Nella geopolitica globale, l’energia ha da sempre svolto un ruolo importante nel plasmare le relazioni fra gli stati; è stata la causa di conflitti e ha contribuito all’ascesa di grandi potenze. È ancora così? Come si declina questa variabile negli attuali scacchieri internazionali? Ne abbiamo parlato con il Prof. Andrea Margelletti.

L’avanzare delle tematiche legate al rispetto dell’ambiente e alle politiche di decarbonizzazione apre a nuovi scenari e ridisegna i rapporti fra stati. Sta cambiando il concetto di geopolitica? E in questo contesto che ruolo si ritaglia l’energia?

La geopolitica tratta di aspetti, interessi e relazioni fra stati e/o tra soggetti in grado di fare influenza a livello internazionale. In quanto tale, la geopolitica è sempre la stessa. A cambiare sono piuttosto gli strumenti e gli interessi: oggi viviamo una situazione geopolitica strutturalmente diversa da quella del ‘500, dell’800, ma anche di 30 anni fa.  Variabili come l’energia assumono un ruolo diverso, ma non per questo diventano meno rilevanti. L’esempio degli Stati Uniti è emblematico: da paese importatore di energia è diventato esportatore netto, cambiando così radicalmente l’approccio nei confronti del Medio Oriente, dalle cui risorse energetiche prima dipendeva la sua stabilità economica. L’energia quindi, da arma di scambio in mano agli Stati mediorientali è diventata uno strumento di forza per la potenza americana. Oggi, la presenza degli USA in Medio Oriente, così come in Nord Africa e nell’Africa subsahariana, è più legato a questioni securitarie e di prevenzione antiterrorismo, piuttosto che al controllo delle materie prime energetiche. Se si inverte la prospettiva di analisi, ci accorgiamo invece che nel continente africano, dove è in corso un forte sviluppo economico, la variabile energetica è estremamente strategica e plasma inevitabilmente i rapporti e le relazioni fra gli stati. Pertanto, è importante non generalizzare: la geopolitica globale può essere considerata un trend, ma per una corretta comprensione degli eventi è necessario studiare e analizzare le peculiarità di ogni singola area. 

C’è chi avanza la tesi secondo cui, ormai, il fronte militare inteso in senso stretto sia superato e che a muovere le relazioni internazionali sia altro. Eppure, le tensioni nel Mediterraneo, in Armenia e Libia ci dicono altro. In questi scenari, che possiamo definire di guerra, c’è un minimo comune denominatore energetico?

L’energia è ciò che ci muove e ci permette di realizzare i nostri sogni. Immaginare un mondo senza energia è folle. Al massimo possiamo immaginare un mondo o alimentato da diverse fonti e vettori energetici. Pertanto, gli aspetti energetici sono e continueranno a rimanere preminenti nelle relazioni internazionali, ma con un peso diverso rispetto al passato. La contrapposizione fra Armenia e Azerbaigian, ad esempio, non è tanto legata al contesto energetico, ma piuttosto ne è una derivazione. Alla base c’è un vuoto di potere e un odio strutturale e reiterato nei secoli, tra comunità cristiano-ortodosse e comunità islamiche, tra territori che qualcuno vorrebbe considerare esclusivi, ma che sono abitati e vissuti da popoli di altre etnie. È vero che siamo all’interno di un corridoio energetico molto importante, ma il conflitto odierno non è un conflitto per l’energia, pur rimanendo legato ad essa. Non a caso, un ruolo determinante nella contesa lo stanno avendo attori regionali e strategici dal punto di vista energetico: la Russia ortodossa che appoggia l’Armenia e la Turchia islamica che sta con l’Azerbaigian. La loro influenza è tale da condizionare anche il proseguimento o meno del conflitto o la vittoria di una delle parti, in quanto rappresentano il cordone ombelicale delle risorse, comprese quelle militari. 

Lo stesso discorso si può fare per Libia e Mediterraneo?

Il problema libico non è molto diverso, perché in Libia operano degli attori regionali, sicuramente più “pesanti” di quelli locali, che sono in grado di determinare dei cambiamenti. Il problema energetico libico può essere visto in un ambito più ampio che riguarderà anche i giacimenti egiziani e quelli scoperti nel Mediterraneo Orientale, sempre più assetato di energia, ma con risorse che potranno essere contese  in maniera anche conflittuale tra le parti interessate.

Proprio nel Mediterraneo, infatti, gli interessi in gioco sono tanti e coinvolgono vari attori: paesi che insistono tradizionalmente in quest’area come Francia, Italia, Turchia e Grecia (con le criticità che hanno tra di loro); paese come gli USA, la cui influenza è meno forte rispetto al passato; paesi come la Russia, che al contrario, dall’annessione della Crimea in poi si sta riaffacciando in maniera più massiccia in quest’area, e la Cina, che non ha mai smesso di osservare con interesse il Mediterraneo. A questi si aggiungono, poi, attori regionali, come Egitto, Israele e i paesi del Golfo.  In questo contesto l’energia può svolgere un ruolo importantissimo e può totalmente cambiare lo status quo, in quanto consentirà a quei paesi che possiedono più risorse (fra cui il gas) di disporre di più capitali e quindi crescere in termini di influenza.

La Cina si è impegnata a raggiungere l'equilibrio tra emissioni e assorbimento di anidride carbonica entro il 2060. Al di là della fattibilità dell’obiettivo, ritiene che politiche di decarbonizzazione siano implementate solo in house o cambierà il tipo di investimento in ambito energetico anche all’estero?

La Cina è un paese fortemente dipendente dall’esterno e come tale resterà per anni. Con una popolazione di oltre un miliardo e mezzo di persone, la tigre asiatica dovrà guardare fuori dai suoi confini per accaparrarsi risorse sufficienti. Per quanto infatti le politiche interne siano ambiziose e volte alla decarbonizzazione dell’economia e al ricorso alle fonti rinnovabili sfruttabili a livello nazionale, il sistema industriale cinese necessiterà ancora per molti anni di fonti fossili. Il che spiega perché la Cina continuerà ad essere presente in Africa e in altre parti del mondo e a promuovere investimenti massicci anche in progetti non propriamente “green”. La stessa cosa vale per le risorse alimentari: la Cina all’interno dei suoi immensi confini non ha abbastanza risorse per sfamare la propria popolazione. Da qui muove la sua volontà di appropriarsi, discutibilmente, delle isole limitrofe per attività di pesca o accaparrarsi immensi terreni in Africa per coltivare alimenti necessari a nutrire una popolazione che è diventata sempre più urbanizzata. Questa condizione di dipendenza dall’estero, - per molti uno svantaggio nella corsa alla leadership mondiale - trova il plauso degli americani, i quali auspicano si prolunghi il più a lungo possibile. Non è un segreto che Usa e Cina siano in competizione fra di loro così come è palese che non vi sia spazio per due superpotenze globali. Nonostante la Cina spinga perché il ventunesimo secolo sia quello cinese dopo che il ventesimo è stato quello americano, nessun governo americano è disposto ad un cambiamento dello status quo. Il mercato asiatico è talmente importante da non poter essere condiviso né tantomeno lasciato esclusivamente alla Cina. Per questo appare verosimile affermare che l’evoluzione del loro rapporto ci riserverà grosse sorprese e senza nemmeno dover aspettare molti anni.