L’obiettivo di decarbonizzare in modo profondo il sistema economico europeo, e con esso quello italiano, richiede lo sforzo di introdurre oggi quei cambiamenti che in futuro amplieranno l’insieme delle opzioni tecnologiche. Un più ampio portafoglio di tecnologie sarà indispensabile per limitare l’intensità carbonica dell’utilizzo dei combustibili fossili: contenere le emissioni per raggiungere l’obiettivo di un innalzamento delle temperature entro l’1,5-2°C richiede la disponibilità di tecnologie di rimozione dei gas serra non ancora mature (come ad es. Bioenergy with carbon capture and storage-BECCS, Direct Air Capture and Storage (DACS), Soil Carbon Sequestration (SCS).

È quindi positivo che la proposta di Piano Nazionale integrato per l’Energia e il Clima (d’ora in avanti PNEC) contempli tra i suoi temi principali la “dimensione” Ricerca, innovazione e competitività. Gli obiettivi che il PNEC prospetta sono invero un po’ tautologici: si propone 1) lo sviluppo delle tecnologie di prodotto e di processo essenziali per la transizione energetica 2) favorendo sistemi e modelli organizzativi e gestionali funzionali alla transizione energetica e alla sicurezza. Anche la descrizione degli strumenti per perseguirli non è proprio cristallina. Il raggiungimento di tali obiettivi avverrebbe attraverso “una gestione organica della ricerca nel settore dell’energia, sia del SET Plan che di Mission Innovation, per migliorare l’efficienza e l’efficacia delle risorse stanziate” (pag. 84 del PNEC).

Quello che un po’ manca al lettore è però un’analisi di contesto che lo informi degli ostacoli che già da tempo frenano l’innovazione in Italia e non solo nel settore energetico.

L’Italia: un paese di santi, navigatori (ed innovatori?)

Infatti benché il Bel paese sia stato per lungo tempo la patria di grandi innovazioni, nel corso degli ultimi decenni il livello dell’attività innovativa è stato deludente e inferiore a quello dei principali competitors europei, come dimostrano le minori risorse dedicate alla Ricerca e Sviluppo (R&S), soprattutto nel settore privato. Nonostante il recupero degli ultimi anni, la spesa in R&S per abitante del settore privato italiano era, nel 2016, il 60% della media UE, ben al di sotto di quella di Germania, Francia e Regno Unito. 

Fig. 1 - Spesa privata per R&S

(euro per abitante; media UE=100)

Fonte: Nostre elaborazioni su dati Eurostat

A questo ritardo contribuiscono più fattori: una specializzazione in settori produttivi tradizionali; una dimensione aziendale ridotta e con una gestione in gran parte familiare; la minore diffusione del capitale azionario, preferibile ai prestiti bancari nel finanziare attività innovative; e, infine, un clima generale del “fare impresa” che ci collocava tra le ultime posizioni tra i paesi OCSE ad alto reddito nella classifica “Doing Business” stilata dalla Banca Mondiale.

Gli strumenti individuati sono adeguati a colmare questo “gap innovativo”?

Le politiche proposte dal PNEC per stimolare l’innovazione (elencate da pag. 162) sono sostanzialmente basate sull’individuazione di risorse (come il Fondo per la ricerca sul sistema elettrico o quello per lo sviluppo tecnologico e industriale) da destinare a enti di ricerca e alle imprese. In generale, la letteratura - seppure non specifica sul settore dell’energia - indica che nel nostro paese l’efficacia di questo tipo di interventi si è rivelata limitata quando ha tentato di incentivare gli investimenti, la spesa privata in R&S oppure quando ha cercato di influenzare la produzione di brevetti.

Ciò che sicuramente invece aiuta l’innovazione è la stabilità del contesto normativo e la chiarezza negli obiettivi che ci si propone. Un esempio positivo in tal senso è stato l’insieme di norme prodotte, a partire dal 2012, per supportare lo sviluppo delle start-up innovative (lo “Startup Act” regolarmente monitorato dal MiSE): queste norme hanno creato le basi per una politica organica volta ad assistere gli imprenditori innovativi operanti in tutti i settori, fornendo un sostegno fino al quinto anno di attività dopo la costituzione. Un recente studio dell’OCSE valuta in modo positivo questa politica con un riscontro quantitativo sulla performance delle imprese supportate.

In sostanza, una vera spinta all’innovazione richiede stabilità: purtroppo, come sottolineato recentemente da Alberto Clo, questa è proprio la grande assente se si guardano i molti e contrastanti obiettivi dei documenti strategici sull’energia che hanno preceduto il PNEC.

Decarbonizzazione e competitività: tutti ne parlano ma pochi la analizzano

Un‘ultima osservazione riguarda l’ultima componente della triade Ricerca, innovazione e competitività, che sinceramente appare un po’ bistrattata. Nel PNEC il termine “competitività” sembra fare riferimento, ma il condizionale è d’obbligo, alla capacità di creare una filiera italiana che tragga linfa dal processo di decarbonizzazione (pag. 89 e seguenti). Manca invece, in questa parte come in altre del documento, qualche considerazione sui costi che l’auspicato processo di decarbonizzazione avrà per le imprese italiane e quindi sulla loro capacità di competere, sempre in termini di costi - sui mercati internazionali. Qualcosa si trova solo nella parte finale del documento dove vengono descritti i risultati della modelizzazione dello scenario PNEC (ultimo paragrafo di p. 231): in questa sezione si riscontra addirittura “un complessivo miglioramento della competitività internazionale nel settore manifatturiero […, e] lo scenario PNEC non produce impatti rispetto allo scenario a politiche correnti, non alterando il posizionamento del nostro Paese rispetto ai suoi principali partner commerciali”.

Il risultato non appare scontato. Infatti, se da un lato nessuno può sapere quale livello di prezzi dell'energia sarà necessario per portare a completamento, entro pochi decenni, i cambiamenti sociali e tecnici necessari per abbandonare completamente i combustibili fossili, dall’altro si può ragionevolmente immaginare che ciò comporterà, almeno nel medio termine, un aumento della spesa energetica. Secondo il World Energy Outlook del 2017 i prezzi dell’energia elettrica pagati dagli utenti industriali nella UE cresceranno divenendo nel 2040 tra i più alti al mondo per effetto dei crescenti costi di investimento (legati a una maggiore penetrazione delle energie rinnovabili) e i maggiori oneri legati al costo dei permessi di emissione.

Fig. 2 - Andamento dei prezzi dell’energia elettrica per le imprese

(dollari 2016 per MWh)

Fonte: © OECD/IEA 2017 World Energy Outlook, IEA Publishing. Licence: www.iea.org/t&c . 

Non tutti questi aumenti di prezzo si tradurranno in maggior spesa energetica se le imprese saranno capaci di diventare più efficienti, ma se guardiamo al passato è lecito attendersi comunque una maggiore incidenza della voce energia per il comparto industriale. Se ciò accadrà è possibile chele imprese industriali italiane si troveranno svantaggiate in termini di competitività rispetto ai diretti concorrenti.

In uno studio fatto nel 2015 veniva ricostruita la spesa energetica delle imprese manifatturiere italiane con almeno 20 addetti per il periodo 2003-2011 e si trovava che la sua incidenza rispetto al costo del lavoro era aumentata (sia in rapporto al fatturato sia rispetto al costo del lavoro). Alcune valutazioni econometriche riscontravano poi che, a parità di altre condizioni, le imprese con una maggiore incidenza della spesa per energia mostravano una crescita inferiore dei volumi fatturati e una minore propensione all'export. Questo tema di come conciliare competitività del sistema produttivo e strategie per una decarbonizzazione profonda del sistema energetico è ancora poco esplorato, mentre andrebbe valutato con attenzione per soppesare bene gli effetti concreti delle politiche di decarbonizzazione nel medio e lungo termine.

* Le opinioni espresse sono personali e non investono in alcun modo la responsabilità della Banca d’Italia.