Tra tutti i grafici proposti annualmente dall’AIE nel suo World Energy Outlook ce n’è uno che rappresenta, per dirla con Nietzsche, “l’eterno ritorno dell’uguale”. Cambiano le stagioni, ma il grafico ritorna più o meno identico: è quello che confronta le emissioni del New Policies Scenario – da quest’anno ribattezzato Stated Policies Scenario (SPS) – con quelle del Sustainable Development Scenario. In parole semplici, si confronta “ciò che è” con “ciò che dovrebbe essere”, ovvero il “dove stiamo andando” con il “dove dovremmo andare”. Quest’anno il “dove stiamo andando” è rappresentato da un Sustainable Development Scenario (SDS) che implica un incremento di temperatura tra 1,8°C e 1,65°C e che garantisce cooking facilities pulite e accesso universale all’elettricità. Nel WEO 2019, il confronto tra lo Stated Policies Scenario e l’SDS è proposto nella seguente figura:

Emissioni di CO2 relativa all’energia e riduzione per fonte nello Scenario Sviluppo Sostenibile

Fonte: OECD/IEA 2019 World Energy Outlook, IEA Publishing. Licence: www.iea.org/t&c

Ciò che emerge è che la distanza tra i due scenari è abissale: al 2050 ci sarebbero circa 26 miliardi di tonnellate di CO2 di troppo: 36 contro 10. In altri termini, le emissioni associate alla traiettoria corrente sarebbero il 360% di ciò che dovrebbero essere. Ovvero, la riduzione richiesta per portare le emissioni tendenziali a livello di quelle ottimali sarebbe pari a circa il 72%. Le cifre sono da capogiro perché ciò che il grafico dice è che, in una trentina di anni, occorre tagliare le emissioni di quasi 3/4, laddove esse oggi crescono.

Vediamo meglio: negli ultimi tre anni – 2017, 2028, 2019 – le emissioni di anidride carbonica sono cresciute rispettivamente del 2,1%, 1,5%, 0,6%, mentre dal prossimo anno in poi dovrebbero, magicamente, cominciare a ridursi a un tasso medio annuo intorno al 4,4%. Si tratta di passare da una storia in cui le emissioni lievitano a un tasso medio annuo di circa l’1,3% (2007-2018) a un futuro in cui esse decrescono a un tasso più che triplo. E’ credibile questo cambio di passo? Riteniamo di no, e la serie storica delle emissioni avvalora questa ipotesi. E’ verosimile che anche il prossimo anno il grafico sopra citato venga riproposto, con l’aggravato onere di ridurre le emissioni future a velocità accresciuta. Ogni anno che passa, infatti, si riduce la finestra temporale che ci separa dalla deadline e, conseguentemente, occorre accelerare nella riduzione delle emissioni.

Questo il quadro delineato dall’AIE. Fosco nella descrizione dello sforzo richiesto, possibilista nell’indicazione delle vie percorribili: come mostra il grafico, è possibile ridurre le emissioni con un mix di strumenti, 2/3 dei quali sono rappresentati dall’espansione delle rinnovabili e dai miglioramenti di efficienza energetica. A questo punto, le reazioni possibili sono tre: dire che siamo su una traiettoria sbagliata che va invertita al più presto perché è possibile farlo; dire che non siamo in grado di farlo perché lo sforzo è al di là dell’umana capacità, soprattutto decisionale; dire che … l’AIE sbaglia. Ed è questo, più o meno, che è accaduto quest’anno. Una prima lettera critica era stata inviata all’Agenzia di Parigi ad aprile, una seconda a novembre, sottoscritta da 65 aziende, istituti, personalità tra i quali è possibile citare Allianz, Zurich Insurance Group, Orsted, e la ex Executive Secretary della UNFCCC Christiana Figueres. L’AIE è stata criticata essenzialmente per tre ragioni: per proporre uno scenario SDS (Sustainable Development Scenario) non sufficientemente aggressivo, in grado di contenere l’incremento di temperatura entro 1,5°C e condurre a emissioni nette pari a zero entro il 2050 (e non entro il 2070); per non dare sufficiente visibilità a tale scenario SDS che, secondo gli estensori della lettera, dovrebbe essere lo scenario centrale del WEO; perché, depotenziando lo scenario SDS - sia nel contenuto che nella visibilità - influenzerebbe negativamente gli investimenti in virtù dell’autorevolezza della sua voce, diffondendo una sorta di profezia che si auto avvera.

Alla prima lettera, l’Executive Director dell’AIE Fatih Birol aveva risposto sottolineando tutto l’impegno dell’Agenzia in favore della decarbonizzazione e come “the Sustainable Development Scenario is fully aligned with the Paris Agreement’s goal of holding the increase in the global average temperature to well below 2°C above pre-industrial levels and pursuing efforts to limit the temperature increase to 1.5°C. In fact, it is more ambitious than most other “well-below 2°C scenarios: emissions in 2040 lie well within the emissions envelope of scenarios that project a temperature rise below 1.5°C in 2100”. Il maggior grado di ambizione dello scenario SDS nel WEO 2019 era stato sottolineato dalla stessa Laura Cozzi, Chief Energy Modeler dell’Agenzia, di fatto la persona che sovrintende all’intera modellistica dell’AIE

Chi ha ragione? L’AIE ha davvero una parte di responsabilità nella questione climatica poiché – come affermano gli autori della lettera – “the WEO can become a self fulfilling prophecy”? La comunicazione dell’AIE ha davvero tanto potere da poter spostare miliardi di dollari di investimento verso le rinnovabili semplicemente enfatizzando l’SDS? Ci piacerebbe che fosse così ma temiamo che le cose stiano diversamente e che abbia ragione David Turk, Head of the Strategic Initiatives Office della IEA, quando afferma “a lot of times people want to believe there's some simple lever that you push: change the IEA and the world will be better. Non solo: l’AIE non è accusabile di sottostimare la gravità della situazione poiché ha più volte sottolineato che siamo su una traiettoria errata e i rischi insita in essa. Nel WEO dello scorso anno ha esplicitamente affermato, nell’executive summary, che il trend delle emissioni rappresenta “a major collective failure, mentre nell’edizione di quest’anno ha evidenziato come “the Paris Agreement and domestic energy policy plans fail to bring about the rapid, far-reaching changes required to avert dangerous and irreversible changes in the global climate system” (WEO 2019, pag. 96). Ma i target che i paesi hanno assunto nel Paris Agreement non sono altro che lo Stated Policies Scenario della IEA, e questo scenario porta a un eccesso di 26 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2050. Cosa dovrebbe fare l’AIE, velare questo scenario - che è figlio di quanto i paesi si sono impegnati a fare - e dare risalto solo all’SDS? Rovesciare la realtà e affermare che uno scenario normativo – ciò che dovrebbe essere – quale l’SDS è in realtà positivo e rappresenta la tendenza in corso? Ammesso e non concesso che una finzione del genere fosse possibile, siamo sicuri che gli investimenti, come per magia, si sposterebbero? Non stupisce che in un’epoca nella quale, quotidianamente, la forma obnubila il contenuto e il significante surclassa il significato, si riponga così tanta fiducia in un cambio di strategia comunicativa. Ma ci permettiamo di dire che, in questo caso, la realtà se ne infischia della comunicazione e va per la sua strada. E ciò accade perché essa, oggi, è intrinsecamente carbonica e il processo di depurazione dal carbonio è lungo, faticoso e soprattutto doloroso.

E’ presumibile che la critica all’AIE non sia altro che un riflesso dello sconforto per una transizione energetica che procede con lentezza esasperante. Riteniamo, tuttavia, che la questione chiave da porsi concerna i contenuti degli scenari dell’Agenzia di Parigi, più che il modo in cui essi vengono veicolati. Sono essi sbagliati? L’AIE vive in una sua realtà parallela che depotenzia il cammino verso una decarbonizzazione totale? Questa è la domanda da porsi. E’ sbagliata l’ipotesi che nel 2050 la traiettoria implicita nei target di Parigi – peraltro fino ad oggi disattesi – conduca a un livello di emissioni che è il 360% del necessario? Se così fosse, saremmo autorizzati a dire che l’AIE sta sbagliando, ma non ci sembra che sia così. E’ sufficiente riferirsi a una qualsiasi pubblicazione che confronti i diversi scenari di CO2 proposti a livello internazionale per rendersi conto che prescindendo dagli scenari normativi che descrivono un futuro auspicabile - come, ad esempio, lo stesso SDS - le emissioni sono destinate a crescere ancora per diversi anni. La maggior parte degli scenari collocano il picco del carbonio dopo il 2025, tra il 2030 e il 2040  (si veda E. Di Giulio-S. Migliavacca, in Energia 3/2019). E’ vero che lo Stated Policies non mostra segni di picco fino al 2050 ma esso - lo ripetiamo - non è altro che l’esplicitazione dei target insiti nell’accordo di Parigi. E’ Parigi, dunque, che non è sufficiente. I target devono essere migliorati e questo è previsto dall’architettura dello stesso Paris Agreement. Che si riesca a farlo è però tutt’altro che certo. Come è tutt’altro che certo che i paesi, se anche dichiarassero obiettivi più ambiziosi, sarebbero poi in grado di rispettarli. Fino ad oggi, a quattro anni dall’accordo di Parigi, non è stato così: le emissioni anziché diminuire - come era stato dichiarato - sono cresciute.

Certo, verrà un giorno in cui la crescita esponenziale delle rinnovabili spiazzerà i fossili e si entrerà realmente in una nuova era dell’energia pulita. Ma quel tempo non è ancora prossimo, o perlomeno non è prossimo quanto dovrebbe essere. E nella questione climatica - non lo si ripeterà mai a sufficienza - il tempo è tutto. Dopo quasi trent’anni di negoziazioni sul clima le emissioni continuano a crescere, segno che la forza del carbonio è fino ad oggi maggiore di qualsiasi strategia di decarbonizzazione. Sapiens apre tavoli, negozia e parla – indefessamente. Non potrebbe fare altrimenti, perché l’accordo passa attraverso la parola. Ma la parola così come concepita oggi - nell’ambito di negoziazioni che coinvolgono un paio di centinaio di paesi - prosciuga tempo, e il tempo non c’è. La vicenda ricorda quella di Venezia e del Mose. A lungo si è discusso di quest’opera: tanto a lungo che quando la piena tanto temuta è arrivata, l’opera non era pronta. Ecco, nel caso del clima si rischia qualcosa del genere, elevato a un esponente a due-tre cifre. Qui, infatti, la piena non sarà marea transitoria, ma irreversibile.

Nota: Le opinioni espresse in questo articolo sono dell’autore e non vanno ascritte all’azienda nella quale egli lavora.