ACQUA & AMBIENTE | 71 ARTICOLI
Sebbene sia perfettamente in linea con le nuove politiche di sostenibilità portate avanti dalla Commissione europea, l’idea di un’espansione del sistema EU ETS a nuovi settori come quello del trasporto marittimo non è un’idea neonata: le basi per la costruzione di nuovi framework normativi erano già state teorizzate oltre un decennio fa. Già nel 2009, infatti, in Europa era stato adottato il ‘Climate and Energy Package’. In tale pacchetto l’UE esortava apertamente a fissare dei target di riduzione delle emissioni non solo l’UNFCCC (United Nations Framework Coalition fon Climate Change) ma anche, nello specifico per il settore marittimo, l’IMO (International Maritime Organization). Vi era però un monito: qualora entro il 31 dicembre 2011 non fosse stato raggiunto un accordo, le redini sarebbero tornate in mano alla Commissione. Questa avrebbe, dunque, proposto il proprio pacchetto per il monitoraggio delle emissioni del settore marittimo, con l’obiettivo di farlo entrare in vigore entro il 2013.
Tackling methane emissions associated with human activity is crucial for achieving the Paris Climate goals. According to the IEA the energy sector alone contributes approximately one third of global anthropogenic methane emissions, amounting to nearly 135 million tonnes in 2022. Among the energy sector emissions, the gas sector accounts for around 30%. By addressing methane emission reductions in the gas sector, substantial progress can be made towards mitigating the impacts of climate change.
Lavorare per ridurre le emissioni di metano associate all'attività umana è fondamentale per raggiungere gli obiettivi climatici proposti a Parigi. Secondo l'AIE, il solo settore energetico contribuisce per circa un terzo alle emissioni globali di metano di natura antropogenica, pari a quasi 135 milioni di tonnellate nel 2022. Tra le emissioni del settore energetico, il comparto del gas pesa per circa il 30%. Pertanto solo riducendo le relative emissioni di metano è possibile compiere progressi sostanziali verso la mitigazione degli impatti dei cambiamenti climatici.
La Commissione Europea mira ad abbattere le emissioni di gas serra entro il 2050, con l’obiettivo intermedio di ridurle almeno del 55% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2030. Tali obiettivi, come stabilito dalla European Climate Law, saranno raggiunti attraverso l’adozione di strategie che mirano alla riduzione delle emissioni, all’aumento degli investimenti in tecnologie verdi e alla protezione dell’ambiente naturale.
Tradizionalmente, nel settore Oil&Gas, quando il ciclo produttivo si conclude e tutte le risorse utilizzabili di idrocarburi sono state estratte, gli impianti in superficie vengono dismessi, il pozzo viene definitivamente chiuso, mentre le aree adiacenti vengono riportate alle loro condizioni naturali. Soltanto nella piattaforma continentale del Regno Unito, saranno circa 1.211 i pozzi, suddivisi tra 230 giacimenti, che verranno dismessi entro il 2028. I costi stimati per queste operazioni sono di circa 60 miliardi di dollari, ma l’obiettivo è quello di contenere la spesa a 51 miliardi di dollari.
Northern Lights costituisce il segmento di trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica in seno al progetto Longship, primo al mondo ad integrare tutta la catena del valore della CCS su scala industriale. Il progetto, in fase avanzata e per cui sono stati conclusi già accordi internazionali con emettitori importanti, costituisce un best case nel panorama europeo che fa ben sperare per una maggiore diffusione della tecnologia di cattura e stoccaggio della CO2, ormai da più parti considerata come fondamentale per raggiungere gli obiettivi ambiziosi della net zero carbon. Di questo progetto, ma anche, più in generale, di questa tecnologia ne abbiamo discusso con la Dottoressa Renata Meneguolo, principal geologist del progetto Northern Lights.
Dall’inizio dell'invasione russa dell'Ucraina, i paesi G7 hanno dovuto avviare un’accelerata diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetiche. Ciò ha condotto da un lato, al ricorso temporale ed emergenziale di fonti tradizionali, come il carbone, o il rilancio di ambizioni di lungo corso, come rendere l’Italia un hub europeo del gas. Entrambe però con implicazioni negative per gli sforzi nella lotta al cambiamento climatico e di dubbia fattibilità economico, tecnica e finanziaria. Un hub del gas creerebbe nuove dipendenze e legami incerti e poco sostenibili con paesi altamente instabili e in aree geograficamente molto complesse.
L’intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) non ha dubbi a riguardo: la tecnologia di cattura, utilizzo, trasporto e stoccaggio di CO2 (Carbon Capture, Use and Storage, CCUS) è imprescindibile per raggiungere gli obiettivi climatici fissati dagli Accordi di Parigi*. Una tecnologia necessaria. A livello operativo, per le industrie ad alta intensità di emissione (la cosiddetta industria pesante) catturare la CO2 rappresenta la sola opzione possibile per mitigare le emissioni delle attività industriali in cui le emissioni di CO2 sono inevitabili, poiché necessarie per la trasformazione della materia prima come nel caso di cemento, acciaio, produzione chimica, ecc.
Northern Lights costituisce il segmento di trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica in seno al progetto Longship, primo al mondo ad integrare tutta la catena del valore della CCS (cattura, trasporto e stoccaggio della CO2) su scala industriale, nonché il culmine degli sforzi del governo norvegese nel campo del contrasto ai cambiamenti climatici e nel raggiungimento degli obiettivi degli accordi di Parigi.
Fare una valutazione dell’inquinamento ambientale prodotto dalle emissioni di metano associate all’incidente ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 non è facile, anche perché la situazione è ancora poco definita, ma è chiaro che si tratta di un incidente molto grave. Domenica 2 ottobre il portavoce della società di gestione dei gasdotti, U. Lissek, riferiva che la pressione dell’acqua aveva più o meno chiuso le falle in modo che il gas nei tubi non potesse più fuoriuscire. Fino al primo pomeriggio di lunedì 3 ottobre, il flusso in uscita dalle tubazioni sembrava essersi interrotto. Invece, nelle ore successive, la Guardia Costiera svedese dichiarava che la perdita dal Nord Stream 2 non solo non si era fermata, ma era addirittura cresciuta di dimensioni (circa 30 metri di diametro).