La guerra in corso non sembra trovare una risoluzione. Al contrario, assistiamo a momenti di escalation che ne rendono sempre più difficile e lontana nel tempo una sua fine. Qualche giorno fa, l’esplosione (o il sabotaggio) al gasdotto Nord Stream ha causato diverse voragini all’impianto, determinando quindi il rilascio di metano nelle acque danesi e nell’atmosfera. È inutile dire quanto si siano inaspriti i toni di una crisi che allontana sempre di più la Russia dall’Europa, entrambe alle prese con gravi difficoltà economiche e sociali. Dell’accaduto e dei possibili risvolti da un punto di vista energetico e della sicurezza, ne abbiamo parlato con Demostenes Floros, Senior Energy Economist presso il CER-Centro Europa Ricerche.

I gasdotti Nord Stream e Nord Stream 2 come hanno contribuito alla sicurezza energetica europea e russa?

Il Nord Stream entra in funzione a dicembre 2011 con una capacità di trasporto di 55 mld mc/a. Importante è sottolinearne il tragitto, che mette in comunicazione direttamente la Russia e la Germania, bypassando i paesi baltici e la Polonia, attraverso i fondali del Mar Baltico. L’obiettivo principale alla base di questa scelta è quello di ridurre, ma non cancellare, il peso del transito ucraino. La composizione azionaria del progetto risulta quasi paritetica, visto che, oltre a Gazprom (51%), vi è la presenza di major europee, in primis tedesche e francesi (manca però la presenza italiana). Il progetto Nord Stream 2, che sostanzialmente corre parallelo al gasdotto Nord Stream, invece, nasce in conseguenza del fallimento del progetto South Stream, il quale avrebbe dovuto bypassare l’Ucraina da sud, unendo la Russia alla Bulgaria attraverso i fondali del Mar Nero, fino ad arrivare alla nostra penisola (in prossimità del Tarvisio e in Puglia), con una capacità di 63 mld mc/a. Anche qui, era prevista una composizione azionaria sostanzialmente paritetica russo-europea, stavolta con la presenza dell’italiana ENI e di altri partner tedeschi e francesi subentrati nell’azionariato in un secondo momento. Il progetto, tuttavia, fallì per le pressioni statunitensi sulla Bulgaria e nonostante contratti assai vantaggiosi già firmati dalle compagnie bulgare. Con la cancellazione a dicembre 2014 di South Stream e il lancio del progetto alternativo TurkStream da parte di Gazprom, che collega la Russia alla Turchia e non alla Bulgaria (quindi, fuori dalla UE), i tedeschi decidono di raddoppiare il gasdotto Nord Stream, di fatto divenendo una sorta di hub europeo del gas russo, a discapito dell’Italia che grazie alla realizzazione del South Stream sarebbe invece divenuta un hub nell’Europa centro-meridionale. Come anticipato, anche nel caso di Nord Stream 2 la composizione è paritetica (Gazprom 50%), ma i partner hanno deciso, per non incappare in ostacoli previsti dalla legislazione europea, di riconsegnare la propria quota a Gazprom, pur confermando la loro partecipazione finanziaria per un ammontare identico alla quota precedentemente detenuta.

Quanto è possibile uno scenario che vede il Cremlino dietro l’atto di sabotaggio? Chi, in alternativa alla stessa Russia, avrebbe potuto avere interesse a far esplodere i gasdotti e perché?

Io avanzerei due ipotesi. La prima è una responsabilità dei russi, che avrebbero provocato un innalzamento repentino del prezzo del gas al TTF da poco meno di 170 €/MWh a quasi 210 nel giro di 24-36 ore, con il fine di finanziare il conflitto in Ucraina e nello stesso tempo aggravare la situazione economico-sociale all’interno dell’UE. Allo stesso tempo, questa ipotesi presenta un elemento di debolezza, perché il mercato stava già scontando nel prezzo la possibilità di una chiusura di Nord Stream, mentre Nord Stream 2 non è mai entrato in funzione. La seconda ipotesi poggia sulla possibilità che a intervenire sia stata la NATO. A prescindere dall’eventuale responsabilità statunitense, inglese o polacca, l’obiettivo potrebbe essere stato l’interruzione del legame energetico tra Russia e Unione Europea, e in particolare tra Russia e Germania. Ciò è accaduto in un momento molto particolare, in cui la Confindustria tedesca, supportata da alcuni parlamentari, richiedeva il via libera al gas da Nord Stream 2. Chiunque sia stato, è interessante evidenziare i dati riguardanti il crescente disavanzo commerciale UE e ancor di più quello energetico. In base al comunicato Istat sul commercio extra-UE diffuso il 28 settembre, ad agosto 2022, il disavanzo commerciale dell’Italia con i paesi extra UE è stato pari a -5.792 milioni di euro, a fronte di un avanzo di 1.298 milioni di euro dello stesso mese del 2021. Il deficit energetico ha raggiunto, in valore assoluto, i 9.864 milioni di euro (era pari a -3.435 milioni di euro un anno prima), mentre le importazioni dell’Italia dagli Stati Uniti segnano +123% anno su anno (tenuto conto del forte apprezzamento del dollaro, trattasi di petrolio, gas naturale e prodotti agricoli).

In che modo gli incidenti cambieranno la concezione di sicurezza energetica e in particolare quella delle infrastrutture critiche come i gasdotti?

Per capire lo scenario, occorre comprendere cosa accadde con la posa di Nord Stream 2. Tra le società coinvolte nella costruzione, vi è anche la Allseas svizzera, proprietaria della nave che stava posando i tubi e che si ritirò in conseguenza delle sanzioni americane. I russi, quindi, decisero di richiamare una propria nave dall’estremo oriente, che optò per evitare il transito da Suez e circumnavigare l’Africa, accompagnata da un sommergibile nucleare russo. Questo a supporto della tesi secondo cui probabilmente avremo in futuro una militarizzazione crescente delle infrastrutture energetiche, sia quelle petrolifere che del gas, con l’utilizzo di droni che controllano gli impianti onshore e unità navali, inclusi sottomarini nucleari, a supporto di quelle offshore e delle infrastrutture adibite all’import ed export di materie prime. Si assisterà ad una maggiore correlazione tra sicurezza energetica e difesa nazionale.

Ora che i gasdotti probabilmente non si potranno più avere in funzione nel breve e medio periodo, come cambia lo scenario energetico europeo?

Se guardiamo all’inverno, dobbiamo considerare concreta la possibilità di un’interruzione delle forniture che attraversano l’Ucraina e arrivano nel nostro paese attraverso l’Austria. Un ammanco che avrà forti ripercussioni sociali ed economiche, perché determinerà una forte riduzione dei nostri consumi e un rallentamento dell’attività manifatturiera del nostro paese (al 31 luglio 2022, i consumi di gas naturale nella sola manifattura segnano un -9,1%). Le misure messe in atto fino a ora per aumentare l’indipendenza dal gas russo - massimizzazione delle importazioni dai paesi alternativi alla Russia e riempimento degli stoccaggi -, non saranno sufficienti a evitare l’inasprimento della crisi. Di fronte ad uno scenario come questo che rischia di innescare un ulteriore processo di de-industrializzazione del Vecchio Continente in favore di Nord America e Asia, nei limiti dei tempi e dei costi possibili, l’Europa e l’Italia potrebbero in primo luogo aumentare la produzione nazionale, consci però del fatto che un aumento dell’output non è né scontato né soprattutto repentino, visto che bisognerebbe invertire un trend di decrescita ormai strutturale da 15 anni. Allo stesso tempo, si può continuare a potenziare le importazioni da altri fornitori, tenendo conto dei limiti infrastrutturali degli altri paesi, nonché di forniture più costose. Terza misura, ridurre i consumi di gas: l’obiettivo dell’UE è di -35 mld mc nel settore manifatturiero al 2030, il che, almeno sul breve periodo e in assenza di alternative, si tradurrà in una maggiore richiesta di petrolio e carbone, fonti maggiormente inquinanti. Da qui la necessità di aumentare i certificati di emissione. Un quadro, quello delineato, che mal si concilia con il processo di transizione energetica che l’Europa aveva pianificato, con fatica, negli anni. L’alternativa a questa grave situazione che rischia di realizzarsi nei mesi a venire è invece rimettere in discussione le sanzioni, favorendo nel contempo una de-escalation del conflitto in corso. Faccio un’ultima riflessione sullo scenario futuro che ci attende. Da un punto di vista strettamente strategico per la sicurezza energetica, vi è il rischio concreto di dipendere molto di più dalle esportazioni di gas statunitense prodotto ricorrendo alla tecnica del fracking. Al di là della questione ambientale, già di per sé rilevante, il problema principale è che utilizzando questa tecnica, un pozzo viene sfruttato normalmente nel giro di 2 anni tra il 50% e l’85% del suo output, per poi esaurirsi. Pertanto non ci stupirebbe se, come avvenuto in passato, per riduzione di investimenti o scarsa convenienza economica, la produzione da tight oil e shale gas negli Stati Uniti e quindi, le esportazioni, si riducessero, con forti ripercussioni per la nostra sicurezza. Per concludere, anche nello scenario migliore, ovvero un inverno mite ed esportazioni continue provenienti dagli Stati Uniti e dagli altri paesi produttori, i prezzi continueranno ad essere molto elevati tanto per i consumatori quanto per le imprese che, sempre più a rischio di competitività, saranno costrette a delocalizzare le proprie attività.