Il mercato delle rinnovabili è – a livello globale ed europeo – un mercato in grandissima espansione, con una crescita che non si è arrestata nemmeno nel corso del 2020, nonostante le problematiche connesse al diffondersi della pandemia da Covid-19. È un segno, inequivocabile, del fatto che la transizione energetica non sia solo un “piano”, ma una “realtà” che sta profondamente cambiando il mercato dell’energia. La marcia verso la completa decarbonizzazione, che l’Europa si è posta come obiettivo per il 2050, sembra quindi essere inesorabilmente avviata e sta evidentemente catalizzando l’interesse del mondo industriale e finanziario. Se l’Europa però ha “festeggiato” nel 2020, se così si può dire, ed ovviamente limitatamente al comparto delle rinnovabili (come mostrato dal grafico), lo sfondamento di quota 650 GW di potenza complessivamente installata, con il fotovoltaico e l’eolico che hanno superato la soglia rispettivamente dei 160 e 200 GW in poco più di un decennio, altrettanto non si può dire dell’Italia.

Potenza complessiva da fonti rinnovabili in Europa

Fonte: Renewable Energy Report 2021

Il confronto con l’andamento decennale mostrato nel grafico mette in evidenza una “capacità” di crescita che è decisamente inferiore a quanto fatto registrare dall’Europa e con uno “stallo” che è cominciato già nel 2018 e quindi ben prima che la pandemia ci colpisse.

Potenza complessiva da fonti rinnovabili in Italia

Fonte: Renewable Energy Report 2021

Non è un caso quindi che, se si guarda all’andamento delle aste per i grandi impianti nel nostro Paese, ed in particolare ai nuovi impianti eolici e fotovoltaici, si assiste ad un calo “drammatico” nel coefficiente di saturazione del contingente messo a disposizione, dal 100% del primo bando al 24% del quarto bando conclusosi da poco. E con il poco lusinghiero risultato di aver aumentato, anziché ridurli come previsto dal meccanismo “competitivo”, i prezzi medi di assegnazione.

La “crisi”, se così si può definire, delle rinnovabili nel nostro Paese ha quindi origini che precedono la venuta della pandemia e come tali devono essere affrontate per garantire il necessario rilancio.

Che ruolo gioca la filiera del “Made in Italy” in tutto questo?

Sicuramente, un ruolo fondamentale, ma rispetto al quale è innanzitutto necessario intendersi su cosa sia la “filiera” e quali debbano esserne i confini. Troppo spesso, infatti, si tende ad associare al termine “filiera” delle rinnovabili quasi esclusivamente la produzione delle tecnologie e delle componenti di base (celle, moduli, pannelli, rotori, …), mentre ci dimentichiamo che il concetto stesso di “filiera” è e deve essere più esteso, comprendendo tutte le attività che portano alla realizzazione dell’obiettivo finale, che è la produzione di energia da fonti rinnovabili.

Non è, infatti, possibile, a fronte di una diffusione globale delle rinnovabili, immaginare la costituzione di una filiera produttiva “Made in Italy” in grado di soddisfare le esigenze del nostro mercato. Esigenze che dovrebbero tornare ad essere nell’ordine di oltre 1 GW di installazioni l’anno sia per l’eolico che per il fotovoltaico se vogliamo rispettare gli obiettivi in sede europea. Non vi sarebbero i tempi e nemmeno i razionali economici e la scala produttiva. Ci occorre mantenere un presidio, soprattutto sulla fase di ricerca applicata e sviluppo, ma non per poter sostenere in maniera esclusiva la produzione nazionale, quanto per rappresentare un punto di comprensione e monitoraggio dell’evoluzione tecnologica che ci permetta di indirizzare e informare le scelte dei grandi operatori industriali dell’energia, ossia dei soggetti cui compete la realizzazione degli impianti. Un dato per riflettere: secondo diversi analisti, il mercato del fotovoltaico nel 2030 sarà quasi completamente dominato dal silicio monocristallino, che oggi nel nostro Paese conta poco più del 21% del totale della potenza installata, con un ritardo significativo anche rispetto alla media europea.

In questo, allora, ben vengano i 2 miliardi di euro messi in campo dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) per “sviluppare una leadership industriale e di ricerca e sviluppo nelle principali filiere della transizione energetica”, ma con la consapevolezza che non possa trattarsi di leadership sulle quote produttive, bensì di quella capacità, citata sopra, di presidio del know how rilevante per il settore.

C’è poi il resto della filiera “Made in Italy” delle rinnovabili, quella che realizza le installazioni, quella che le gestisce e le monitora, con un sempre maggior ricorso all’innovazione digitale e con una attenzione crescente alle potenzialità del mercato della flessibilità, quella che investe nella realizzazione degli impianti e che vanta diversi “campioni nazionali” oggi attivi anche in altri Paesi dell’Europa e non solo.

Questa filiera – la più numerosa dimensionalmente e che ha potuto contare su 800 milioni di nuovi investimenti in Italia nel 2020 (troppo pochi, come detto, rispetto agli oltre 2 miliardi cui dovremmo viaggiare) – è quella che deve divenire il cuore del rilancio “Made in Italy”.

Per questo “Made in Italy” i 6 miliardi messi a disposizione dal PNRR non sono certo sufficienti, possono dare una “scossa” al motore, ma è necessario intervenire sui veri problemi, quelli che si trascinano da prima del 2020, ossia le tempistiche necessarie per l’ottenimento delle autorizzazioni e il “conflitto” nell’utilizzo del suolo (indispensabile se si vuole arrivare agli obiettivi di installato che ci si è dati).

Solo così saremo in grado di recuperare il passo di crescita necessario e rilanciare davvero la “filiera” (tutta) che ruota attorno al “Made in Italy” delle rinnovabili.