Dopo anni di negoziati, l’architettura di un mercato globale del carbonio è finalmente completa. L'articolo 6 del Rulebook, redatto alla COP29 di Baku, getta le basi giuridiche che consentono ai paesi di scambiare riduzioni e rimozioni di emissioni nell’ambito dell’accordo di Parigi. Adesso la sfida, come descritto in dettaglio nell’ultimo documento dell’Oxford Institute for Energy Studies (OIES) intitolato From Principles to Practice: Operationalization of a Global Carbon Market under Article 6, è più concreta: costruire le infrastrutture, i finanziamenti e la fiducia necessari per farlo funzionare.
Il prossimo decennio sarà decisivo. Si prevede che la domanda di crediti di carbonio per rispettare la compliance – ovvero quelli richiesti dai regolamenti invece che da iniziative volontarie – crescerà di oltre cinque volte entro il 2030. I potenziali benefici sono enormi: una decarbonizzazione globale più rapida e meno onerosa e nuove opportunità di investimento per i paesi in grado di fornire riduzioni e rimozioni di carbonio verificate. Ma il percorso da seguire è anche costellato di ostacoli, dalla mancanza di registri e di quadri giuridici coerenti alla lentezza dei progetti in cantiere.
Nel documento dell’OIES discutiamo di come il mercato del carbonio abbia superato la fase del “perché”: adesso la questione è come renderlo operativo su larga scala. L’articolo 6 ha creato un meccanismo standardizzato che permette ai paesi di cooperare sugli obiettivi climatici attraverso scambi bilaterali e multilaterali di riduzione delle emissioni – l'Internationally Transferred Mitigation Outcome (ITMO) – ma la sua credibilità dipende dai sistemi che lo supportano. Per evitare un conteggio doppio, ogni scambio transfrontaliero deve essere accompagnato da un “adeguamento corrispondente”, una registrazione contabile che garantisca che una tonnellata di carbonio evitato o rimosso non venga conteggiata due volte.
Questo principio appare semplice, ma richiede un’infrastruttura digitale solida, regole di rendicontazione armonizzate e fiducia tra i governi, elementi che si trovano ancora in fasi di sviluppo diverse. Circa 93 paesi hanno già manifestato l’intenzione di utilizzare lo scambio di quote di carbonio per raggiungere i propri obiettivi nazionali (NDC), ma molti non dispongono delle istituzioni necessarie per gestire le approvazioni e monitorare i risultati. Per i progetti di rimozione del carbonio, che richiedono spesso verifiche a lungo termine e il monitoraggio dello stoccaggio, la prontezza istituzionale farà la differenza nell’ottenere un risultato di successo o una paralisi.
Il cambiamento più evidente dalla COP29 è stato il passaggio dai mercati volontari a quelli regolamentati. Paesi come Ghana, Kenya e Thailandia hanno istituito quadri normativi per lo scambio degli ITMO, autorizzando i soggetti privati a generare e vendere crediti ai sensi dell’articolo 6. Non si tratta di meri esercizi accademici: il solo sistema del Ghana ha attirato oltre 1 miliardo di dollari di investimenti diretti esteri nei primi due anni.
Ogni paese ospitante determina quali tipi di progetti sono idonei all’esportazione, quali imposte applicare e come ripartire i ricavi. Gli acquirenti – inizialmente Singapore e Svizzera – stanno stabilendo i propri criteri per la validità dei crediti, spesso preferendo progetti di rimozione o quelli basati su high-integrity technology.
Per la rimozione del carbonio questa differenziazione è fondamentale. Le rimozioni tecnologiche, come la cattura diretta dall’aria e lo stoccaggio geologico, spesso comportano costi più elevati, ma offrono risultati duraturi che i paesi importatori apprezzano per i loro obiettivi a lungo termine. Le rimozioni basate su metodi naturali, come il rimboschimento, il carbonio organico immagazzinato nei suoli e la piantagione di mangrovie, offrono benefici collaterali come l’arricchimento della biodiversità e l’aumento del reddito delle comunità locali. Ciò le rende interessanti per i governi ospitanti che puntano a un ritorno non solo dal punto di vista ambientale ma anche sociale. L'articolo 6 consente la coesistenza di entrambi i tipi all’interno di sistemi contabili trasparenti, trasformando le rimozioni in prodotti investibili.
Il raggiungimento degli obiettivi di Parigi richiede una riduzione o un assorbimento delle emissioni compreso tra 11 e 25 gigatonnellate all’anno entro il 2030: si tratta di un volume pari a circa due o quattro volte quello dell’attuale mercato petrolifero globale. Nessun percorso verso il net zero può prescindere da un assorbimento di carbonio su larga scala. Tuttavia, con le politiche attuali, solo una piccola parte di tale potenziale è finanziabile o commerciabile.
In questo caso, l’articolo 6 può diventare un catalizzatore. Incorporando le rimozioni nei sistemi di compliance – sia attraverso i mercati nazionali del carbonio, i programmi settoriali come il CORSIA per l’aviazione, o il nuovo meccanismo di accreditamento dell’accordo di Parigi (PACM) dell’ONU – conferisce a questi progetti un riconoscimento legale e un valore finanziario tracciabile.
Il PACM, che conta già più di 1.000 progetti in 100 paesi, potrebbe essere la prima piattaforma veramente globale per aumentare le rimozioni verificate. I crediti emessi in questo ambito hanno la stessa integrità degli ITMO, ma sono accessibili agli sviluppatori privati, aprendo a progetti di rimozione del carbonio che possono ricevere gli stessi finanziamenti, assicurazioni contro i rischi e accordi di acquisto di cui hanno beneficiato le energie rinnovabili un decennio fa.
Un importante passo in avanti è rappresentato dal regime emergente per i crediti societari. Per anni, le aziende hanno acquistato compensazioni volontarie per raggiungere gli obiettivi di net-zero, spesso diventando oggetto di critiche per la scarsa supervisione. Ora, invece, stanno intervenendo le autorità di regolamentazione. La futura direttiva dell’UE sulle dichiarazioni ecologiche e l'iniziativa Voluntary Carbon Market Integrity (VCMI) stanno lavorando a delle definizioni giuridiche per una credibile compensazione del carbonio. Ciò fornisce alle aziende un quadro chiaro per l’acquisto di rimozioni certificate senza rischi per la reputazione e crea un nuovo livello di domanda prevedibile.
Ciò che sta avvenendo è un’evoluzione fondamentale per le rimozioni di carbonio. Significa, infatti, che i progetti a lungo termine saranno idonei per un uso riconosciuto conforme o semi-regolamentato, ampliando notevolmente il loro potenziale di clienti anche al di là delle aziende climate-conscious, fino a includere entità regolamentate e sovrane.
Nonostante questi progressi, le prospettive restano incerte. Il documento stima che la domanda globale di crediti (quella normata+volontaria) supererà i 700 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, ma gli attuali progetti in cantiere non sono sufficienti, specie per quanto riguarda le rimozioni che richiedono anni di sviluppo. In media, intercorrono, infatt i 24 mesi dall’avvio del progetto alla prima emissione. I ritardi nelle approvazioni da parte dei paesi ospitanti o gli adeguamenti corrispondenti potrebbero ampliare il divario, facendo impennare i prezzi e rallentando i progressi.
Assistiamo alla nascita di un vero e proprio mercato globale del carbonio, che lo concepisce come una merce negoziabile e trasparente e integra le rimozioni come pilastro fondamentale della tutela del clima. Saranno i prossimi anni a dirci se questo potenziale verrà portato a termine.
In particolare, il successo dipenderà da cinque elementi:
1. Registri trasparenti e interoperabili;
2. Quadri giuridici e contabili chiari;
3. Misurazione e verifica ad alta integrità;
4. Strumenti finanziari e di condivisione del rischio scalabili;
5. Sviluppo mirato delle capacità nei paesi ospitanti.
Se questi elementi si allineeranno, l’articolo 6 potrebbe diventare l’anello mancante tra l’ambizione globale e l’azione locale, così che la rimozione del carbonio – a lungo considerata il “futuro” della politica climatica – possa finalmente diventare realtà.
La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione. La versione inglese di questo articolo è disponibile qui
Hannah Hauman (Global Head of Carbon Trading Trafigura); Bassam Fattouh (Director, Oxford Institute for Energy Studies); Hasan Muslemani (Head of Carbon Management Research, Oxford Institute for Energy Studies)



















