Come ben sappiamo, negli ultimi anni il termine "sostenibilità" è diventato uno degli asset comunicativi più utilizzati (e abusati) dalle aziende. Questa grande esposizione ha generato un maggiore rischio di utilizzo scorretto del termine, nonché di diluizione del suo significato, anche a livello operativo. Quando la comunicazione corre più veloce della sostanza, infatti, si entra nel territorio del greenwashing, con conseguenze non solo legali, ma anche di rallentamento nel percorso di transizione sostenibile della nostra economia. Esistono però delle strategie per mitigare questi rischi. In particolare, oggi parleremo di uno strumento, nato con tutt'altro scopo, che può rivelarsi una delle difese più efficaci contro questo fenomeno: la Tassonomia UE.

Prima di approfondire la relazione tra il greenwashing e la tassonomia, è importante chiarire di cosa stiamo parlando. Con greenwashing si intende quella pratica, intenzionale o frutto di superficialità, con cui un'organizzazione attribuisce a sé stessa, ai propri prodotti o alle proprie attività meriti ambientali non corrispondenti a quelli reali. Si manifesta in molte forme: claim vaghi e non dimostrabili, enfasi su un singolo aspetto virtuoso per distogliere l'attenzione da impatti ben più rilevanti, etichette auto-dichiarate e prive di verifica indipendente, promesse di neutralità climatica fondate unicamente sulla compensazione delle emissioni.

Il danno del greenwashing non è solo reputazionale per chi lo commette. È sistemico: se il mercato non riesce a distinguere ciò che è realmente sostenibile da ciò che lo è solo nella narrazione, viene meno la capacità stessa di premiare le aziende virtuose, e con essa l'incentivo a investire seriamente nella transizione e a ottenere risultati concreti.

La Tassonomia UE (Regolamento UE 2020/852), invece,  è un sistema di classificazione che stabilisce, con criteri scientifici e uniformi a livello europeo, quali attività economiche possono essere considerate ecosostenibili. Piuttosto che un semplice marchio o un mezzo pubblicitario, tale regolamentazione introduce un vocabolario condiviso per identificare con precisione ciò che rappresenta un effettivo contributo alla sostenibilità ambientale.

La Tassonomia individua sei obiettivi ambientali lungo i quali si declinano i contributi effettivi. Questi obiettivi sono: la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’adattamento ai cambiamenti climatici, l’uso sostenibile delle risorse idriche e marine, la transizione verso un'economia circolare, la prevenzione e riduzione dell'inquinamento e la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

Affinché un'attività sia considerata allineata alla tassonomia, e quindi “eco-sostenibile”, non basta che generi un beneficio, anche misurato. Il Regolamento prevede che tale attività debba soddisfare una struttura di requisiti articolata e cumulativa. In particolare, le aziende che dichiarano un certo grado di allineamento delle proprie attività alla Tassonomia devono dimostrare che tali attività:

  1. forniscono un contributo sostanziale ad almeno uno dei sei obiettivi sopra citati;
  2. non arrecano un danno significativo a nessuno degli altri (secondo il principio del Do No Significant Harm);
  3. rispettano le garanzie minime di salvaguardia sociale e di governance.

Per dimostrare ciò, le aziende devono soddisfare i criteri di vaglio tecnico previsti per le attività individuate come potenzialmente allineate, e poi calcolare quale percentuale di Ricavi, CapEx ed OpEx sono ricavati o dedicati a tali attività. È un percorso esigente proprio perché i criteri sono numerosi, stringenti e poliedrici, toccano insieme la dimensione ambientale, sociale e gestionale e richiedono prove documentali estensive.

Il valore della Tassonomia nel contrastare il greenwashing si gioca su un'inversione dell'ordine logico che troppo spesso caratterizza la comunicazione ambientale. Svolgere un’analisi tassonomica consente in primo luogo a un'azienda di comprendere quali delle proprie attività e quali dei propri flussi di ricavo contribuiscono effettivamente a obiettivi di sostenibilità. È un esercizio di conoscenza interna, ancor prima che di racconto esterno: l'organizzazione è chiamata ad analizzare il proprio modello di business attraverso una lente oggettiva, individuando con precisione dove la sostenibilità è agita e misurabile e dove invece è ancora assente o semplice aspirazione.

L’azione migliorativa e la comunicazione, in questa prospettiva, diventano una conseguenza naturale e non il punto di partenza. Si comunica ciò che si è prima svolto e dimostrato.

Sta proprio qui il punto decisivo. Dimostrare l'allineamento alla Tassonomia è un percorso complesso, certo, ma è esattamente questa complessità a renderlo solido. Quando un'azienda riesce a dimostrare che una determinata attività è allineata, lo fa avendo superato un vaglio tecnico verificabile e ancorato a soglie precise. La comunicazione relativa a quelle attività risulta, di conseguenza, sostanzialmente "greenwashing-proof", poiché si poggia su un impianto di criteri che qualsiasi terzo può verificare.

Sarebbe però un errore concludere che un'azienda possa comunicare in materia di sostenibilità solo ciò che è allineato alla Tassonomia. Le imprese fanno, legittimamente, comunicazioni anche su attività, prodotti o miglioramenti che non rientrano nel perimetro tassonomico, e che non per questo sono privi di valore.

In questi casi, quando viene a mancare l'ombrello protettivo dei criteri tassonomici,  le garanzie da fornire per non incorrere nel greenwashing sono quelle definite dalla normativa di recepimento della direttiva europea sui green claims. In Italia il riferimento è il D.Lgs. n. 30/2026, che ha recepito la direttiva (UE) 2024/825 aggiornando il Codice del consumo. Il decreto è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 9 marzo 2026 e le sue disposizioni sono entrate in vigore il 24 marzo 2026.

Le regole che ne derivano sono nette. L'uso di termini generici come "eco", "green" o "rispettoso dell'ambiente" è vietato se non accompagnato da prove dell'eccellenza delle prestazioni ambientali pertinenti all'affermazione. Non è più ammesso dichiarare un prodotto a impatto climatico neutro o ridotto basandosi unicamente sulla compensazione delle emissioni. E non si può vantare la sostenibilità di un intero prodotto se il beneficio riguarda solo una sua parte minima. Il presidio è affidato all'AGCM, con sanzioni che possono arrivare fino a un massimo di 10 milioni di euro e con la possibilità di imporre l'obbligo di rettifica delle comunicazioni fuorvianti.

In altre parole: dentro il perimetro della Tassonomia, è la dimostrazione dell'allineamento a garantire la solidità del claim; fuori da quel perimetro, è il rispetto dei requisiti di prova, precisione e verificabilità imposti dalla normativa green claims a tenere la comunicazione al riparo dal greenwashing. Si tratta di due strade diverse che però condividono lo stesso fondamento: nessuna asserzione è legittima (e costruttiva per il percorso di transizione) senza una messa a terra della sostenibilità sul campo e senza dati certi a supporto.

C'è infatti un filo rosso che lega questi due piani: sia l'allineamento tassonomico sia la conformità ai requisiti sui green claims non sono operazioni che si possono costruire senza la presenza di un lavoro a monte.

Una comunicazione trasparente e motivata da basi solide è, in fondo, il riflesso di una gestione della sostenibilità altrettanto solida e strutturata. Non si può comunicare con rigore ciò che non si è prima misurato, governato e migliorato. E proprio questa gestione seria e strutturata è il modo credibile con cui le aziende possono affrontare le sfide di sostenibilità che caratterizzano il nostro tempo, contribuendo concretamente a generare soluzioni.

La Tassonomia, da questo punto di vista, è uno strumento solido per affrontare e comunicare la transizione, creando un valore aziendale che è resiliente, generativo e condiviso. Le aziende che desiderano cogliere questa opportunità, sapranno anche dimostrare che la comunicazione più efficace è proprio quella che non teme di essere verificata.