La revisione del mercato europeo del carbonio è diventata l'emblema di un dibattito ben più ampio sul futuro dell'industria europea. Questa settimana, Italia e Repubblica Ceca hanno insistito nel chiedere regole più flessibili per il mercato del carbonio, al fine di ridurre i costi energetici. Tuttavia, altri governi, aziende e investitori continuano a sottolineare l'importanza di un prezzo stabile del carbonio per gli investimenti a lungo termine nel futuro industriale dell'Europa.
Il dibattito, però, non vede più una netta contrapposizione tra "industria" e "clima": alcuni dei disaccordi più accesi si manifestano ormai all'interno degli stessi settori, tra le aziende e persino tra le imprese e le associazioni che le rappresentano. In ultima analisi, la questione centrale è come conciliare la competitività con la decarbonizzazione.
Il sistema di scambio di quote di emissione dell'UE (ETS) assegna un prezzo alle emissioni generate da centrali elettriche, industria pesante, aviazione e trasporto marittimo. Le aziende devono disporre di un permesso per ogni tonnellata di carbonio emessa, mentre il numero complessivo di permessi diminuisce nel tempo. Dal 2005, le emissioni nei settori interessati dal sistema si sono dimezzate. La fase successiva si prospetta più complessa: ridurre le emissioni nei comparti siderurgico, del cemento o chimico comporta spesso la sostituzione di impianti produttivi fondamentali, l'approvvigionamento di quantità molto più elevate di energia elettrica pulita o la realizzazione di nuove infrastrutture.
Non tutte le aziende accedono a questa fase partendo dalla stessa condizione iniziale. Tuttavia, tali punti di partenza non sono loro semplicemente imposti. Alcune imprese hanno investito tempestivamente in tecnologie più pulite, hanno modificato i propri modelli di business e hanno iniziato a sviluppare mercati per prodotti a basso impatto ambientale. Altre hanno continuato a investire in asset esistenti ad alte emissioni o hanno rimandato decisioni difficili su come competere in un'economia a basse emissioni di carbonio. Anche i governi hanno operato delle scelte: i Paesi che hanno potenziato le fonti rinnovabili, rafforzato le reti o investito nelle infrastrutture hanno modificato le opzioni a disposizione delle proprie industrie.
Tali scelte determinano oggi le posizioni in merito all'ETS. Un'azienda che ha investito in una produzione più pulita ha interesse a un prezzo del carbonio prevedibile, che preservi il valore di tale investimento; un'impresa i cui attuali asset comportano costi più elevati potrebbe invece dare maggiore peso a misure di alleggerimento a breve termine. Analogamente, tra i Paesi europei che più apertamente si oppongono all'ETS figurano quelli maggiormente esposti ai prezzi elevati dei combustibili fossili, come l'Italia, nonostante l'ETS rappresenti parte della soluzione per ridurre tale dipendenza.
L'Europa deve affrontare pressioni reali e immediate: costi energetici elevati, domanda debole in alcuni settori e una forte concorrenza internazionale. I responsabili delle politiche temono quindi che la produzione o gli investimenti possano trasferirsi all'estero. Tuttavia, le difficoltà che interessano le industrie europee ad alta intensità energetica non sono iniziate con gli attuali prezzi del carbonio. La Commissione Europea segnala due decenni di persistente pressione competitiva, calo della produzione e crescente dipendenza dalle importazioni in settori quali la siderurgia, la chimica e l'alluminio. Attualmente, la produzione europea di acciaio è ben al di sotto dei livelli precedenti la crisi finanziaria, mentre il settore chimico ha subito chiusure di impianti e una perdita di capacità produttiva.
Tali cambiamenti ridefiniscono il significato di "protezione dell'industria". È improbabile che l'Europa riesca a costruire un vantaggio competitivo duraturo confidando in combustibili fossili a basso costo: ne importa la maggior parte e rimane fortemente esposta agli shock dei prezzi globali. Un modello di business che dipenda da un gas stabilmente più economico di quello accessibile all'Europa costituisce, pertanto, una base precaria per la competitività a lungo termine. Modernizzare la produzione, espandere l'energia pulita e migliorare l'efficienza energetica non sono, dunque, semplici obiettivi climatici. Per molte attività industriali, si tratta di elementi fondamentali della logica economica che giustifica il mantenimento della produzione, degli investimenti e dei posti di lavoro in Europa.
Il mercato del carbonio svolge un ruolo particolare in questo rinnovamento. Rendendo più costose le emissioni, migliora la convenienza economica di una produzione più pulita. Genera, inoltre, entrate pubbliche che possono essere reinvestite nella transizione e offre alle imprese una base più chiara per le decisioni di investimento a lungo termine. Tuttavia, un prezzo del carbonio non può realizzare connessioni alla rete, creare domanda di acciaio verde o rendere l'elettricità accessibile. Gran parte di questa responsabilità ricade sugli Stati membri. I governi nazionali definiscono i sistemi energetici, le infrastrutture, le procedure di autorizzazione e l'utilizzo dei proventi del mercato del carbonio. Il successo dell'ETS dipende quindi anche dal fatto che i governi facciano la loro parte per creare le condizioni in cui le imprese possano investire, anziché limitarsi a dare la colpa a Bruxelles.
La proposta della Commissione europea di luglio per la riforma dell'ETS riflette tali pressioni. Essa manterrebbe l'impianto fondamentale del mercato del carbonio, garantendo tuttavia maggiore flessibilità all'industria dopo il 2030, tra cui una riduzione più graduale delle quote gratuite per i settori soggetti alla nuova tassa europea sul carbonio alle frontiere. Parallelamente, verrebbe istituito un nuovo fondo UE da 100 miliardi di euro per investimenti industriali più sostenibili, si destinerebbero maggiori proventi del mercato del carbonio alla trasformazione industriale e si vincolerebbe più strettamente la concessione di quote gratuite alle aziende che investono in Europa.
Impostare la revisione dell'ETS nei termini di un semplice "sì o no" significa mancare il punto fondamentale. La vera questione riguarda l'accordo che ne sta alla base: il livello di tutela garantito alle imprese, le azioni richieste in cambio, la prevedibilità del segnale di prezzo del carbonio e la capacità dell'Europa di trasformare le risorse e gli incentivi generati dalla tariffazione delle emissioni in un rinnovamento industriale. Le risposte a questi interrogativi riflettono visioni divergenti su come preservare la competitività dell'industria europea: proteggendo più a lungo i modelli di business esistenti, accelerando gli investimenti in nuovi modelli o — come molte aziende saranno costrette a fare — gestendo entrambi gli aspetti simultaneamente. La revisione dell'ETS sta portando queste scelte al centro del dibattito. Una cosa, tuttavia, è certa: la decisione non riguarda soltanto l'attuale prezzo del carbonio, ma il modello industriale che l'Europa intende rendere sostenibile per il futuro.
La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione. La versione inglese di questo articolo è disponibile qui



















