Abbiamo chiesto a Tomaso Tommasi di Vignano, Presidente Esecutivo del Gruppo Hera, un parere sulla situazione italiana in materia di gestione dei rifiuti, in particolare per quanto riguarda il tema degli impianti, diventati ancora più urgenti alla luce del blocco delle importazioni di rifiuti dalla Cina.

Dopo il caso dei termovalorizzatori, che alle fine dello scorso anno erano stati al centro del dibattito politico, il tema dell’impiantistica collegata alla gestione dei rifiuti è passato in secondo piano ma, ciclicamente, torna alla ribalta non appena si verifichi qualche emergenza. Qual è lo stato dell’arte in Italia sul fronte della gestione dei rifiuti?

È difficile tratteggiare uno scenario unitario perché la gestione dei rifiuti è uno di quegli ambiti nei quali il Paese continua a viaggiare a più velocità. Da un lato abbiamo alcune regioni che nel corso del tempo - in linea con le migliori esperienze europee – si sono adeguatamente infrastrutturate e ormai hanno raggiunto l’autosufficienza. Ne abbiamo però altre che sono caratterizzate da persistenti ritardi e, soprattutto, da una mancanza di impianti che in prospettiva rischia di costare sempre di più.

In che senso? Stiamo arrivando a un punto di saturazione del sistema?

Il contesto internazionale non è più quello di qualche anno fa. La Cina, ad esempio, ha interrotto l’importazione di rifiuti di bassa qualità, quindi determinate inefficienze non riescono più a scaricarsi all’esterno e diventano un problema scottante, acuito dai crescenti divari fra le previsioni di produzione dei rifiuti e i rifiuti realmente prodotti. Le risposte strategiche di cui abbiamo bisogno, dunque, non possono più essere rimandate. D’altra parte, se persino le zone più infrastrutturate del Nord Europa - dove la ripresa economica ha incrementato i rifiuti prodotti – sono costrette a fare i conti con la saturazione degli impianti, è facile intuire quale possa essere il contraccolpo per tutte quelle aree in cui questo processo di infrastrutturazione è ancora agli esordi. Senza contare che il trasferimento dei rifiuti, da regione a regione ma anche verso l’estero (Germania in primis), ha costi non soltanto economici, ma anche ambientali.

L’Emilia-Romagna rientra tra i casi virtuosi?

Secondo me sì. Bisognerebbe prendere spunto dalle realtà che funzionano mutuandone e adattandone i modelli. L’Emilia-Romagna può dirsi oggi autosufficiente nella gestione dei rifiuti. Anche qui, certamente, ci sono margini di miglioramento, che riguardano per esempio il tema dei rifiuti speciali e il loro impatto su tante categorie economiche.

Nel corso degli ultimi mesi il dibattito politico sta mettendo in discussione il tema delle infrastrutture e sembra sempre più complicato lavorare dentro una cornice condivisa, che sappia superare le polemiche di parte. Il settore dei rifiuti, probabilmente, non fa eccezione. Cos’è che ostacola maggiormente lo sviluppo su larga scala di un’impiantistica adeguata ai rifiuti che produciamo?

La frammentazione e il numero degli operatori, di sicuro, non aiutano, e anche il quadro normativo – esposto alle oscillazioni dovute alle alterne vicende della politica – non è di incentivo alla programmazione degli investimenti necessari a consolidare il settore. In qualche caso, inoltre, ci si scontra con le resistenze di un ambientalismo impegnato in battaglie di retroguardia e nutrito, perlopiù, di pregiudizi ideologici. Il “non fare”, tuttavia, ha dei costi di cui occorre tenere conto. Da questo punto di vista noi crediamo che invece si possa e si debba “fare”, e fare bene, dentro a un perimetro di regole chiare, condivise e durature. Regole che Hera – da sempre – auspica e invoca nell’interesse di tutti i soggetti in campo.

Quali sono gli assi portanti della strategia del Gruppo Hera in fatto di impianti?

Anzitutto la programmazione, che parte da molto lontano. Da sempre, infatti, lavoriamo per il costante rinnovamento del nostro parco impianti, assolutamente all’avanguardia sia rispetto al contesto italiano sia rispetto allo scenario internazionale. Il segreto risiede in una storica politica di investimenti, confermata e rilanciata anche dall’ultimo piano industriale, che ci consente di essere oggi il leader italiano nel trattamento dei rifiuti, con circa 90 impianti attraverso i quali possiamo gestire ogni tipologia di rifiuto. Questo vuol dire che non parliamo solo di termovalorizzatori, ma anche di impianti di selezione, recupero e separazione, nonché di impianti di compostaggio e di digestione anaerobica, passando per centrali a biomasse e strutture dedicate al trattamento dei rifiuti industriali, senza contare gli impianti volti al riciclo della plastica che abbiamo integrato attraverso l’acquisizione di una realtà d’eccellenza come Aliplast.

Nel settore del waste abbiamo spesso assistito ad attività di gestione rifiuti che si sono sviluppate per singole filiere. Come mai Hera, un po’ in controtendenza, ha deciso di dare questo tipo di ampiezza al proprio business?

Il motivo è semplice. Le sfide a cui siamo chiamati dai nostri territori e dalla comunità internazionale esigono risposte integrate, capaci di presidiare più ampie quote della filiera del waste, facendo sistema a 360 gradi con le attività di raccolta. L’impegno profuso dai cittadini che conferiscono correttamente i loro rifiuti, infatti, dev’essere corrisposto da un’infrastrutturazione industriale adeguata e articolata, che sappia metterlo in valore costruendo economie circolari affidabili, che riescano a chiudere il cerchio per ogni tipologia di materiale. Nel caso della plastica, ad esempio, lo facciamo attraverso Aliplast, mentre per quanto riguarda la frazione organica dei rifiuti un cenno lo merita senz’altro l’impianto di Sant’Agata Bolognese, nel quale produciamo biometano e compost per l’agricoltura. È il primo impianto di questo tipo realizzato da una multiutility, produce un combustibile rinnovabile al 100% e ci consente così di alimentare più filiere in maniera totalmente sostenibile, rispondendo fino in fondo agli indirizzi assunti da Unione Europea e Comunità Internazionale in materia di transizione energetica.

Non c’è conflitto fra la promozione della raccolta differenziata e lo sviluppo di impianti industriali per il trattamento dei rifiuti?

Assolutamente no. I rifiuti non si recuperano da soli, e l’impiantistica del settore serve proprio a questo. Anche nel Nord Europa, classicamente all’avanguardia sul fronte della raccolta differenziata, l’impiantistica è un fattore fondamentale per chiudere il cerchio.

Quanto è importante la trasparenza nel settore dell’impiantistica collegata ai rifiuti? Un accesso più semplice alle informazioni che contano non aiuterebbe a creare maggiore consenso attorno alle strategie più urgenti per fare fronte alla situazione in cui ci troviamo?

Sono d’accordo, e in questo senso l’impegno di Hera è assolutamente coerente e da tempo è improntato a logiche di massima apertura e trasparenza. Al di là dei termovalorizzatori, le cui emissioni - ampiamente al di sotto dei limiti di legge - sono monitorabili online dai cittadini, tutti i nostri impianti sono il frutto dello studio delle migliori esperienze disponibili, a livello nazionale e internazionale, nascono sempre da un percorso condiviso con le comunità locali e le relative amministrazioni, e sono visitabili da chiunque lo desideri, comprese le scuole dei nostri territori. Ma non ci accontentiamo di questo. Per realizzarli, infatti, limitiamo al massimo il consumo di suolo vergine e adottiamo tutti gli accorgimenti necessari a mitigare l’impatto ambientale dei loro processi.