Il 17 luglio 2026 la Commissione europea ha presentato la proposta di revisione del sistema di scambio delle quote di emissione (EU Emissions Trading System, ETS), aprendo una nuova fase del dibattito sul futuro del carbon pricing europeo. La proposta arriva al termine di un confronto tra Stati membri, divisi tra chi chiede maggiore flessibilità per tutelare la competitività industriale e chi, viceversa, considera ambizione climatica e decarbonizzazione come leve fondamentali per la crescita. Entrambe le posizioni rivendicano interessi di competitività e resilienza; la divergenza si concretizza sulle modalità con cui attuare e gestire i pilastri su cui regge il sistema.

L’ETS è il principale strumento europeo di riduzione delle emissioni basato su meccanismi di mercato. Il sistema funziona secondo il principio del cap-and-trade: viene fissato un tetto (cap) alle emissioni dei settori interessati e le imprese ricevono o acquistano quote (allowances) corrispondenti alle proprie emissioni. Chi emette meno del previsto può vendere le quote inutilizzate; chi supera la propria quota allocata deve invece acquistarne di ulteriori. La progressiva riduzione del cap, seguendo il Linear Reduction Factor (LRF), abbassa il numero di quote disponibili nel tempo e attribuisce un valore economico alla CO₂, incentivando investimenti in efficienza, elettrificazione e tecnologie a basse emissioni. L’ETS copre circa il 40% delle emissioni di gas serra dell’UE e interessa, tra gli altri, generazione elettrica, industria energivora, aviazione intraeuropea e trasporto marittimo; l’ETS2 è destinato a estendere il sistema a edifici, trasporto stradale e altri combustibili.

È proprio sul grado di flessibilità da attribuire a questo meccanismo che si è delineato il confronto tra due posizioni. Da una parte, dieci Stati membri —Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia — hanno chiesto una revisione dell’ETS «pragmatica e equa», più attenta a competitività, prezzi dell’energia, sicurezza e resilienza industriale. Dall’altra, cinque Paesi - Danimarca, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia, poi affiancati da Paesi Bassi, Germania, Lussemburgo e Slovenia -, in una lettera congiunta hanno sostenuto che «l’accesso limitato dell’Europa alle risorse fossili e la sua esposizione alle pressioni geopolitiche rendono la decarbonizzazione un imperativo economico» e che un ETS robusto e prevedibile costituisca una componente essenziale della strategia di competitività e di trasformazione industriale europea.

In concreto, il primo fronte chiedeva una traiettoria di riduzione del cap più aderente rispetto alle attuali condizioni industriali e tecnologiche europee. Secondo stime dell’European Environment Agency (EEA), se l'attuale fattore di riduzione lineare dovesse rimanere invariato dopo il 2030, il tetto massimo delle emissioni nell'ambito dell'EU ETS raggiungerebbe lo zero prima del 2040. I dieci Paesi ritengono che l’attuale traiettoria possa aumentare il rischio di delocalizzazione industriale e proponevano di correggerne il percorso, avvicinandone l’orizzonte al 2050 per dare maggiore spazio di manovra alle industrie.

La posizione dei Paesi firmatari della lettera congiunta parte invece dalla premessa che decarbonizzazione e competitività siano leve complementari. Ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, rafforzare l’energia pulita prodotta in Europa e mantenere un segnale di prezzo stabile e di lungo periodo sarebbero condizioni per aumentare resilienza, autonomia e capacità industriale. L’obiettivo condiviso è di preservare l’integrità e la prevedibilità dell’ETS, evitando interventi strutturali.

La distanza emerge poi con particolare chiarezza sulle quote gratuite. I dieci Paesi chiedevano di limitare la condizionalità generale delle free allowances alle imprese che avessero assunto ulteriori impegni di decarbonizzazione e, nei settori interessati dal Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), di sospenderne il phase-out finché il nuovo strumento non avesse dimostrato la propria efficacia.

I cinque Paesi sostenevano, invece, il progressivo superamento delle quote gratuite, considerato necessario per incentivare concretamente l’industria alla transizione, pur mantenendo un CBAM efficace nel contrastare il carbon leakage e nel mantenere condizioni di concorrenza comparabili per le imprese europee.

Il fronte dei dieci chiedeva, inoltre, maggiore flessibilità nell’applicazione dell’ETS, tenendo conto delle specificità nazionali legate, tra l’altro, al mix energetico e alle condizioni economiche. La richiesta riguardava anche l’ETS2, ritenuto particolarmente sensibile per gli effetti sui costi energetici delle famiglie vulnerabili, oltre agli aspetti relativi ad aviazione e trasporto marittimo. I Paesi firmatari della lettera, pur concentrandosi soprattutto sull’architettura generale del sistema, ponevano invece l’accento sulla necessità di preservare un quadro climatico-energetico integrato e prevedibile.

La proposta del 17 luglio si colloca tra le due impostazioni: mantiene l’ETS come strumento centrale della decarbonizzazione, ma introduce una serie di correttivi che ne aumentano la flessibilità e rafforzano il collegamento con la politica industriale.

Il punto più rilevante riguarda la traiettoria del cap: il fattore di riduzione lineare passerebbe dal 4,4% attuale al 3,7% nel periodo 2031-2035 e all’1,7% dal 2036, con la possibilità di utilizzare crediti internazionali. In questo scenario, la riduzione netta sarebbe dell’85% tra 2036 e 2040; tuttavia, qualora i crediti non fossero disponibili in misura adeguata, nel 2036 il LRF si assesterebbe automaticamente al 2,7%, riallineando il sistema a una riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040.

Introducendo una maggiore flessibilità nella traiettoria e consentendo un ricorso più ampio a strumenti esterni al solo abbattimento domestico delle emissioni, la proposta della Commissione incontra alcuni punti avanzati dal fronte critico. Non recepisce, tuttavia, la richiesta di spostare l’orizzonte dell’ETS verso il 2050, e mantiene il riferimento al target europeo di riduzione netta del 90% entro il 2040.

Accanto alla revisione del LRF, la proposta interviene inoltre sulla Market Stability Reserve (MSR), il meccanismo che regola la quantità di quote effettivamente disponibili sul mercato. Dal 2028 il tasso di assorbimento della MSR viene ridotto dal 24% al 12%, con l’obiettivo di evitare una contrazione eccessiva dell’offerta e rendere il mercato più prevedibile e meno soggetto a oscillazioni improvvise dei prezzi. La Commissione integra inoltre nel sistema le rimozioni permanenti di CO₂, come la cattura diretta dell’aria, creando un ulteriore elemento di flessibilità per i settori difficili da decarbonizzare.

Il terreno su cui la mediazione è più evidente è quello della politica industriale. Le quote gratuite vengono estese oltre il 2030, ma legate alla presentazione e all’attuazione di piani di investimento nella decarbonizzazione europea. In questo modo la Commissione accoglie una parte della richiesta di maggiore protezione avanzata dai dieci Paesi, senza però abbandonare il principio di collegare il sostegno alla trasformazione industriale. Parallelamente, circa 100 miliardi di euro dovrebbero essere mobilitati dalla Industrial Decarbonisation Bank, rafforzando la componente finanziaria della transizione.

La revisione proposta dalla Commissione costruisce un compromesso attorno a una distinzione fondamentale. Da un lato, mantiene l’ETS e il suo segnale di prezzo come architrave della decarbonizzazione europea, rispondendo alla richiesta dei Paesi più ambiziosi di preservarne la funzione di orientamento degli investimenti. Dall’altro, introduce maggiore flessibilità nella traiettoria, interviene sulla gestione delle quote disponibili, amplia gli strumenti di sostegno finanziario e mantiene le quote gratuite oltre il 2030 a determinate condizioni, distribuendo nel tempo costi, flessibilità e incentivi.

Il risultato è quindi un ETS che conserva la propria funzione climatica, ma viene inserito più esplicitamente nel quadro della politica industriale europea. Il punto centrale del negoziato non sarà più soltanto quanto rapidamente ridurre le emissioni, ma come distribuire tra imprese, Stati membri e strumenti europei il costo della transizione, mantenendo al tempo stesso un segnale di prezzo sufficientemente credibile da orientare gli investimenti.