Gli obiettivi climatici fissati con l’accordo di Parigi pongono un’enorme sfida al settore Oil&Gas, che si trova a fare i conti con una transizione energetica che avrà tra i vari effetti uno stravolgimento degli attuali modelli di business e delle rispettive strategie di investimento. La massimizzazione del valore, la riduzione al minimo dei rischi di transizione e l'allineamento con gli obiettivi climatici globali obbligheranno le aziende a massimizzare i margini e ridurre la produzione in termini assoluti. Tuttavia, le stesse Energy Company sembrano reticenti a riconoscerlo, mentre non è escluso che un impegno più sincero sarebbe premiato dal mercato.

Il rischio più concreto è quello di continuare a costruire un sistema aziendale che poggia sui cosiddetti “stranded asset”, ossia risorse destinate a svalutarsi o addirittura distruggere valore nel medio termine, con un impatto sia in termini ambientali (per chi abita questo Pianeta) che finanziari (per gli azionisti).  

A peggiorare la situazione, vi è una certa disomogeneità nelle ambizioni delle Energy Company che, oltre a muoversi in ordine sparso, spesso dichiarano obiettivi validi a parole ma che nella realtà si potrebbero tradurre in un aumento delle emissioni di CO2 in termini assoluti o di obiettivi troppo timidi e comunque quasi mai vincolanti. Termini come “intensità relativa di CO2 per unità di energia prodotta” consentono di celare un livello di emissioni assolute di CO2 che rimane piatto o addirittura aumenta, e che soprattutto non modifica niente rispetto alla composizione del portafoglio delle attività industriali. Basti pensare alla frase con cui Shell dichiara di “voler aumentare la quota di prodotti energetici a basse emissioni di carbonio nel portafoglio, sviluppando allo stesso tempo le tecnologie per l’assorbimento del carbonio": una volontà che non prende minimamente in considerazione una minore produzione di petrolio e gas.

Fortunatamente, se da una parte ci sono imprese il cui impegno non è sufficiente, dall’altra iniziano a manifestarsi quelle più “volenterose”. Nel nostro recente rapporto, “Absolute Impact”, in cui si fornisce una classifica relativa ai maggiori produttori di petrolio e gas (7 Energy Company più Equinor e Repsol) rispetto ai loro obiettivi climatici, emerge come Eni, Repsol e BP siano quelle ad aver intrapreso politiche più efficaci in tal senso. In particolare, fissando obiettivi assoluti per la riduzione delle emissioni dall'80% al 100% al 2050, con interventi diretti sulla produzione di petrolio e gas. Eni guida il gruppo di testa, con un forte obiettivo intermedio di riduzione delle emissioni del 30% su base assoluta entro il 2035, mentre compagnie come Shell, Total ed Equinor hanno fissato obiettivi per ridurre l'intensità di carbonio di petrolio e gas che vendono dal 50% al 65% entro il 2050, ma non hanno definito un impegno che riguardi un taglio assoluto delle loro emissioni.

Quel che emerge è che mentre le aziende europee stabiliscono politiche di riduzione che riguardano anche le emissioni cosiddette Scope 3, ossia quelle emissioni indirette che avvengono lungo la catena del valore a monte e a valle dell’attività della compagnia (es. fornitori e clienti), compagnie come Chevron e ConocoPhillips si impegnano a ridurre solo l'intensità carbonica direttamente collegate alle proprie attività (Scope 1 e 2), pari ad un taglio massimo di solo il 3% delle emissioni complessive.

Classifica delle compagnie Oil&Gas rispetto ai target di riduzione delle emissioni

Fonte: documenti aziendali, Carbon Tracker

Eni guida la transizione

In ritardo rispetto alla maggior parte dei suoi competitor europei, Eni ha annunciato una nuova direzione strategica nel febbraio 2020 che ad oggi la posiziona in testa alla classifica.

Seppur a differenza di BP o Repsol, la somma dei target di Eni non porti alle zero emissioni nette, essi incorporano un obiettivo intermedio assoluto di riduzione del 30% delle emissioni del ciclo di vita totale dalla produzione di petrolio e gas per il 2035. Ciò sembra essere confermato dalla pianificazione del suo portafoglio di investimento, che lascia intravedere l’intenzione di raggiungere il picco nella produzione di petrolio e gas entro i prossimi cinque anni.

Gli obiettivi di emissione di Eni sembrerebbero quindi implicare riduzioni assolute della produzione di petrolio e gas. In particolare la compagnia italiana fissa una miscela di obiettivi relativi e assoluti per le emissioni complete (anche dall'uso) relative alla sua produzione:

-Target assoluto – riduzione delle emissioni lungo tutto il ciclo di vita (Scope 1, 2 and 3): -30% nel 2035; -80% nel 2050 (vs 2018),

-Target relativo – ridurre l’intensità carbonica netta nella produzione di energia (Scope 1, 2 and 3): -15% nel 2035; -55% nel 2050 (vs 2018).

La somma dei due obiettivi porta a pensare che Eni stia pianificando una riduzione della propria produzione di petrolio e gas. Facciamo un rapido esempio. Fatto 100 la produzione del 2018 (petrolio e gas combinati su base equivalente) e fatto 100 le emissioni allo stesso anno, un target assoluto di riduzione del 30% porterebbe le emissioni a 70 al 2035, con un’ ulteriore riduzione dovuta al fatto che si ridurrebbe anche l’intensità carbonica della produzione (82,4=70/0,85).

Se le emissioni assolute fossero ridotte del -30%, al fine di mantenere una produzione piatta, Eni dovrebbe anche ridurre l'intensità di un -30% commisurato, molto più dell'obiettivo del -15%. Di conseguenza, a meno che non ci sfuggano tecniche per ovviare a questa evidenza, ci sembra chiaro che Eni debba contemplare riduzioni assolute della produzione.

Eppure il cane a sei zampe non annuncia questa prospettiva in modo così schietto, limitandosi a citare un "profilo di produzione flessibile dal 2025" e un "plateau di produzione". Nella sua relazione annuale, afferma inoltre che sta pianificando 14 progetti per offrire "opzioni di flessibilità e crescita" in seguito al suo piano d'azione 2023. Un paio di altre società hanno accennato vagamente alla riduzione della produzione. Equinor si riferisce alla "scala e composizione" del suo portafoglio di petrolio e gas che svolgono un "ruolo chiave" nel raggiungimento della riduzione dell'intensità del -50%. Il CEO di BP Bernard Looney prevede di "investire di più in attività a basse emissioni di carbonio - e meno in petrolio e gas - nel tempo". Eni sembra essere il primo a mettere i numeri su questo concetto, anche se non lo scrive nero su bianco.

Con la crescente preoccupazione degli investitori per i rischi di transizione e il declassamento che l'industria petrolifera e del gas ha sperimentato negli ultimi anni, ci chiediamo se essere più chiari su una strategia di declino gestito per le operazioni sui combustibili fossili avrebbe effettivamente sbloccato valore nel tempo, dando al mercato maggiore certezza sulla futura resilienza nella transizione energetica. Un allineamento più netto circa gli obiettivi di Parigi, potrebbe persino aprire un nuovo gruppo di acquirenti, specie tra le fila in rapida crescita dei fondi gestiti secondo un mandato ESG.

Ørsted, ex compagnia danese Oil and Natural Gas, ha annunciato nel 2017 che avrebbe venduto tutta la sua attività nel settore petrolifero e del gas e si sarebbe completamente dedicato alle energie rinnovabili. Da allora il prezzo delle sue azioni ha sovraperformato notevolmente, con un rendimento totale del 155%, al contrario dell’indice S&P Oil & Gas Exploration and Production che nello stesso tempo ha restituito un -60%.

Tuttavia, siamo ancora in attesa di una società che si impegni veramente a dettagliare un piano a breve termine di declino allineato agli obiettivi di Parigi, o meglio ancora l'uscita immediata dall’Oil&Gas. Siamo certi che in seguito a questa eventualità il mercato reagirebbe positivamente, costituendo un incentivo anche per altre compagnie che intendono fare lo stesso. Ad oggi ci accontentiamo di osservare come alcuni leader del settore sembrano avvicinarsi a questa posizione.

Andrew Grant è Head of Oil & Gas Research presso Carbon Tracker e Mike Coffin Oil&Gas Analyst presso Carbon Tracker