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Dopo aver letto le proposte contenute nelle Comunicazioni della Commissione europea denominate REPowerEu dell’8 marzo e del 18 maggio (d’ora in avanti Piano 1 e Piano 2) sorge spontanea una domanda: se i loro estensori abbiano tenuto conto delle condizioni economiche e d’altro tipo necessarie a conseguire l’obiettivo atteso: l’azzeramento delle importazioni energetiche dalla Russia.
Gli ultimi avvenimenti sullo scenario internazionale – la guerra in Ucraina, l’aumento esponenziale dei prezzi dell’energia, i due rapporti dell’IPCC presentati nei mesi scorsi – hanno confermato il ruolo cruciale della finanza sostenibile per affrontare le sfide più urgenti del nostro tempo.
La crisi russo-ucraina ha giustamente fatto emergere il grave problema della nostra dipendenza energetica ed in particolare dalla Russia. Mentre stenta ad avviarsi una riflessione di fondo sul problema energetico nazionale, sembra essere diventata quasi ossessiva la ricerca di canali di approvvigionamento di gas alternativi nel più breve tempo possibile. Quello che si legge sulla stampa appare, tuttavia, come un assemblaggio di idee raccogliticce prive di analisi di fattibilità reale, in linea con quella tradizione nazionale che ha sempre caratterizzate le scelte di politica energetica.
Nell’ultimo ventennio si sono succedute ben tre crisi globali – 11 settembre, crisi finanziaria del 2008, pandemia di Covid-19 – e, nell’attesa dell’emersione di una “quarta crisi” con forti caratteristiche sociali e climatiche, ci accingiamo ad affrontare una tensione internazionale di fronte alla perdurante debolezza delle prospettive generali.
Secondo le principali Istituzioni internazionali tutte le proiezioni di crescita sono state progressivamente riviste al ribasso a causa delle forti incertezze sull’evoluzione dell’improvvisa guerra in Ucraina.
In un Paese come l’Italia, dove l’85% delle merci per arrivare sugli scaffali viaggia su strada l’attuale aumento dei prezzi di benzina e gasolio ha un effetto valanga sui costi delle imprese e sulla spesa di consumatori, oltre ad alimentare psicosi, accaparramenti e speculazioni. Occorre intervenire nell’immediato – evidenzia Coldiretti - per contenere i costi energetici delle attività produttive e distributive essenziali al Paese, contrastando i fenomeni speculativi chiaramente in atto con lo stop dell’autotrasporto. Uno stop che può provocare danni incalcolabili alla filiera agroalimentare mettendo a rischio i prodotti più deperibili, dall’ortofrutta al latte, dalla carne al pesce ma anche alimentando una pericolosa psicosi negli acquisti sugli scaffali dei supermercati.
Nord Stream 2, sanzioni, embargo, rapporti con la Cina. Il conflitto russo-ucraino ha posto tanti interrogativi che riguardano il settore energetico a livello globale e acceso un serrato dibattito in cui si sovrappongono opinioni diverse. Ne abbiamo parlato con Professore Associato presso la University of Eastern Finland e fondatore della società di consulenza Balesene, che ci fornisce la sua chiave di lettura degli eventi di questi ultimi giorni.
Garantire a tutti energia pulita, sostenibile e sicura, contrastando il cambiamento climatico è la principale sfida del settore energetico, a cui Eni prende parte. In armonia con l'Agenda 2030 dell'Onu e gli obiettivi sul clima definiti a partire dall’Accordo di Parigi, Eni ha stilato una road map che punta a raggiungere la carbon neutrality al 2050 al fine di limitare l’aumento della temperatura media globale entro la soglia di 1,5°C a fine secolo.
La drammaticità delle giornate che stiamo vivendo e la recente dichiarazione del MITE sullo stato di pre- allarme per il sistema energetico nazionale rende quasi inopportuna qualunque riflessione che non sia incentrata sulla gravità della situazione attuale e sulle possibili linee di intervento.
Eppure, proprio per provare a gestire le grandi preoccupazioni di questi giorni, per trovare la lucidità che serve per affrontare situazioni così difficili abbiamo un disperato bisogno di parlare di futuro, di immaginarlo realizzabile e soprattutto vicino. Facendo nostro l’auspicio che anche da questa grave crisi si possa uscire con nuove consapevolezze, magari meno sereni, ma forse più responsabili.
L’industria Italiana con 84 Mton CO2 emessa all’anno, rappresenta il 20% del totale delle emissioni a livello nazionale. Di queste, circa il 64% sono ascrivibili ai settori hard to abate, ovvero: Chimica, Cemento, Acciaio a Ciclo Integrato, Acciaio da forno Elettrico, Carta, Ceramica, Vetro e Fonderie.
La transizione energetica è ormai una questione prioritaria nelle agende politiche ed economiche dei paesi dell’Unione. I nuovi obiettivi ambientali europei fissati nel pacchetto “Fit-for-55” sono molto ambiziosi (la UE intende ridurre già entro il 2030 le emissioni di gas serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990) e richiedono la messa in campo con urgenza di ogni iniziativa possibile per contribuire da subito al contenimento delle emissioni.