Natura e ambiente non sono la stessa cosa. Spesso utilizzati come sinonimi, hanno delle intersezioni, si abbracciano reciprocamente, ma rappresentano due oggetti diversi tra di loro. Da un lato c’è la natura, cruda, spietata e in conflitto con la crescente volontà di potenza umana; dall’altro c’è l’ambiente, che rappresenta il grado di convivenza, storicamente mutevole, tra lo sviluppo umano e la natura “matrigna”. Oggi, nella lotta al cambiamento climatico e nell’impegno per una giusta transizione energetica, la nostra generazione è chiamata a realizzare con urgenza un nuovo, inedito possibile equilibrio tra questi fattori, con razionalità, senza alcuna demagogia.

Staccare per un attimo lo sguardo dall’orticello di casa nostra e guardare cosa sta succedendo nel resto del mondo può servire a comprendere similitudini e differenze, a dare qualche indicazione su come procedere. E, forse soprattutto, a raccordare la narrazione dell’energia con la realtà.

La Danimarca, per esempio, è balzata agli onori delle cronache per aver recentemente dichiarato che intende bloccare da subito nuove prospezioni di idrocarburi nel Mare del Nord e di arrivare al blocco di qualsiasi attività offshore di Oil&Gas al 2050. Il documento approvato dal Parlamento di Copenhagen, con il quale viene anche cancellata l'ultima asta per assegnare nuove licenze di esplorazione, ha trovato un largo consenso istituzionale: maggioranza e opposizione si sono riunite, con spirito di collaborazione, attorno a un tema di interesse universale. La decisione non è in realtà che la conferma del percorso intrapreso un anno fa su volontà del Ministro per il Clima e l’Energia Dan Joergensen, che ha fissato un target di riduzione delle emissioni del 70% al 2030 e la neutralità carbonica al 2050.

Lo stop allo sfruttamento delle fonti fossili arriva dal terzo produttore di petrolio dell’Europa Occidentale (dietro Norvegia e Regno Unito). Un paese che conta oltre 4.000 cittadini impiegati nel settore Oil&Gas e che per oltre 40 anni ha potuto finanziare un generoso welfare proprio grazie allo sfruttamento delle risorse energetiche contenute nel sottosuolo. La decisione, accolta con entusiasmo da Greenpeace e altre associazioni ambientaliste, ha destato comprensibili preoccupazioni tra gli addetti ai lavori. Secondo i dati forniti dal governo danese, la mancata assegnazione di nuove licenze e un orizzonte limitato al 2050, si tradurranno in una perdita complessiva di 12 miliardi di corone danesi (€2,1 miliardi), che per un paese che conta gli stessi abitanti della Campania non sono briciole. Ma agli scettici il Ministro Joergensen ha sottolineato che la drasticità di questa presa di posizione ha proprio l’obiettivo di non “distrarre” gli sforzi verso un aumento di investimenti nel settore delle rinnovabili.  

Tornando all’Italia, e senza nulla togliere alla bontà del percorso danese, credo sia interessante riflettere su due aspetti. Il primo riguarda la forchetta temporale. Poiché nessuno in Danimarca ha proposto di uscire domani, né tantomeno tra una settimana o un anno, come spesso è avvenuto nel dibattito italiano. Si tratta al contrario di un graduale percorso di transizione, economicamente e socialmente sostenibile. È una scelta politica, culturale, che trasforma la narrazione in un dato della realtà, e allo stesso tempo tiene presente fatti ed esigenze concrete. Il secondo aspetto è di natura tecnico-amministrativa. Le concessioni in Danimarca vengono assegnate dalla Danish Energy Agency per periodi relativamente lunghi – si arriva fino a 10 anni per l’esplorazione, mentre lo sfruttamento viene concesso per oltre 30 anni senza rinnovo – mentre in Italia le concessioni sono soggette a rinnovi più frequenti. Un eventuale blocco di nuovi rinnovi avrebbe quindi un impatto sul brevissimo termine, con buona pace per la transizione “che non lascia indietro nessuno”.

Guardando più lontano, dall’altra parte dell’Oceano, la presidenza Biden vuole raccontarsi con una discontinuità più netta rispetto al passato recente. Il ritorno nell'Accordo di Parigi, in questo senso, è un chiaro messaggio di apertura alla comunità internazionale. E l’interruzione dell’Oleodotto Keystone XL rappresenta un altro atto simbolico, di una potenza dirompente: un atto dalle conseguenze non solo virtuali, perché quei posti di lavoro avrebbero fatto gola a una larga fetta di elettorato, quello arrabbiato ed impoverito dalla crisi. Erano attraenti anche per il Canada, che esporta energia in America per decine di miliardi di dollari. Il Primo Ministro canadese, infatti, non ha fatto mancare il suo disappunto per le decisioni. Ma la narrazione accomodante che avvolge il nuovo presidente americano ha coperto la scelta protezionistica di chiudere il mercato alle imprese canadesi.

Bastano esempi del genere per capire che non vanno confuse narrazioni e realtà. Oggi la crisi pandemica ha compresso i nostri diritti, ci ha costretto a ripensare modelli comportamentali che erano scolpiti nel nostro quotidiano. Ci ha orientato su orizzonti più sostenibili, ma allo stesso tempo ci ha mostrato i rischi sociali, e politici, della decrescita e dell’impoverimento.

Da una parte abbiamo imparato a rinunciare al superfluo, che pensavamo necessario, ma dall’altra abbiamo capito che per costruire un futuro più stabile c’è bisogno di reinventarsi con impegno. Diventa cosí irrinunciabile accedere al concetto di crescita sostenibile, quella che ha a cuore il futuro delle prossime generazioni, e non a quello di decrescita “felice”.

Sembra scontato ma è una cosa sulla quale riflettere: c’è una relazione diretta tra la povertà e l’accesso all’energia. È per questo che l’accessibilità energetica rappresenta uno scalino necessario per democratizzare lo sviluppo. Basta guardare i dati dell’Energy Development Index per trovarne conferma. I Paesi dell’Africa e dell’Asia del sud sono allo stesso tempo quelli meno energeticamente efficienti, soprattutto in rapporto alle emissioni di CO2, ed anche quelli col maggior tasso di disoccupazione e di povertà.

Riavvicinando lo sguardo all’Italia, va detto che le scelte strategiche sull’energia sono caratterizzate da particolare precarietà. C’è una parte di opinione che pensa che la transizione energetica sia una dannosa scusa per rallentare l’accesso completo alle rinnovabili. Ne fa una battaglia di pancia, e di parte. Non tiene conto che le stesse istituzioni europee, primo motore delle policy di decarbonizzazione ed efficientamento, investono 240 milioni di euro nel programma HORIZON2020 per finanziare progetti di cattura e stoccaggio della CO2.

Ciò significa che è impensabile fare uno switch improvviso in favore di qualsiasi nuova fonte emergente, senza un percorso graduale e sostenibile, proprio come quello annunciato da Copenhagen. Non ci è consentito farlo, sia perché il sistema ha bisogno di tempo per riequilibrarsi, sia perché metteremmo a rischio migliaia di posti di lavoro, cedendo spazi importanti di autonomia politica ad altri paesi.

Sarebbe il caso quindi, per il bene di tutti, che sul tema si facesse una seria ma pacata riflessione, sulla base dei dati, e che attorno a questa fossero pronte a riunirsi maggioranza e opposizioni. Che tra Creonte e Antigone, scegliessimo la strada della razionalità. L’unica che oggi possiamo permetterci.