Ne parliamo con tanta disinvoltura, ma cosa è realmente questa IA? Andrebbe fatta innanzi tutto una bella scrematura mediatica di quelli che sono i termini che oggi, impropriamente e inconsapevolmente, si attribuiscono all’intelligenza artificiale, che, come per le “buzz words”, che abbiamo incontrato nei redazionali scorsi, racchiude, come una fucina magmatica, altri concetti, che sarebbero ben delineabili, se non si fosse tutto fuso – magari per moda – in un termine unico, che, ahinoi, rischia di non voler significare più niente. E in questo modo, ci siamo dimenticati di un glossario che esiste da anni.
Esiste da quando i “Nerd” di Microsoft, e poi di Google, che giravano con gli occhiali storti, e le camicie a maniche corte, e i materassi per terra per dormire negli uffici, sognavano, e compivano, quella che è stata la “Rivoluzione” del mondo dell’informatica. Mi piacerebbe chiedere a loro – quelli che l’hanno veramente fatta – cosa ne pensano della proclamata “Rivoluzione dell’IA”. Probabilmente ci direbbero (“Mala tempora currunt, sed peiora parantur” N.d.A.) che quella che vedono oggi, in realtà, è la desertificazione del sogno di accessibilità del “quantum computer” per tutti, della democrazia dell’informatica, della visione – ormai utopistica – che ognuno, ogni essere umano e organizzazione, avrebbe potuto avere accesso, nelle proprie case, nei propri uffici, alla propria “macchina”, o calcolatore, dotata delle stesse caratteristiche e possibilità di calcolo parallelo, entanglement di cubit, possibilità di calcolo avanzato, con standard estremi di sicurezza, e possibilità di ricerca quantica, che immaginavano – i rivoluzionari di allora – sarebbe potuta essere nella disponibilità di tutti.
Ciò che oggi, piuttosto, abbiamo in mano, sono, invece, quelli che i tecnici chiamano “terminali”. Siamo sprovvisti totalmente di qualsiasi forma di proprietà. Siamo utilizzatori, attraverso perlopiù canoni e licenze, il cui baricentro, a seconda dell’oscillazione, si può più o meno spostare tra la demo- e la tecno-crazia. I terminali (beni-feticcio, propagazione dell’io egoico) ci permettono di utilizzare una tecnologia, senza esserne assolutamente proprietari. Tutto – o quasi – il governo dei dati (se non lo è ancora al 100%, lo sarà presto) si è spostato “on-cloud”.
E la portata di questa forma di potere, cui abbiamo inconsapevolmente abdicato, non va solo parametrata al singolo individuo, ma alle conseguenze che possono investire le dinamiche politiche di Governi, e di rapporti fra Governi, che, in questo ambito si possono trovare a non riuscire a regolamentare con giustizia gli ambiti nei quali, alcune organizzazioni private, che sono dotate della tecnologia informatica, utilizzata a livello mondiale (da cui tutti quindi dipendiamo), hanno bilanci finanziari superiori a quelli degli Stati, e pertanto possono interferire con politiche fra Stati anche in ambiti Sovranazionali.
Ci si può quindi divertire a fare una serie di analisi “What if”, per capire quali scenari potrebbero accadere, se, improvvisamente, l’accesso ai nostri “terminali”, dai cellulari in poi, dovesse improvvisamente essere interrotto.
Dopo l’avvento del Covid, che ha sconvolto inaspettatamente le nostre vite e la nostra salute, non possiamo non pensare che, allo stesso modo, una “pandemia” delle reti non possa accadere. La “Risk Analysis” e tutte le teorie sul “cigno nero” dovrebbero averci risvegliato sulla possibilità che un evento, per quanto improbabile – proprio per questo estremamente impattante – possa accedere. La verità è che NON SIAMO PRONTI. Se improvvisamente una delle più importanti dorsali di fibre ottiche, che veicolano i dati, dovessero subire delle interruzioni, più o meno volontarie – attacchi terroristici, shut down di energia, etc. (gli scenari sono infiniti) – qualsiasi operatività sarebbe interrotta e tutti i terminali a cui siamo abituati, pensando di essere noi i detentori dell’IA, sarebbero inservibili. Sarebbe uno scenario apocalittico. E ci troverebbe assolutamente impreparati.
E l’energia? Non se ne parla, salvo qualche voce fuori dal coro, ma che impatto sta avendo l’energia in questi scenari futuristici? Non possiamo prescindere dal fatto che lo sviluppo dell’IA, la trasmissione dati, la conservazione nei data center necessari affinché questo sviluppo si avveri, rappresentano centri di consumo di energia ad altissimi livelli, e a richiesta crescente (crescente allo stesso livello di sviluppo che l’AI stessa richiederà). Trattandosi di energia che deve essere garantita a livelli alti e costanti, non si può pensare che possa essere sostituita dalla produzione – tout court – con le rinnovabili, e questo scenario – parimenti potenzialmente apocalittico sia a livello ambientale, che geopolitico (si pensi alle problematiche di indipendenza energetica) – implica un commitment imprescindibile di tutto il settore di produzione energetica che sarà chiamato ad operare affinché tale disponibilità possa essere sempre garantita. Scenari sempre più complessi richiamano gli operatori di settore dell’energia a partecipare in modo sempre più impegnato, ma anche etico, alle scelte future.
La scarsità di indipendenza energetica e tecnocratica, piuttosto che di “Rivoluzione dell’IA” fa pensare ad un periodo di “Restaurazione dell’IA”, i cui entusiasmi celano filoni, in realtà presenti dagli anni ’80, che oggi, nell’AI si mescolano e si confondono.
Le reti neurali, sono confuse con l’IA, il computer quantico è confuso con l’IA, gli algoritmi e il calcolo computazionale è confuso con l’IA. E la lista potrebbe continuare a lungo.
Allora cos’è l’IA? Fatto l’invito – in primis agli organi di stampa – a recuperare un vecchio vocabolario, per non attribuire all’IA meriti che non la riguardano in esclusiva, e volendola vedere come un fattore in grado di incidere fortemente sulle nostre vite nel quotidiano, possiamo pensarla sempre più come un assistente “intelligente” utile all’essere umano all’espletamento delle nostre attività quotidiane.
Quale contributo questa funzionalità possa dare nell’ambito delle organizzazioni e della forza lavoro, è già sotto gli occhi di tutti, e sarà un crescendo nei prossimi mesi e anni. Sappiamo già che per produrre documenti e raccolte dati, che in passato richiedevano mesi e anni, oggi, riescono ad essere formulati in pochi secondi. E siamo d’accordo che le conseguenze, in particolare in ambito medico, di: interventi robotici, diagnosi e ricerca stanno avendo impatti impensabili fino a pochi anni fa. Ma facciamo un piccolo lavoro di fantasia. Pensiamo ad una ricerca su particolari sezioni di DNA o di molecole di medicinali, che, fino a pochi anni fa avrebbero richiesto anni di prove e tentativi per essere decodificate e scoperte, che oggi sono possibili in pochi giorni. La funzionalità e meravigliosa. Peccato che dimentichiamo un fattore importante. Ed è che alcune delle più mirabolanti invenzioni e scoperte dell’uomo sono state fatte per caso, o con processi non routinari. La penicillina, la polimerizzazione di Natta, sono esempi di scoperte in cui la serendipità, ha avuto la meglio, e che, con l’approccio dell’IA, non sarebbero state possibili, perché hanno scontato la fortuità e capacità che solo all’essere umano appartengono.
A cosa servirà dunque in futuro l’IA? Certamente e sempre di più sarà destinata a sostituire l’essere umano per compiere azioni complesse in modo facile ed estremamente rapido. Ma la domanda, una volta che l’uomo non avrà più bisogno di applicarsi in uno sforzo mentale pesante per risolvere problemi complessi – complice la tecnologia che ci assiste sempre più nel quotidiano – è destinata a trasformarsi.
Quando l’IA avrà risolto in modo facile problemi complessi, sarà diventato difficile per l’uomo risolvere problemi facili?



















