Novembre 2018: la Commissione europea presenta la visione strategica per un’economia competitiva e climaticamente neutra al 2050. Questa decisa presa di posizione, accompagnata dalla pressione dal basso dei giovani, ha portato ad una accelerazione globale, tanto che sono ormai oltre cento i paesi che intendono diventare “carbon neutral”.  La vera svolta si è però avuta con la decisione della Cina di voler raggiungere la neutralità carbonica entro il 2060, annunciata dal premier Xi Jinping il 22 settembre 2020 alle Nazioni Unite.

Una bomba, in particolare per l’Asia: in rapida sequenza, anche Giappone e Corea del Sud annunciano di voler raggiungere la neutralità climatica nel 2050. 

La cartina di tornasole dei cambiamenti viene dalla sofferta e a volte contradditoria uscita dal carbone. L’85% dei progetti di nuove centrali programmate in Asia è stato cancellato. Dei 125 GW previsti da Vietnam, Indonesia, Filippine e Bangladesh 5 anni fa solo 25 GW sono per ora confermati. In India dei 238 GW previsti cinque anni fa solo 30 GW sono ancora in pista.

Ma per capire meglio le trasformazioni in atto, diamo uno sguardo alle evoluzioni di tre paesi lambiti dall’Oceano Pacifico. I primi due, Giappone e Corea del Sud, hanno registrato una decisa accelerazione delle politiche sul clima. Un percorso ambizioso, considerando che entrambi dipendono per l’87% dai fossili e possono contare su una limitata disponibilità di fonti rinnovabili.

Passeremo poi all’Australia, che oltre a dipendere per il 94% dai combustibili fossili, detiene anche la leadership mondiale delle esportazioni di carbone e di gas naturale liquefatto (GNL). Il contesto qui è l’esatto contrario: le potenzialità sul fronte delle rinnovabili sono enormi, ma frenate da un governo ancorato al mondo fossile.

Il Giappone punta sulla neutralità climatica dopo lo shock nucleare

A Tokyo le posizioni sono cambiate dopo le dimissioni per malattia di Shinzo Abe. Il nuovo premier Yoshihide Suga insediatosi a settembre 2020 ha avviato una decisa accelerazione delle politiche climatiche. Il Giappone è al quinto posto per emissioni di anidride carbonica al mondo e si capisce quindi l’entità dello sforzo necessario per raggiungere la neutralità climatica. 

Partiamo dalle rinnovabili, la cui produzione copre il 18,5% dei consumi elettrici e che, secondo il Piano del 2018, doveva raggiungere il 23% nel 2030. Un obiettivo chiaramente insufficiente alla luce delle nuove ambizioni, tanto che il nuovo ministro dell’ambiente Koizumi vorrebbe alzarne l’asticella al 40%. Il fotovoltaico, che ha visto nel Giappone un apripista mondiale, dovrebbe passare dagli attuali 60 GW a 130 GW nel 2030. Visti gli spazi limitati si sta puntando anche sull’eolico off-shore, con l’obiettivo di installare 10 GW nel 2030 e 45 GW e nel 2040.

Il Giappone sta inoltre investendo molto sull’idrogeno e intende produrne 10 milioni di tonnellate nel 2030, per arrivare poi ad utilizzarlo anche per generare fino al 20% dell’energia elettrica nel 2050. Il nuovo governo vorrebbe inoltre bandire la vendita delle auto a benzina o diesel dal 2035 puntando sulla trazione elettrica. Sono previsti anche 800.000 veicoli a celle a combustibile entro la fine di questo decennio. Vista l’importanza che assumerà l’idrogeno si sta pensando anche alla sua importazione dall’Australia.

E poi abbiamo il nucleare. Dopo il gravissimo incidente di Fukushima, la pressione dell’opinione pubblica ha portato alla chiusura di tutte le centrali atomiche che fornivano oltre un quarto dell’elettricità del paese.  Dei 54 reattori attivi nel paese, solo nove hanno ripreso le operazioni garantendo nel 2019 il 6,5% della produzione elettrica. È così aumentato l’uso dei fossili, con una leggera crescita anche delle rinnovabili.

Ma i veri cambiamenti sono quelli presentati dal governo a fine 2020. A metà secolo, infatti, il 50-60% della domanda elettrica dovrebbe essere generata dalle rinnovabili, un 30-40% potrebbe essere garantito dai fossili con CCS e dal nucleare, e la parte restante dall’idrogeno.

La Corea del Sud accelera sulla decarbonizzazione

La vittoria a valanga del Partito democratico alle elezioni dell’aprile 2020 nella Corea del Sud ha consentito al suo leader Moon Jae-in di porre la questione climatica al primo posto. Aiutato anche da un forte movimento dal basso, con ben 200 autorità locali che avevano dichiarato lo stato di emergenza climatica.

Uno dei temi caldi riguarderà il carbone, con 60 centrali che generano il 40% dell'elettricità del paese.  Nel 2017 è stata bloccata la costruzione di nuove centrali, mentre negli ultimi tre anni diversi impianti sono stati temporaneamente fermati per ridurre l'inquinamento. Alla fine del 2020 si è deciso di chiudere 10 centrali entro la fine del 2022 e di eliminare gradualmente anche l'uso dell’energia nucleare.

Il governo prevede che la potenza elettrica aumenterà da 120 a 185 GW entro il 2034. Nel nuovo scenario il 42% della capacità sarà rinnovabile con una quadruplicazione dell’attuale valore, il 32% sarà alimentata dal gas, il 16% dal carbone e il 10% dal nucleare.

Svolta anche nei trasporti con oltre 1,1 milioni di veicoli a batteria entro il 2025.

La Corea punta inoltre con decisione sull’idrogeno. Tra gli obiettivi, oltre al trasporto con 200.000 veicoli a cella di combustibile previsti entro il 2025, anche elettricità prodotta a partire dall’idrogeno, puntando a 15 GW nel 2040. Una parte dell’idrogeno verde verrà dall’Australia.

E parliamo quindi di questo paese.

Australia, il paese fossile che corre verso le rinnovabili

Un episodio chiarisce il contesto politico australiano. Scott Morrison, prima di diventare Primo ministro, si esibì in Parlamento portando un pezzo di antracite ed esclamando “Questo è carbone. Non aver paura! Non ti farà male". Alla fine del 2019 una serie di giganteschi incendi hanno colpito l’Australia, devastando una superficie grande come la Corea del Sud, facendo 33 vittime umane e un miliardo di vittime animali. Eventi estremi favoriti dall’aumento delle temperature: il 2019 è stato il più caldo mai registrato in Australia.

Ma l’emergenza climatica viene snobbata dal governo. Un errore di analisi che potrebbe costare caro all’economia australiana. Infatti, l’Australia corre il serio rischio che miniere, ferrovie, porti, impianti di liquefazione…. si trasformino in giganteschi “stranded assets” in un mondo in via di decarbonizzazione.

Saranno invece proprio le notevoli risorse rinnovabili, sfruttate finora solo in minima parte, a rappresentare la sua fortuna. Il solare si è sviluppato finora soprattutto a livello decentrato.  Sono infatti ben 2,5 milioni i tetti solari, per una potenza fotovoltaica che ha superato gli 11 GW. Ma all’orizzonte ci sono investimenti colossali per impianti solari ed eolici multi GW, spesso abbinati a sistemi di elettrolisi per la produzione di idrogeno.

Quello che manca al momento è invece la politica. Il governo Morrison ha detto che punterà a raggiungere la neutralità climatica solo nella seconda metà del secolo e pensa più ai fossili che alle rinnovabili. Qualcosa però si muove, sia a livello decentrato che nel governo nazionale. Per esempio, il Parlamento del New South Wales, otto milioni di abitanti, ha recentemente approvato un ambizioso piano che prevede 12 GW rinnovabili e 2 GW di accumulo entro il 2030.

Ed è significativo che anche il ministro federale dell'Energia, Angus Taylor, lo stesso che aveva affermato che troppo eolico e solare sarebbe stato fatale per l'economia australiana, adesso sostiene che le rinnovabili potrebbero raggiungere il 50% delle entro il 2030.

Tra i grandi progetti ipotizzati, ricordiamo l’Asian Renewable Energy Hub, con 1.600 aerogeneratori e una centrale solare, per complessivi 26 GW che dovrebbero alimentare 14 GW di elettrolizzatori per produrre idrogeno verde.

In realtà, la discussione si è spostata tra il governo che sostiene la necessità di nuove centrali a gas e coloro che spingono per l’installazione di grandi sistemi di accumulo.  Dopo il successo dell’impianto di stoccaggio promosso da Tesla da 150 MW, sono infatti previsti altri 7.000 MW proposte da altre imprese internazionali.

Insomma, un paese che, malgrado la politica, vedrà rapide trasformazioni energetiche. E poi, anche il governo cambierà…