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Si tende a parlare di decarbonizzazione solo in termini di elettrificazione degli usi finali. Ma come ha sottolineato anche il World Energy Outlook 2018 (WEO2018), senza l’adozione di misure aggiuntive, vi è il “rischio di un’elettrificazione che sposta semplicemente le emissioni di anidride carbonica da valle a monte, ossia dai settori finali alla generazione elettrica”. È d’accordo con questa visione?
Francamente, penso che quello di cui abbiamo bisogno sia non mettere in piedi una nuova “guerra di religione” sul tema “elettrificazione sì, elettrificazione no” con connesse scomuniche ed eretici.
Puntuale come sempre, lo scorso 13 novembre è stato presentato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) il World Energy Outlook (WEO) che viene definito dalla stessa AIE la sua “nave ammiraglia”. In effetti il WEO presenta in modo dettagliato l’evoluzione in corso e le prospettive a lungo termine del mondo dell’energia viste dall’AIE, cioè da un organismo che raccoglie e analizza sistematicamente tutte le informazioni su quanto succede nel mondo dell’energia. Anche quest’anno l’ampio Rapporto (ben 661 pagine!) è diviso in tre parti.
Energy infrastructure is an indispensable foundation for all countries’ economies. Investment in the energy system can influence its development path. Thus, this investment has an important impact on employment, but the links are often complex, involving long value chains and requiring trade-offs. These days the topic is often raised in relation to environmental and climate-related policies; raising concerns about potential threats to fossil fuel jobs and hopes for job creation in the renewables sector. While the complexity of the supply chain makes it difficult to quantify net impacts and draw universal conclusions, our analysis indicates some interesting insights into direct and indirect job creation by energy investment.
Le infrastrutture energetiche sono un elemento fondante e indispensabile per le economie di tutti i paesi, il cui sviluppo viene condizionato dagli investimenti necessari per la loro realizzazione. Allo stesso modo, questi investimenti esercitano un impatto importante sull’occupazione, anche se il legame risulta spesso complesso perché si fa riferimento a catene del valore molto lunghe e perché in diversi casi possono crearsi situazioni di trade-off. Recentemente, il tema investimenti/occupazione è stato oggetto di dibattito in quanto le politiche climatiche ed ambientali hanno sollevato preoccupazioni per le ricadute negative che potrebbero interessare l’occupazione nei settori correlati alle fonti fossili; per contro, alimentano aspettative sulla creazione di nuovi posti di lavoro nel comparto delle rinnovabili.
La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, più volte minacciata negli ultimi mesi, è definitivamente esplosa nei giorni scorsi, con l'operatività da parte americana di dazi al 25% sull'import di ben 818 beni, per un valore stimato in 34 miliardi di dollari. A poche ore di distanza è scattata la risposta di Pechino, che ha varato misure dal valore analogo sull'importazione di beni Usa, andando a colpire prodotti come soia, carne, whiskey e altri alcolici e auto.
Vorrei che questo intervento partisse da una base che, a mio parere, va tenuta sempre presente: la Strategia Energetica Nazionale (SEN). La SEN è il risultato di un lungo lavoro cui abbiamo contribuito in molti nel settore e delinea uno scenario che impone al Paese obiettivi più che ambiziosi “per dare un adeguato contributo al raggiungimento degli obiettivi 2030 in materia di efficienza, rinnovabili ed emissioni”. In particolare, questo documento affianca allo scenario di riferimento nazionale definito “BASE” – che descrive l’evoluzione del sistema energetico nazionale considerando esclusivamente le policy in vigore al 31 dicembre 2014
Le previsioni sull’evoluzione del clima terrestre costituiscono una noce dura da rompere, poiché si riferiscono ad un sistema di grande complessità soggetto ad una continua trasformazione. La loro analisi riveste ovviamente grande importanza per l’individuazione di adeguati percorsi di sviluppo concernenti l’impiego dell’energia da parte dell’uomo, con un flusso che attualmente ammonta a circa 16 TW e con un aumento annuo di circa il 10%. Il consumo energetico è infatti il principale responsabile dell’emissione dell’anidride carbonica che si accumula nell’atmosfera.
Secondo l’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, nel 2017 in Italia sono 359 gli impianti e le infrastrutture oggetto di contestazioni, il 5% in più rispetto all’anno precedente. Segno che ancora qualcosa non va nella comunicazione tra cittadini e industria. Di chi è colpa, dei primi o dei secondi? E che ruolo gioca la politica?
Nonostante le emissioni totali di gas serra italiane si siano ridotte del 16,7% nel periodo 1990-2015, passando da 519,9 a 433,0 milioni di tonnellate di CO2eq, già nel 2015 – come spiega il Rapporto ambiente del Sistema Nazionale a rete per la protezione dell'ambiente (SNPA) – si stima una nuova risalita: +2,3%. Una performance negativa che riflette da un lato i primi effetti della pur magra ripresa economica, e dall’altro la mancata crescita delle energie rinnovabili.
La produzione globale di gas e petrolio negli ultimi anni ha alternato periodi di over-supply e di under-supply, con effetti rilevanti sul prezzo: tra il 2014 e il 2015, a fronte di un’offerta superiore alla domanda, i prezzi del barile sono crollati di oltre il 40%. Come conseguenza diretta del calo del prezzo del barile, gli investimenti in progetti ed impianti upstream sono scesi del ~40% con impatti sugli ordinativi e livelli occupazionali di tutta la filiera impiantistica.