L’Unione europea si è posta l’ambizioso obiettivo di guidare il mondo verso la neutralità carbonica, stabilendo anche importanti target intermedi di decarbonizzazione per raggiungere le zero emissioni nette al 2050. Il piano “Fit for 55”, ora oggetto di discussione tra gli stati membri, prevede infatti la riduzione delle emissioni di gas serra del 55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990.

Il raggiungimento del “net zero”, come è emerso anche dalla COP 26 italo-britannica dello scorso anno, è ormai un impegno ineludibile per paesi e aziende.

 

In questo percorso, la sfida che abbiamo davanti è conciliare gli obiettivi climatici con la sostenibilità dei nostri sistemi economici. In particolare, non potrà esserci transizione ecologica senza il contributo dell’industria, ma occorre aiutarla a restare competitiva mentre è impegnata a ridurre le proprie emissioni.

Ciò è particolarmente vero per il nostro Paese, seconda potenza manifatturiera d’Europa, che ha nei settori industriali difficili da decarbonizzare (i cosiddetti “hard to abate”) il cuore pulsante del proprio sistema economico e produttivo. Acciaio, chimica, ceramica, carta, vetro, cemento e fonderie sono comparti strategici per l’Italia: occupano circa 700 mila persone, generando quasi 90 miliardi di euro di valore aggiunto lordo, il 5% del totale nazionale. Al tempo stesso determinano circa il 20% delle emissioni nazionali dirette di anidride carbonica.

È evidente che nessun piano di decarbonizzazione possa prescindere da una strategia a lungo termine per ridurre l’impatto ambientale dei settori industriali energivori, preservando nel contempo il loro ruolo economico e sociale, già messo a dura prova dall’aumento dei costi dell’energia.

Secondo le stime di un recente studio di BCG, saranno necessari investimenti per decine di miliardi di euro per consentire ai settori hard to abate di raggiungere gli obiettivi di emissione al 2030.

È dunque necessario uno sforzo importante, con adeguate azioni di sostegno, per favorire la transizione ecologica del sistema industriale italiano e creare un circolo virtuoso in termini di impatto economico.

 

Proprio a questo scopo, con il supporto delle istituzioni e di alcune grandi aziende italiane, tra le quali Eni e Snam, è nato l’“Industrial Decarbonization Pact”, un’alleanza strategica che raccoglie alcune delle principali associazioni di categoria del sistema industriale italiano: Assocarta, Assofond, Assovetro, Confindustria Ceramica, Federacciai, Federbeton e Federchimica.

L’alleanza ha identificato nella Pianura Padana il territorio dal quale partire per avviare un progetto di decarbonizzazione dell’industria hard to abate nazionale. Si tratta, infatti, di un’area a elevata industrializzazione, con 16 distretti, circa 170 siti produttivi e circa 260mila addetti. Le emissioni di CO2 nell’area sono pari a circa 15 milioni di tonnellate l’anno, corrispondenti a 1/3 di quelle dell’intera industria hard to abate nazionale.

Sono stati identificati tre distretti – Brescia (acciaio e cemento), Ravenna (polo industriale) e Fiorano-Sassuolo (ceramiche) – nei quali potrebbero essere avviati i primi progetti in tempi relativamente brevi.

Il piano di decarbonizzazione prevede l’adozione di più leve tecnologiche, sia di breve sia di medio-lungo termine. Le iniziative di breve termine (efficienza energetica, economia circolare e combustibili low carbon) e quelle di medio-lungo termine (cattura della CO2, green fuels come biometano e idrogeno ed elettrificazione) sono tasselli tra loro complementari e potrebbero, se implementate integralmente, ridurre le emissioni dirette di CO2 fino al 40% entro il 2030.

 

Per raggiungere gli obiettivi di più lungo termine occorrerà sfruttare pienamente il potenziale delle tre leve più innovative (green fuels, elettrificazione, cattura della CO2), che al 2050 potrebbero garantire il 70-80% di riduzione delle emissioni totali dei settori hard-to-abate, mentre efficienza energetica, economia circolare e combustibili low-carbon supporterebbero la riduzione di un ulteriore 15-20%.

 

Un ruolo centrale per la decarbonizzazione dell’industria energivora lo avrà l’infrastruttura di trasporto e stoccaggio, destinata a diventare sempre più “multi-commodity”: non solo gas naturale ma sempre più idrogeno e biometano, oltre alla CO2. Per quanto riguarda l’idrogeno, la domanda necessaria a decarbonizzare i distretti industriali del Nord Italia­ potrebbe essere soddisfatta da impianti di produzione centralizzati localizzati al Sud Italia, dove la disponibilità di fonti rinnovabili, solare e in misura minore eolico, e le economie di scala permetterebbero di ridurre radicalmente i costi di produzione. A tal proposito, il piano al 2030 di Snam prevede la progettazione e realizzazione dell’infrastruttura necessaria a trasportare l’idrogeno dal Sud Italia e in un secondo momento dal Nord Africa verso il Nord Italia e l’Europa. Per questo scopo sono stati identificati circa 2.700 km di rete, in larga misura realizzati tramite la riconversione di tratti esistenti attualmente adibiti al trasporto di gas.

Nell’attesa dell’entrata in funzione di tale infrastruttura, per accelerare la decarbonizzazione dei distretti industriali e avviare la produzione di idrogeno al Sud Italia, è possibile prevedere meccanismi di scambio virtuale tra produttori e utilizzatori. In questo caso, fin da subito, l’idrogeno potrebbe essere immesso in rete in miscela con il gas naturale al Sud e le industrie, indipendentemente dalla collocazione geografica, potrebbero rifornirsi “virtualmente” tramite l’acquisto di garanzie di origine, analogamente a quanto avviene già per il biometano e l’elettricità rinnovabile.

 

Per la decarbonizzazione della Pianura Padana un ruolo prezioso lo avrà proprio il biometano, il cui utilizzo nei processi industriali permette di abbattere totalmente le emissioni da combustione. Per trasportare il biometano è possibile sfruttare l’infrastruttura di trasporto esistente di Snam senza alcuna modifica. Saranno invece necessari nuovi impianti di produzione, con relativi allacciamenti, per soddisfare la domanda ulteriore proveniente dai settori industriali. Infine, il possibile ricorso alla cattura e lo stoccaggio della CO2 (CCS) richiederà la realizzazione di una infrastruttura di trasporto dedicata.

 

Con un piano di investimenti infrastrutturali da 23 miliardi di euro al 2030 e una storia di 80 anni partita proprio dalla Pianura Padana, Snam è al fianco delle industrie e del sistema Paese in questo progetto. Siamo tra i leader mondiali nelle infrastrutture per l’energia, stiamo preparando per l’idrogeno la nostra rete di trasporto e i nostri siti di stoccaggio, stiamo investendo nell’efficienza energetica e nel biometano e, insieme a De Nora, negli elettrolizzatori. Siamo pronti a mettere a disposizione la nostra rete, le nostre tecnologie e le nostre competenze per contribuire allo sviluppo sostenibile di lungo periodo dell’industria italiana.