Crollano i prezzi del greggio e del gas, l’OPEC limita la produzione, i progetti di gas naturale liquefatto (GNL) nel mondo si bloccano, ma il Qatar annuncia che la sua offerta di GNL non diminuirà. “Assolutamente no ai tagli alla produzione” ha infatti annunciato il ministro dell’energia qatarino Saad al-Kaabi nelle scorse settimane. Una scelta che può apparire azzardata: normalmente in situazioni di eccesso di offerta, si tende a limitare la produzione. Ma il Qatar non rientra nella categoria di “normalità” quando si tratta di gas naturale liquefatto. Come si spiega questa scelta?

La crisi scatenata dalla pandemia che stiamo vivendo non ha risparmiato il gas naturale né tantomeno il GNL i cui prezzi sono diminuiti in maniera significativa, seppure il crollo non sia stato repentino e verticale come il greggio. La dinamica alla base del calo è tra le più semplici: diminuisce la domanda, l’offerta aumenta e il prezzo si riduce.       

Dopo una prima contrazione dei prezzi del GNL in febbraio, dovuto alla riduzione della domanda in Cina a seguito della chiusura delle attività produttive, i prezzi sono tornati leggermente a risalire,  sulla scia di un certo interesse all'acquisto. Ma da fine marzo, con l’acuirsi della pandemia, la sua diffusione a livello globale e l’inizio del lockdown in India (il terzo paese al mondo per importazione di GNL), si assiste a una nuova brusca diminuzione.

All’inizio di aprile, secondo Reuters il prezzo medio del GNL per la consegna di maggio nel Nord-Est asiatico si è attestato a 2,30 dollari per milione di unità termiche britanniche (doll/MBtu), in calo di 50 centesimi rispetto alla settimana precedente. A fine maggio le quotazioni si sono spinte anche sotto i 2 (doll./MBtu).

In Europa, la situazione dei prezzi del gas sembra ancora più critica e nelle ultime settimane si è iniziato a parlare addirittura della probabilità di corsi negativi, visto il calo della domanda e considerato che i siti di stoccaggio sono ormai quasi pieni.

Stando agli esperti del Boston Consulting Group questo crollo dei prezzi ha due conseguenze, una nell’immediato e una nel lungo termine. Nell’immediato, i produttori di GNL devono far fronte a prezzi bassi e alla potenziale cancellazione dei carichi da parte degli acquirenti che invocano clausole di forza maggiore. Nel lungo termine, il permanere di quotazioni basse del petrolio, a cui in parte i prezzi del GNL sono indicizzati, combinato con l'eccesso di offerta di GNL, potrebbe inasprire l’oversupply e deprimere ulteriormente i prezzi. Ciò renderebbe molto più complesso il finanziamento di nuovi progetti per l’aumento della capacità produttiva di GNL, che si giustifica spesso sulla base di contratti a lungo termine.

In questa situazione di crisi, le notizie di ritardi e posticipi di progetti di GNL si sono moltiplicate. Emblematico è il caso di Royal Dutch Shell, che a marzo ha abbandonato il progetto GNL “Lake Charles” in Louisiana. Altri rinvii sono stati annunciati in Canada, Australia, Mozambico, Nigeria e Papua Nuova Guinea.

Al momento si tratta solo di posticipazioni di nuovi progetti o di espansione di impianti esistenti, e quindi non di limitazione della produzione. Tuttavia, secondo alcuni analisti del settore, una contrazione dell’output produttivo non è da escludere specialmente negli USA, dove lo sfruttamento dello shale gas sta diventando sempre più improduttivo a causa di alti costi di produzione e di trasporto, che rendono i produttori nordamericani meno competitivi e più sensibili al crollo del prezzo di vendita.

L’opzione del taglio produttivo, così come avvenuto all’interno dell’OPEC per il petrolio, non sembra però “assolutamente” contemplabile per il Qatar, come si evince dalle parole perentorie del suo ministro degli affari energetici Saad al-Kaabi. È questo è giustificato in ragione dei bassi costi di produzione di GNL nell’Emirato che lo rendono competitivo rispetto ad altri paese produttori, messi all’angolo da prezzi di vendita troppo bassi e costretti a interrompere e disinvestire in progetti futuri.

Nelle ultime settimane il ministro dell’energia ha fatto sapere addirittura che non solo la  produzione non diminuirà, ma che il Qatar ha intenzione di abbassare i costi di produzione del 30%. D’altra parte, per un paese come il Qatar che fino a pochi mesi fa vantava il titolo di primo esportare di GNL al mondo - da gennaio secondo solo all’Australia - diminuire oggi la produzione del suo principale prodotto da esportazione, significherebbe ridurre considerevolmente le entrate del governo, già compromesse da bassi prezzi del GNL e consentirebbe all'Australia di sottrargli nuove quote di mercato.

Ragioni sufficienti per non far demordere l’Emirato, che al contrario prevede un incremento della produzione: da 77 milioni a 110 milioni di tonnellate all’anno entro il 2025 e da 110 a 126 entro il 2027 grazie all’espansione rispettivamente dei giacimento North Field est e North Field Sud. A sostegno della sua scelta le trattative con le major straniere che verranno impegnate nell’attività di espansione e il recente accordo monumentale (da 3,01 miliardi di dollari) tra la Qatar Petroleum e la consociata della China State Ship Corporation, Hudong-Zhonghua Shipbuilding Group, che riserva al colosso cinese una quota della costruzione di metaniere fino al 2027, anno in cui è prevista la fine di espansione per North Field.

Sembra quasi che l'attuale destabilizzazione dei prezzi degli idrocarburi abbia offerto al Qatar un'opportunità per riaffermare la sua posizione dominante nella gerarchia del GNL. Le sue scelte, così ambiziose, non appaiono però ingiustificate, ma al contrario, rientrano in una strategia energetica del tutto razionale, in linea con la sua politica economica. D’altronde, anche se lo scenario di breve e medio termine risulta incerto, è verosimile supporre che sul lungo periodo i fondamentali di domanda e offerta non verranno stravolti del tutto e che la richiesta di GNL torni a crescere. A quel punto contare su una maggiore capacità produttiva farà la differenza in termini di contratti sottoscritti.