In un momento di crisi come quello attuale, in cui le imprese sono costrette a ridurre la produzione o peggio a chiudere per il caro energia, costituiscono un barlume di speranza le potenzialità in termini economici e soprattutto occupazionali dei tanti progetti che gravitano intorno all’energia a Ravenna. La città, da sempre uno dei più importanti distretti nazionali ma che ha risentito in negativo delle scelte in ambito energetico dei governi succedutisi in questi anni, potrebbe fungere da volano di crescita per la Pianura Padana ma anche per l’Italia tutta, soprattutto per i risvolti positivi in termini di miglioramento della sicurezza energetica. Ne abbiamo parlato con il Sindaco di Ravenna, Michele De Pascale.

Energia e lavoro: un connubio indissolubile. Ravenna ne è l’emblema, ospitando uno dei più importanti distretti della filiera O&G, ed è anche patria di altri importanti progetti, quali CCS, idrogeno e rinnovabili. Può quantificarci quanti occupati gravitano intorno al mondo dell’energia a Ravenna?

Ravenna può contare su uno dei più importanti distretti di Italia e del mondo per l’energia, soprattutto relativamente alle attività offshore O&G. È un primato che deriva dall’azione di un uomo visionario, Enrico Mattei, che in questo territorio negli anni ‘50-‘60 ha insediato sia l’industria energetica che quella chimica. Da lì, è nata una filiera che vede in Eni uno dei principali player, ma che può vantare la presenza di contractors di alto profilo che lavorano in tutto il mondo. Negli ultimi venti anni, però, a seguito delle scelte, secondo noi sbagliate, che ha operato il nostro paese e che hanno portato la produzione nazionale di gas naturale da 20 mld di mc a 3 mld di mc, l’attività di queste imprese si è spostata all’estero, mentre è diminuita fino quasi ad azzerarsi nel nostro paese. Questo spiega perché gli occupati si siano ridotti da quasi 10.000 a 3.000-4000, a seconda di quanto indotto vogliamo includere in questo settore. In questo particolare momento, siamo in una fase di grande aspettativa: ho lanciato da un po’ di mesi 4 sfide. La prima è la ripresa delle attività estrattive in Adriatico, la seconda è il rigassificatore, la terza è il parco eolico e fotovoltaico AGNES, e la quarta è l’impianto di Carbon Capture and Storage (CCUS), ma anche Utilization, volto a ridurre l’impatto carbonico dell’utilizzo del metano nei settori hard to abate. Questi sono  progetti con sede a Ravenna, ma sono a servizio anche di tutta l’Emilia Romagna o quanto meno di tutto il distretto della Pianura Padana.

Si tratta di numeri importanti che danno contezza di quanto il settore dell’energia pesi sul livello di occupazione. Quanto  la crisi attuale rischia di mettere in ginocchio il livello di occupazione nelle varie filiere energetiche?

I numeri di cui si parlava prima sono importanti ma al contempo indicativi di come negli ultimi anni sia diminuita l’occupazione in questo comparto. Sono molti coloro che lavoravano a Ravenna e sono stati costretti ad emigrare all’estero per trovare occupazione nelle stesse filiere, ma che ritornerebbero volentieri se le attività ripartissero. Ovviamente, la crisi attuale si innesta in questo contesto di riduzione dell’occupazione e potrebbe quindi avere delle conseguenze negative. Tuttavia, se guardiamo al futuro, esistono ampie potenzialità di aumento anche se  tutto dipende da quanto verrà messo in atto: se si dovessero sviluppare tutte e quattro le sfide di cui sopra, l’obiettivo è quello di tornare in pochi anni ai livelli occupazionali che Ravenna ha conosciuto prima di questa grave crisi che sta colpendo il settore energetico in Italia. Ovviamente, in caso di sviluppo solo di alcuni di essi, i numeri sarebbero più bassi. La sfida per il territorio è saper intercettare il più possibile le ripercussioni positive che questa industria crea. Se facciamo riferimento al parco eolico di cui si parlava prima, trattandosi di un progetto di una portata rilevante, potrebbe essere uno stimolo per le imprese del nostro territorio. Le aziende che producono pale eoliche, per esempio, potrebbero aumentare la loro capacità produttiva e diventare un riferimento per tutto il Mediterraneo in questa filiera. Allo stesso modo sono io, come primo cittadino, a rimarcare la U del CCUS perché la captazione della CO2 rende estremamente favorevole la possibilità di insediamento di quelle imprese che utilizzano l’anidride carbonica e la reinseriscono nel tessuto produttivo. Relativamente al rigassificatore, Ravenna ha già un deposito pieno di GNL e quindi coniugare quest’ultimo al rigassificatore - ed entrambi a tutta la filiera del GNL - apre prospettive occupazionali. Ciascuno di questi investimenti poi può essere volano di altre iniziative imprenditoriali e occupazionali: sta al territorio sapersi giocare le sue carte.

Sempre rimanendo in tema di crisi, per ridurre la dipendenza dal gas russo, tra le varie misure, il Governo ha previsto l’installazione di una seconda nave rigassificatrice, dopo la prima (contestata) di Piombino. Perché la propensione di Ravenna è diversa da quella di Piombino? Da questo punto di vista, come si pone il Comune davanti a coloro che non vogliono un rigassificatore in città e come intende sensibilizzare la popolazione rispetto questa opera così significativa da un punto di vista nazionale, oltre che locale?

Relativamente a Piombino, partiamo con il dire che c’è una differenza logistica notevole rispetto a Ravenna.  Il rigassificatore nella nostra città verrebbe ormeggiato offshore a più di 8 km dalla costa, perché il nostro è un porto canale che non consente l’ormeggio di navi, a differenza di Piombino in cui la nave verrebbe ormeggiata in banchina. Pertanto, la nostra città in merito al rigassificatore si è posta in questi termini: il nostro non è un sì al rigassificatore a prescindere, ma è vincolato ai pareri positivi di vigili del fuoco, autorità marittima e ARPAE che stanno analizzando tutte le pratiche. Ovviamente siamo ottimisti che tutti questi pareri possano essere celeri e positivi. Questo perché i temi della sicurezza e del rispetto dell’ambiente sono fondamentali, imprescindibili, ma devono essere valutati non sulla base dell’umore del momento, ma da entità composte da tecnici. Tra l’altro, nel caso del rigassificatore, si parla di tecnologie già consolidate e ultra-note.  Soprattutto, queste ultime si sono rivelate sicure, come dimostra la loro diffusione in tutto il mondo. Per queste ragioni Ravenna è favorevole.

Cosa significa per l’Italia e per Ravenna avere un terminale di rigassificazione, in termini occupazionali, oltre al beneficio in termini di approvvigionamento di gas?

Una nave rigassificatrice serve all’Italia e se Ravenna può offrire un servizio al paese, lo deve fare. Se siamo una comunità nazionale e c’è un’emergenza nazionale, non si può ragionare guardando solo al proprio giardino. Come sistema paese abbiamo bisogno di aumentare la nostra capacità di rigassificazione, per aumentare esponenzialmente la quantità di paesi da cui possiamo importare gas. Oggi, quest’ultimi sono un piccolissimo numero, tra l’altro collegati con l’Italia prevalentemente via gasdotto. Grazie al rigassificatore, la possibilità di diversificare i fornitori aumenta. Ora al di là della posizione che ognuno di noi può avere in merito alle importazioni di gas dalla Russia, è un dato oggettivo che disporre di rigassificatori permette al paese di scegliere se rinunciare o no al gas russo. Scelta che al momento non ci è concessa. Il che assume una connotazione non solo nazionale, ma anche europea. Intorno all’energia gira l’emergenza economica, climatica e democratica.

Guardando avanti: al largo di Ravenna e nell’Adriatico in generale ci sono risorse di gas non sfruttate che potrebbero contribuire, anche nel giro di poco, a garantire forniture addizionali   all’Italia. Nuove esplorazioni si possono tradurre in nuovi occupati diretti e indiretti nell’indotto?

Ovviamente nuove esplorazioni o progetti di sviluppo si tradurrebbero in nuova occupazione. Ravenna costruisce anche le piattaforme, oltre a saperle gestire e manutenere. Nei nostri cantieri si costruiscono piattaforme per vari paesi europei, che hanno un approccio diverso allo sfruttamento delle risorse O&G nazionali e che grazie alle nostre infrastrutture diventano indipendenti dalle importazioni gas (per es. la stessa Danimarca). Nell’Adriatico c’è una grande quantità di risorse minerarie, in larghissima parte a distanza dalle coste: il che consentirebbe di rinunciare alla risorsa più vicina alla terraferma e di guardare allo sfruttamento di quelle offshore. Questo non solo creerebbe occupazione, ma ci renderebbe più liberi. Inoltre, utilizzare in Pianura Padana il gas dell’Adriatico significherebbe non importare gas per quella quota con un risparmio notevole in termini di emissioni climalteranti. Produrre localmente significa emettere il 25/30% in meno considerando la dispersione e l’energia che serve per trasportalo. Le cito un dato oggettivo: i 17 mld che abbiamo importato in più per compensare il calo della produzione hanno creato un ulteriore danno ambientale, dal momento che nel corso degli anni hanno determinato un volume di CO2 emessa superiore a quello che si sarebbe registrato nel caso in cui il gas fosse stato prodotto internamente.