mai previsto in precedenza”. Niente di nuovo rispetto ai dati che la National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense aveva diffuso nei mesi scorsi segnalando: l’aumento delle emissioni e della concentrazione di CO2 in atmosfera a livelli oltre la “soglia di rischio”; i valori record raggiunti dalla temperatura media del pianeta dall’inizio del ‘900; l’intensificazione degli eventi climatici estremi e della variabilità climatica in tutti i continenti. Eppure, la connessione tra gli effetti globali di Covid-19 e i rischi del cambiamento climatico non può lasciare indifferenti.

Dobbiamo ripartire dal fallimento della Conferenza sul Clima (COP 25) di Madrid del dicembre scorso, che ha messo in chiara evidenza la difficoltà della comunità internazionale di mettere nero su bianco impegni vincolanti per la decarbonizzazione dell’economia globale. La COP 25, dopo la decisione di Trump di non ratificare l’accordo di Parigi, ha dovuto prendere atto che non sono risolti i nodi del conflitto tra le economie sviluppate, quelle emergenti e in via di sviluppo, nascosti sotto la coperta di un accordo politico diplomatico senza strumenti operativi efficaci. È evidente che la decarbonizzazione e la protezione del clima globale si intrecciano con la complessità delle “guerre commerciali” e della crescente conflittualità economica e politica a livello internazionale. Di conseguenza, nessuna COP potrà raggiungere risultati positivi se non ci sarà l’impegno delle grandi economie, sviluppate ed emergenti, per costruire un quadro di relazioni internazionali diverso da quello attuale basato sulla reciprocità degli impegni e su una “cooperazione competitiva”, ovvero sulla convergenza degli obiettivi pur nella competizione tra le diverse economie. Sembra un auspicio ingenuo e fuori dalla realtà, ma purtroppo l’emergenza climatica non sembra lasciare margini a soluzioni diverse.

Eppure sulla lotta al coronavirus sembra che sia più facile trovare un accordo…

Le due battaglie possono andare di pari passo. Le recenti conclusioni del G20 sull’emergenza Covid-19 possono indicare una direzione “The G-20 is committed to do whatever it takes to overcome the pandemic, along with the World Health Organization (WHO), International Monetary Fund (IMF), World Bank Group (WBG), United Nations (UN), and other international organizations, working within their existing mandates”. Ovvero l’emergenza climatica potrebbe essere discussa dal G20 con una procedura di urgenza, come peraltro suggerito dal direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva, per adottare misure condivise sia su una carbon tax a livello globale per favorire la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, sia sugli interventi urgenti per proteggere le zone vulnerabili del pianeta a cominciare dalle grandi megalopoli costiere.  A questo proposito, sempre sul New York Times del 27 aprile, gli esperti del Lamont-Doherty Earth Observatory hanno raccontato delle iniziative in corso per progettare le misure di difesa di New York City esposta come gran parte della costa orientale USA e della Florida all’innalzamento del livello del mare.

La Cina in questa pandemia sta facendo da apripista e tutti guardano a Pechino per capire cosa accadrà nel resto del mondo. In termini di emissioni climalteranti si è parlato addirittura di una diminuzione che ha toccato il 25% del totale. È credibile?

I dati indicano che fino alla fine marzo le emissioni di CO2 in Cina erano diminuite di oltre il 25% rispetto allo stesso periodo del 2019. Allo stesso modo, i dati da satellite hanno messo in evidenza una riduzione della concentrazione di ossidi azoto oltre il 35%. I dati della Cina non sono diversi da quelli registrati durante il lockdown a New York o nella pianura padana, perché è evidente che la riduzione drastica dei consumi di energia e di combustibili fossili ha gli effetti osservati. È prevedibile che nel breve periodo le misure di stimolo per la ripresa dell’economia dopo il post Covid-19 avranno l’effetto di “recuperare” in parte le emissioni ridotte nei primi mesi dell’anno.

È quel che è successo in Cina?

In Cina, rispetto al 2019, la riduzione delle emissioni dopo la ripresa delle attività è scesa dal 25% al 18%. Tuttavia, poiché tale ripresa, come previsto dal Fondo Monetario Internazionale, non sarà comunque veloce e tale da recuperare i valori pre-crisi, possiamo aspettarci una riduzione importante delle emissioni globali di CO2 alla fine del 2020. Ma questo non deve consolarci, perché non possiamo associare l’obiettivo della riduzione delle emissioni alle crisi economiche, al contrario la lezione del Covid-19 deve sollecitare politiche innovative per associare crescita a decarbonizzazione. La Cina ha già adottato robuste politiche e misure di medio-lungo periodo verso la decarbonizzazione e l’economia circolare. Tuttavia è difficile che il colosso asiatico, da solo e in un contesto di accentuata competitività, possa confermare queste politiche. È altrettanto difficile che anche l’Europa, nonostante il Green Deal approvato dal Parlamento Europeo a gennaio, possa confermare gli stessi obiettivi e le stesse misure. La situazione quasi speculare di Europa e Cina suggerisce che le due economie, sulla base del lavoro già consolidato insieme nel decennio precedente, possano cooperare per dare continuità ai programmi già avviati sia al proprio interno che nell’ambito della collaborazione bilaterale, dando così concretezza alle strategie ed alle politiche economiche ed energetiche che sono alla base della programmazione pre Covid-19 dei due. Europa e Cina insieme possono indicare la strada alla comunità internazionale, e a questo fine potrà avere un ruolo strategico a livello globale il prossimo summit bilaterale di Lipsia.

A proposito di Europa, prima della pandemia il Vecchio Continente con il Green Deal puntava ad emissioni zero al 2030 mentre allo stesso orizzonte temporale la Cina fissava il target delle rinnovabili al 35% della generazione elettrica. Quale sarà il destino di questi ambiziosi obiettivi?

Green deal non è un documento di politiche ambientali, ma bensì un impegnativo e innovativo programma di politica economica a medio (2030) e lungo (2050) termine che “internalizza” l’obiettivo della sostenibilità e della decarbonizzazione in tutte le politiche di settore con la previsione di regole e misure finalizzate:

  • al pieno impiego delle soluzioni a basso contenuto di carbonio già disponibili,
  • all’innovazione delle tecnologie nella produzione-distribuzione e usi finali dell’energia,
  • alla trasformazione delle attività industriali e dei modelli di consumo verso l’economia circolare,
  • a sistemi di fiscalità europei per spostare la tassazione dal lavoro al degrado ambientale ed all’impiego delle risorse naturali,
  • all‘istituzione di fondi pubblici e alla facilitazione di fondi privati per la decarbonizzazione con la contestuale revisione della missione della Banca Europea degli Investimenti,
  • all’obbligo degli Stati Membri di orientare i bilanci annuali verso lo sviluppo sostenibile,
  • al rafforzamento della cooperazione economica e tecnologica internazionale per la decarbonizzazione dell’economia globale.

Green Deal prevede investimenti aggiuntivi annuali nel periodo 2020-2030 pari a 260 miliardi €, come volano sia per la modernizzazione e digitalizzazione “sostenibile” del sistema produttivo europeo, sia per associare la crescita economica dell’Europa alla creazione di nuove imprese e nuovi lavori. In questo quadro sono previsti l’obiettivo della riduzione del 40% delle emissioni di CO2 entro il 2030, ed emissioni zero entro il 2050. Ovvero la decarbonizzazione è la linea guida dello sviluppo dell’economia europea, e la riduzione delle emissioni è una conseguenza delle politiche per la crescita e non un vincolo .

 Se Green Deal dovesse essere fermato o rallentato, non solo e non tanto gli obiettivi di riduzione delle emissioni non saranno sostenibili ma sopratutto verrà a mancare l’unico programma di politica economica europea oggi “sul tavolo”, con la conseguente mancanza di una visione strategica e di strumenti comuni per la crescita. Se poi guardiamo alla nuova strategia climatica europea con una “lente globale”, le indicazioni in essa contenute possono essere incrociate con quelle delle politiche e misure adottate dalla Cina e indicate anche da molti degli Stati degli USA. In questa prospettiva il Green Deal può essere l’infrastruttura di una piattaforma globale per la decarbonizzazione, e la partnership con la Cina potrebbe essere il primo passo. Questa è la grande scommessa.