Abbiamo intervistato il Prof. Prodi in qualità di Presidente della Fondazione per la collaborazione tra i Popoli con la quale, da diversi anni, è impegnato ad alimentare il dibattito sullo sviluppo socio-economico e politico dell’Africa, specialmente riguardo il tema della povertà energetica e dell’accesso all’energia.

1. Può chiarirci cosa significa povertà energetica in Africa e quali risvolti ha sullo sviluppo dell’area la mancanza di accesso all’energia e la scarsità idrica?

Non è certo difficile dimostrare la povertà energetica dell’Africa. I dati della produzione e del consumo pro-capite lo provano in modo inequivocabile e, soprattutto, dimostrano che non vi è confronto con nessun altro continente. D’altra parte questo non può destare sorpresa perché lo sviluppo energetico accompagna ed è accompagnato dallo sviluppo di tutti gli altri settori dell’economia e ancora di più perché l’organizzazione di un moderno sistema energetico dipende da un’efficiente governance di un paese, sia per ciò che attiene all’aspetto produttivo, sia alla complessa organizzazione del sistema distributivo. Si può quindi rispondere tranquillamente: “niente energia niente sviluppo”. Certo si può riflettere se esiste una “via africana” allo sviluppo energetico. Se cioè si possa procedere alla modernizzazione di un paese senza i grandi investimenti nelle centrali elettriche di notevoli dimensioni, qualsiasi sia la tipologia di queste centrali. Questa domanda esige una risposta articolata e differenziata. Nell’Africa rurale i piccoli impianti ad energia solare o eolica sono semplici da mettere in atto e da mantenere ma conservano questa possibile semplicità solo se rimangono di dimensioni ridotte. Per le esigenze urbane (che comprendono ormai la maggioranza dei cittadini africani) e per le utenze non domestiche occorrono invece interventi tecnicamente complessi e finanziariamente rilevanti. Possono essere anche impianti di energie rinnovabili ma essi non sfuggono alle caratteristiche elencate in precedenza. Per un futuro fondato su una sufficiente dotazione energetica l’Africa ha quindi bisogno di tanto capitale, di una buona tecnologia e di una altrettanto buona governance.

2. A suo avviso quale ruolo possono avere il settore del petrolio e del gas in una prospettiva di riduzione della povertà energetica nei paesi emergenti, Africa su tutti? Un ruolo centrale di queste fonti stride con gli obiettivi di Parigi?

Garantire a tutti un’energia pulita e sostenibile è senza dubbio una delle più importanti sfide globali del nostro tempo. Non solo perché l’energia è il primo motore dello sviluppo, essendo alla base di ogni aspetto del vivere civile, ma anche per i risvolti positivi che questo avrebbe sull’economia, sull’ambiente, sulla sicurezza globale. Eliminare la povertà energetica, infatti, contribuirebbe alla crescita economica mondiale, alla mitigazione dell’inquinamento a livello locale e globale, alla riduzione di malattie e conflitti fino all’allentamento della pressione dei flussi migratori nei paesi industrializzati, con un inevitabile beneficio sul piano globale. Pertanto, ogni sforzo compiuto in vista di un miglioramento dell’accesso all’energia nei paesi emergenti è uno sforzo in linea con gli obiettivi di sostenibilità ambientale declinati nell’accordo di Parigi. Tutti siamo chiamati a dare un contributo, specialmente le compagnie O&G che sono presenti in Africa da tempo. Ad una profonda conoscenza del territorio associano una consistente capacità di investimento che, se ben indirizzata, può consentire ai paesi africani di imboccare la strada dell’innovazione e dello sviluppo. Il settore del petrolio e del gas possiede le competenze tecnologiche per accompagnare la transizione energetica che, seppur con i tempi che necessariamente richiede, porterà a ridurre il consumo di petrolio verso fonti più pulite e sostenibili: una grande responsabilità che il settore deve assumersi, specie in Africa, attraverso investimenti mirati e volti al potenziamento delle infrastrutture energetiche, al trasferimento di conoscenze, allo sviluppo industriale locale.

3. Le compagnie petrolifere e del gas stanno sviluppando approcci attenti allo sviluppo economico e sociale dei paesi proprietari di risorse minerarie, anche attraverso importanti investimenti off-grid, soprattutto da rinnovabili, che consentano di supplire alla mancanza della rete nei paesi caratterizzati da povertà energetica. Ritiene che i risultati raggiunti finora motivino gli sforzi fatti in questo senso o ci sono altre strade che si possono intraprendere per il miglioramento dell’accesso all’energia?

Negli ultimi anni sono aumentati gli sforzi per affrontare la sfida dell’accesso all’energia, specie da quando il tema della lotta alla povertà energetica è stato portato all’attenzione globale e considerato determinante per il raggiungimento dei Millennium Development Goals (MDG). Nel 2011, l’ONU ha lanciato l’iniziativa Sustainable Energy for All (SE4ALL), con l’obiettivo di raggiungere l’accesso universale all’energia entro il 2030 attraverso l’incremento globale dell’efficienza energetica e della produzione da fonti rinnovabili. L’idea alla base è di superare l’uso dei generatori diesel che, pur fornendo una prima risposta alle richieste di energia elettrica nelle aree decentrate, solleva problematiche ambientali, economiche e di salute non di poco conto. Con l’aumento dei costi di funzionamento e di trasporto del diesel in aree remote si è infatti ridotto il vantaggio competitivo dei generatori tradizionali rispetto alle energie rinnovabili (solare su tutti) che, complici il calo dei costi di produzione e le rapide innovazioni, hanno rafforzato la propria competitività. Si è assistito ad una diffusione delle tecnologie rinnovabili volte ad estendere l’elettrificazione nelle aree rurali che risulta essere una importante soluzione per i paesi emergenti dove gran parte della popolazione non è allacciata alla rete elettrica nazionale. Resta comunque imprescindibile lavorare parallelamente sul potenziamento del tradizionale sistema di elettrificazione a rete on-grid che rappresenta la soluzione elettrica ottimale per le aree urbane e periferiche e per dare risposte concrete alla questione energetica nei paesi emergenti. Come fare? La definizione e l’adozione di Nuove Piattaforme Contrattuali da parte delle compagnie O&G può rappresentare un punto di partenza per l’avvio di uno sviluppo economico reale dei paesi produttori africani e non solo; un esempio può essere l’introduzione nell'ambito di una gara (bid round) relativa a un blocco di esplorazione o di sviluppo di requisiti mirati all’implementazione di concreti programmi di elettrificazione in caso di vittoria. L’attenzione allo sviluppo locale diverrebbe così una delle variabili determinanti nell’assegnazione del blocco e nella selezione delle compagnie internazionali come partner per lo sviluppo del paese. Un cambio di modalità non privo di complessità che necessita in primo luogo dell'adesione e del coinvolgimento a più livelli di numerosi attori – governi, istituzioni internazionali, compagnie petrolifere – che devono percepire un concreto interesse nel promuoverlo e nell’agire in maniera concertata.

4. Le imprese energetiche italiane – da chi opera nelle fonti fossili a chi produce fonti rinnovabili - dispongono di tutte le competenze tecniche e manageriali necessarie per dare vita a esperienze di cooperazione utili sia al continente africano che all’economia italiana. Eppure, per l’Italia, fare sistema paese sul piano energetico, esportare la filiera energetica all’estero e avviare un efficace processo di capacity building risulta molto difficile. Quali possono essere le ragioni di questa difficoltà?  Cosa manca ancora affinché ciò possa realizzarsi?

La parola d’ordine è “fare sistema” attraverso la condivisione di una strategia condivisa e l’implementazione di nuovi strumenti in grado di promuovere una maggiore efficienza operativa. Il nuovo approccio del governo per il supporto all’internazionalizzazione delle imprese ha portato alla realizzazione di importanti iniziative di sostegno alle imprese italiane all’estero, dalla “Cabina di Regia per l'Internazionalizzazione”, nata nel 2011 dalla partecipazione del Ministero dell’Economia, Confindustria, ABI e Unioncamere,  al “Polo dell’Export” del Gruppo CDP, promotore dell’iniziativa “one-door” che punta ad offrire alle imprese italiane un sistema di sostegno integrato connesso all’export. Serve però una maggiore aggregazione e un rafforzamento di tipo organizzativo e collaborativo tra imprese complementari perché un approccio vincente è di certo quello che vede il coinvolgimento di un’intera filiera produttiva nei mercati esteri di interesse. Lo ha capito Assomineraria che si sta muovendo per la realizzazione di un progetto di internazionalizzazione nel settore energetico con il quale intende proporsi come riferimento nell’interazione con i paesi produttori per la gestione della filiera energetica. L’idea è che, muovendosi insieme, le imprese italiane che operano nel settore dell’energia – dalle fonti tradizionali a quelle rinnovabili - riescano ad essere più competitive a livello internazionale ed entrare nei mercati emergenti.

5. Chi deve sentirsi chiamato in causa per assumersi la responsabilità di portare avanti questo progetto di aggregazione industriale?

I processi di aggregazione possono essere portati avanti solo da chi ha una dimensione e una capacità tecnica di aggregare. Per un paese che deve la sua forza soprattutto alle piccole e medie imprese questo processo di aggregazione può trovare solo pochi potenziali protagonisti. Il nome che storicamente ha svolto e tuttora svolge il maggior ruolo nei paesi africani è indubbiamente l’Eni, primo operatore di quel continente, con consolidati rapporti di partnership che hanno riguardato non solo le tradizionali attività di estrazione e sviluppo degli idrocarburi ma che nel tempo – nella storica tradizione matteiana – si sono andati estendendo ad altre attività funzionali allo sviluppo economico e sociale di quei paesi, da ultimo anche con investimenti nella generazione elettrica e nelle risorse rinnovabili. Vale ricordare come l’Eni abbia operato facendo sempre da traino alle aziende italiane che operano nella produzione di beni strumentali, come Snam Progetti, Saipem o le aziende dei distretti petroliferi di Ravenna e Piacenza. Un altro attore che viene alla mente è l’Enel che non solo ha la dimensione e l’esperienza necessarie per potere guidare complessi progetti di sistema, ma che ha anche un’esperienza consolidata nel costruire e gestire sistemi energetici in diretto rapporto con le autorità statali, supplendo in molti casi alle loro mancanze. Tra le altre realtà italiane che, nei loro particolari settori, sono in grado di “creare sistema” abbiamo indubbiamente Terna e Ansaldo. Questo solo per elencare i potenziali protagonisti con maggiore esperienza globale, ma non mancano esempi di elevatissima qualità anche in campi più specifici e specializzati. Resta però chiaro che l’aggregatore maggiore non può essere che il governo: la maggioranza di questi interventi “sistemici” ha infatti bisogno di fonti di finanziamento reperibili soltanto attraverso lo sforzo di uno o più paesi o di strutture sovranazionali che possono essere mobilitate solo attraverso un intervento pubblico.

6. Quali conclusioni può trarre dalla sua esperienza alla guida della Commissione speciale delle Nazioni Unite per l'Africa?

La mia esperienza non ha riguardato tutta l’Africa ma i paesi del Sahel, in generale caratterizzati da un scarsità di fonti energetiche ancora più accentuata di quella degli altri paesi africani. Per essere sincero fino in fondo il primo ostacolo ad ogni forma di sviluppo (e quindi anche energetico) è proprio la mancanza di risorse. A questo si aggiungono mille altri ostacoli, data la presenza quasi endemica di tensioni e conflitti e vista la debolezza, altrettanto comune, delle strutture di governo. Il resto viene di conseguenza, ma quando mancano praticamente sempre le risorse finanziarie e, con quasi altrettanta frequenza, le condizioni politiche elementari, non si può che vivere alla giornata. Non vedo fino ad ora una diffusa presa di coscienza da parte dei paesi che hanno la capacità e i mezzi finanziari per invertire la rotta.