Mai davvero popolare nell’opinione pubblica, a oltre due mesi dal suo inizio, la guerra con l’Iran sta imponendo un dazio pesante all’amministrazione Trump. Negli ultimi sondaggi, oltre il 60% degli intervistati ha espresso critiche al modo in cui il presidente sta gestendo il conflitto. Cosa più grave – dal punto di vista della Casa Bianca – le critiche stanno cominciando ad arrivare anche dall’elettorato repubblicano e perfino da alcune parti del mondo MAGA, inizialmente allineate alle scelte di Washington.
Le ricadute della guerra sull’economia hanno inciso pesantemente su questi sviluppi, soprattutto l’aumento dei prezzi del petrolio – con picchi del +50% rispetto a prima delle ostilità – e le interruzioni nel trasporto marittimo, che hanno colpito le catene di approvvigionamento globali e che – nelle prossime settimane – rischiano di far lievitare anche i prezzi dei generi alimentari e di altri beni di largo consumo.
L’utilità della guerra è messa in discussione anche nell’entourage presidenziale, come attestano le dimissioni a marzo del direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent. Da qualche tempo, inoltre, l’ecosistema dei media pro-Trump sembra aver preso le distanze dal conflitto. L’accusa è sempre quella di aver tradito l’agenda ‘America First’, con cui il presidente ha vinto le elezioni del 2024, per darsi a inutili e costose avventure internazionali. La durezza con cui la Casa Bianca ha risposto alle critiche dice molto della difficile posizione in cui si trova, anche in vista delle elezioni di metà mandato. Secondo varie proiezioni, alla Camera dei Rappresentanti il voto porterebbe oggi a una vittoria democratica di 212 a 205, anche se l’assegnazione dei 18 seggi incerti potrebbe ribaltare il risultato. Sebbene il Senato sembri destinato a rimanere in mano repubblicana, lo scenario che si profila potrebbe quindi essere quello di un Congresso diviso, che aggraverebbe i problemi che l’amministrazione già incontra.
Quella aggregata intorno al conflitto appare, quindi, una contrarietà diffusa, che coinvolge sempre più anche il Legislativo. Fin dall’inizio delle ostilità, l’opposizione democratica ha tentato in diversi modi di riportare la guerra nell’alveo delle proprie competenze, ma tali tentativi si sono sempre scontrati con il compatto sostegno repubblicano all’azione del presidente. Anche qui, comunque, sembra che qualcosa stia cambiando. Il prolungarsi delle operazioni, un’incertezza sempre più evidente rispetto agli obiettivi dell’intervento e costi sempre più alti per i cittadini e per il paese hanno portato anche vari congressmen, già favorevoli alle scelte della Casa Bianca, a prenderne le distanze. La scadenza dei sessanta giorni concessi dalla War Powers Resolution (1973) al presidente, prima di dover ottenere dal Congresso l’approvazione di una dichiarazione di guerra o di un’autorizzazione formale all’uso della forza per proseguire le operazioni militari, è stata l’occasione che ha fatto cristallizzare il malcontento.
Nei fatti, l’appello alla War Powers Resolution ha avuto un valore più simbolico che concreto. Sin dalla sua approvazione, sullo sfondo della guerra del Vietnam, la norma ha sollevato dubbi di incostituzionalità, e le varie amministrazioni contro cui è stata invocata – sia repubblicane sia democratiche – hanno trovato, di volta in volta, modi diversi (e spesso creativi) per aggirarla. In questo, Donald Trump non ha fatto eccezione. È però significativo che – sull’uso di questo strumento e, in generale, sulla guerra in corso – la posizione repubblicana stia cominciando a cambiare rispetto a quando, contro il conflitto, votavano solo noti ‘fiscal hawks’ come Thomas Massie e Warren Davidson, o figure eccentriche del partito come il ‘libertarian’ Rand Paul, già in rotta con il presidente su altre questioni. Ovviamente, non si tratta di un ribaltamento delle posizioni. Nell’insieme, il GOP rimane fedele alla linea della Casa Bianca, ma la questione dei poteri del Congresso sembra aver smosso, in parte, le acque.
Anche in questo caso pesa l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato. La guerra e i suoi effetti sono destinati a svolgere un ruolo ‘di peso’ nella campagna elettorale e il Partito Democratico – nonostante le divisioni interne – sembra averli inquadrati come temi critici su cui sfidare i propri avversari. In questa prospettiva, alcuni rappresentanti e senatori repubblicani – soprattutto di collegi potenzialmente contesi – sembrano, a loro volta, avere avviato un riposizionamento più o meno marcato rispetto a questi tempi. Il timore è che, nell’incertezza e a fronte dei costi che il conflitto impone, l’elettorato moderato scelga di disertare le urne, favorendo il consolidarsi della polarizzazione e, all’interno dei partiti, il rafforzarsi delle posizioni più radicali. È un rischio che teme anche l’amministrazione, che, in uno scenario di questo tipo, anche in caso di un Congresso ancora repubblicano, potrebbe trovarsi con margini di manovra più stretti e dover affrontare un Congresso meno compiacente di quello attuale.
‘Incertezza’ rimane quindi la parola chiave. Sfumate le speranze di una guerra ‘chirurgica’ e in assenza di una chiara idea degli obiettivi da perseguire, l’orizzonte dell’amministrazione sembra limitato alla navigazione a vista. L’interrogativo è sulla sostenibilità di questa opzione. Sinora, la Casa Bianca ha goduto del favore di un solido zoccolo di ultras in Congresso e nell’elettorato; oggi, però, questo zoccolo si sta erodendo, lentamente ma gradualmente. Di contro, nonostante le difficoltà, l’Iran sta dimostrando capacità di resilienza in buona parte inattese. Su questo sfondo, tenuto anche conto delle possibili ricadute sulla posizione della Russia, della Cina e degli alleati di Washington dentro e fuori la regione, uno stallo appare molto più costoso per gli Stati Uniti che per Teheran. Con la diplomazia che stenta a trovare una strada, lo scenario che si prospetta è quello di tempi lunghi: non il più gradito dal presidente, ma che ha come unica via d’uscita una marcia indietro non meno difficile e imbarazzante.

















