Nel suo primo giorno alla Casa Bianca, nel gennaio 2021, Biden ha riallineato gli Stati Uniti al Trattato di Parigi sui cambiamenti climatici: accordo, dal quale il suo predecessore, il presidente Trump, si era ritirato. Ha anche firmato un ordine esecutivo che revoca l'approvazione del Keystone XL Pipeline, l’oleodotto che avrebbe dovuto portare il petrolio canadese negli Stati Uniti. Biden ha, inoltre, nominato John Kerry, ex segretario di stato e candidato alla presidenza, inviato speciale per il clima. L'amministrazione Biden ha reso più difficile per le aziende private l'esplorazione di petrolio nei terreni pubblici e offshore. In altre parole, sia nella sua retorica che nelle sue politiche, da quando è entrato in carica, il Presidente ha riaffermato il suo forte impegno per ridurre l'inquinamento e promuovere l'energia pulita.

Uno sguardo da vicino al consumo di energia degli Stati Uniti nel 2021, l'ultimo anno in cui i dati sono disponibili, suggerisce un modesto successo del nuovo inquilino della Casa Bianca. In quell’anno, secondo l'Energy Information Administration, le fonti fossili (petrolio, gas naturale e carbone) rappresentavano il 79% del consumo statunitense di energia primaria, mentre  il restante 21% proveniva da fonti rinnovabili e nucleare. Il petrolio è stata la fonte di energia primaria più consumata negli Stati Uniti da quando ha superato il carbone nel 1950. Il consumo di gas naturale è rimasto stabile. Nel frattempo, la domanda di carbone è diminuita di oltre la metà dal picco raggiunto nel 2005, in ragione soprattutto di un declino del suo utilizzo per la produzione di elettricità.

Gli Stati Uniti detengono tra le più grandi riserve accertate di petrolio e gas del mondo secondo il BP Statistical Review of World Energy. Tuttavia, sebbene Washington sia un attore di primo piano nel commercio mondiale di petrolio, la produzione nazionale è diminuita drasticamente dopo l'arrivo, nel marzo 2020, del virus COVID-19 e da allora ha fatto fatica a tornare ai livelli pre-pandemia. La guerra in Ucraina dal febbraio di quest'anno e le successive sanzioni occidentali alle esportazioni di petrolio della Russia, nonché la ripresa economica globale, hanno ulteriormente complicato le prospettive energetiche degli Stati Uniti. Detto in modo diverso, le restrizioni all'esplorazione petrolifera interna in combinazione con l'aumento dei consumi hanno ulteriormente ampliato il divario tra domanda e offerta. Ciò ha portato a un aumento vertiginoso dei prezzi della benzina, per contenere i quali, l'amministrazione Biden ha deciso di rilasciare un milione di barili di petrolio al giorno dalla Strategic Petroleum Reserve.

A contribuire al rialzo dei prezzi, c’è anche il contesto internazionale di riferimento, che rimane critico sul fronte dell’offerta.  Sono ormai diversi anni che i principali paesi produttori di petrolio sono restii ad aumentare la produzione e i membri dell'Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) hanno stretto un'alleanza con altri grandi produttori come Russia, Messico, chiamata OPEC+, e instaurato una collaborazione con altri paesi, come la Norvegia, al fine di contenere l’output petrolifero e sostenere i prezzi.  Basta questo a spiegare l'attenzione degli Stati Uniti verso l'Arabia Saudita e i suoi vicini nel tentativo di colmare il divario e accrescere le esportazioni. La visita del presidente Biden in Arabia Saudita a metà luglio è in parte guidata dalla politica “petrolifera” di Biden. Il mondo e gli Stati Uniti hanno bisogno di più petrolio saudita, ma sul breve termine nemmeno la spare capacity del Regno potrebbe riuscire a colmare l’ammanco russo. Stessa strategia alla base del viaggio dei diplomatici americani in Venezuela, che hanno raggiunto il paese sud americano per concludere un accordo politico e aumentare la produzione ed esportazione di petrolio. L’unico paese con milioni di barili di petrolio immagazzinati in petroliere galleggianti che potrebbe aggiungere quantità significative sul mercato globale, in tempi brevi, è l’Iran. Tuttavia, il negoziato nucleare in stallo tra Washington e Teheran ha rallentato il pieno ritorno di questo paese sul mercato petrolifero globale.

Quale è quindi la via da seguire? Fino ad oggi gli Stati Uniti e molti altri paesi non hanno agito all’insegna del realismo in materia di  transizione energetica. C'è un crescente consenso in tutto il mondo sul fatto che l'inquinamento sia causato dall'uomo e sia urgente fermare o rallentare il riscaldamento globale. Tuttavia, nonostante questa urgenza, il passaggio all'energia verde non può che essere graduale. Ad oggi, risulta evidente che le fonti rinnovabili e il nucleare non possono soddisfare il fabbisogno energetico degli Stati Uniti (né quello del mondo) e bisognerebbe prenderne atto. Invece la politica energetica dell'amministrazione Biden continua a essere contraddittoria.

Da un lato, fa proclami ambientalisti e impone restrizioni all'esplorazione e alla produzione O&G nazionale, dall’altro chiede ai produttori di petrolio in Medio Oriente e altrove di aumentare la produzione e promette di vendere all’Europa gas aggiuntivo, con evidenti ripercussioni sui prezzi interni di questa commodities, ai massimi degli ultimi decenni. Serve quindi una strategia energetica articolata che lato offerta, continui a puntare sull'energia verde e contemporaneamente sostenga la produzione nazionale di petrolio e gas, mentre lato domanda, punti sull’efficienza energetica. Con prezzi così alti e lo scontento della popolazione, le elezioni di medio termine di novembre saranno a rischio e con esse anche la sicurezza energetica del paese.