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FONTI FOSSILI | 58 ARTICOLI

Principali attacchi di sabotaggio a infrastrutture energetiche

Centrali nucleari, reti elettriche, gasdotti, raffinerie. Nel corso degli ultimi anni, si è assisto ad una crescita esponenziale dei cyber crimini a danno di facilities energetiche in tutto il mondo.

Ad essere interessati dagli attacchi, oltre che le infrastrutture, sono stati anche i sistemi informatici di alcuni grandi player dell’energia, come la saudita Saudi Aramco, la statunitense Chevron e la russa Gazprom.

Stretti e canali, gli arbitri della geopolitica mondiale

I colli di bottiglia marittimi sono uno dei principali fattori su cui si gioca il rapporto di forza tra le maggiori potenze mondiali. Dalla capacità o meno di controllarli passa il test per la supremazia dell’attore intenzionato a mettersi alla guida dell’ordine globale o, meno categoricamente, a provare a comporre il disordine del pianeta.

All’occhio dell’analista geopolitico, la massa decisiva per la distribuzione del potere è quella eurasiatica. Bicontinente su cui gravitano materie prime, traffici più o meno leciti, dinamismo demografico, prosperità economica, capacità (quando non velleità) ordinative istituzionali. 

I chokepoint del Medio Oriente e gli equilibri energetici globali

Il fabbisogno mondiale di energia dipende in larga parte dalle fonti fossili, condizione che non si modificherà nel prossimo futuro. Nel World Energy Outlook 2016, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) afferma che i combustibili fossili “continueranno ad essere l’asse portante del sistema energetico mondiale per diversi decenni a venire”. Il BP Energy Outlook formula previsioni similari.

Stretto di Malacca: maggiori volumi, maggiori rischi

Nel punto più stretto dello Stretto di Malacca, il cosiddetto Phillips Channel, i chilometri che separano Sumatra dalla costa occidentale della Malesia sono appena 2,8. L’importanza strategica di questo passaggio sulla rotta tra la costa cinese e l’Oceano Indiano è nota dall’antichità, tanto che già nel V secolo d.C. l’impero Srivijaya che aveva la propria base sull’isola di Sumatra pensò di blindarlo facendo costruire sull’altra sponda la città di Temasek, che in malese significa “Città del Mare”.

L’energia europea che passa da Turchia e Danimarca

I chokepoint sono snodi fondamentali per il sistema di approvvigionamento energetico a livello globale e crocevia del sistema della sicurezza energetica mondiale. Anche per l’Europa i colli di bottiglia lungo le rotte per il trasporto di petrolio sono strategici: più della metà dell’energia consumata nel Vecchio continente muove da paesi extraeuropei e nell’ultimo decennio questa quota ha registrato un aumento generalizzato. 

Il ruolo del Canale di Panama nel sistema energetico globale

Il Canale di Panama è uno dei principali snodi del traffico marittimo globale.
Nel corso del 2016 sono transitati lungo il passaggio oltre 200 milioni di tonnellate di merci e materiali.

Circa la metà dei flussi si è mosso lungo tre grandi rotte: dalla costa orientale USA alle coste dell’Asia continentale; dalla costa orientale alla costa occidentale USA; dall’Europa alla costa occidentale USA. Il 67% degli scambi coinvolge, in entrata o in uscita, gli Stati Uniti.

Il dibattito pubblico tra arroganza e chiusure

Le immagini di guerriglia “campestre” che ci sono arrivate in questi giorni dal Salento con la polizia in assetto da guerra tra gli ulivi, ci ricordano ancora una volta l’urgenza di affrontare con altri mezzi le contestazioni contro le grandi opere. I cittadini che protestano contro un gasdotto, in questo caso, o contro un elettrodotto, un inceneritore, un rigassificatore, una linea ad alta velocità e contro molte altre cose ancora, respingono con sdegno l’etichetta NIMBY (Not In My Back Yard) che viene loro regolarmente affibbiata. E non hanno tutti i torti, perché si tratta di un epiteto malevolo che è stato inventato per colpevolizzarli. Per fortuna abbiamo anche a disposizione l’acronimo più neutrale, LULU (Locally Unwanted Land Use), che descrive perfettamente il fenomeno. Qui abbiamo infatti costantemente a che fare con “usi del territorio localmente indesiderati”.

Anche le centrali elettriche nel mirino del no

Il settore energetico è quello più esposto alle opposizioni. La conferma arriva dall’ultimo rapporto dell’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum®. Dei 342 impianti oggetto di contestazione in Italia nel 2015, il 52,33% delle rilevazioni totali riguardava proprio i progetti inerenti l’energia. Tra i dati più rilevanti, la crescita significativa – dal 14,6% del 2014 al 18,6% del 2015 – delle opere contestate in ragione di un deficit di coinvolgimento o di iter autorizzativi farraginosi e contorti. A farne le spese diversi progetti di produzione energetica, senza distinzione tra fonti rinnovabili e non. Di seguito alcuni degli esempi più significativi.

Ombrina Mare: vince chi urla più forte

In poche classifiche nazionali l'Abruzzo occupa posti di vertice: una di queste è quella stilata annualmente dal Nimby Forum. È una costante il No a prescindere: all’estrazione di idrocarburi on/offshore, alla produzione energetica anche rinnovabile, alle reti distributive (elettrodotti e gasdotti), alle antenne, a impianti di trattamento rifiuti, a insediamenti industriali, a centri commerciali, perfino di recente ad un impianto per la cremazione di salme.

Stimiamo in circa 3 mld. di euro il valore dei progetti fermi o persi, con almeno 15.000 posti di lavoro potenziali non attivati.

Si può datare l’inizio del fenomeno intorno al 2007, quando nacque un movimento per contrastare la realizzazione ad Ortona di un Centro Oli dell’Eni. Lo stop al progetto (deciso anche per ragioni economiche) ha animato la consapevolezza che con una forte pressione sociale e mediatica si potesse ottenere un doppio risultato: bloccare i progetti ed assumere un ruolo di orientamento dell’opinione pubblica utile per diversi scopi, anche politici.

Le lobby sono ancora quelle petrolifere?

Ha suscitato abbastanza stupore la vicenda del blocco della TAP (Trans Adriatic Pipeline) che dovrebbe portare in Italia il gas proveniente dall’Azerbaijan. Dopo aver percorso migliaia di chilometri, viene bloccato perché dovrebbe attraversare degli uliveti secolari. Il progetto prevede che circa 180 ulivi siano momentaneamente spostati in un’area apposita e poi, una volta installato il gasdotto ad una certa profondità, ripiantati esattamente nello stesso posto. Non si tratta di un’operazione nuova. Per la costruzione di un ramo dell’acquedotto pugliese, si è fatta la stessa operazione di spostamento di ben 2.500 ulivi, senza alcun clamore e con il consenso sia della popolazione che delle autorità regionali e locali.

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