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MONDO ENERGIA | 147 ARTICOLI

L’instabilità in Libia al servizio degli interessi energetici della Turchia

Il Grande Medio Oriente, area politica che dal Marocco arriva sino all'Afghanistan, come definito dall'Amministrazione Bush nel 2004, continua ad essere, nonostante i vari tentativi di disimpegno sia militare che economico la principale arena per la competizione tra potenze mondiali. In queste ultime settimane, a seguito della potenziale escalation vissuta tra Stati Uniti e Iran, la regione è tornata ad essere al centro dell'attenzione dei media e delle cancellerie internazionali. Complice anche la ripresa della crisi libica dallo scorso aprile.

Crisi in Libia e nel Golfo Persico: una partita dai mille rivoli geopolitici

L’uccisione da parte degli Stati Uniti del generale iraniano Qassem Suleimani e l’acuirsi della crisi in Libia dopo l'intervento militare della Turchia hanno visto il 2020 aprirsi con una fase di acute tensioni internazionali che potrebbe riverberarsi sulla stabilità dei mercati energetici internazionali. Quali saranno le conseguenze di un’escalation nel Medio Oriente e Nord Africa sul mercato del gas?

Libia e Iran. Ovvero dell’essere strategici ed altre leggende

L’Iran è sotto embargo e quasi in guerra. In Libia è guerra civile. E siccome entrambi ci vengono tramandati come grandi produttori di petrolio, la nostra sicurezza (energetica) vacilla. O almeno questa è la narrazione corrente. Lasciamola ai media, che la realtà è un poco più articolata.

La crisi del downstream e chi fa finta di non vederla

Esiste ormai una sorta di unanimismo crescente intorno ad una visione acritica e superficiale di ambientalismo “nostrano”, che ritiene che una spruzzata di vernice dalle cento sfumature di verde sia la soluzione dei giganteschi problemi ambientali a livello mondiale. È il risultato della trasformazione dei movimenti ambientalisti in forme elitarie e spesso lobbistiche, che ha finito per staccarlo dal legame con gli obiettivi realistici del miglioramento dei processi produttivi sostenibili, per relegarlo in una sfera di aspirazioni autoreferenziali ed ideologiche, a volte, facilmente strumentalizzabili da forze economiche e politiche di parte.

COP: inutili e fallimentari

Prima di esprimere una qualsiasi valutazione sugli esiti della Conferenza delle Parti (COP), la numero 25, tenutasi a Madrid dal 2 al 13 dicembre (ed oltre) con la partecipazione ufficiale di 197 delegazioni ed oltre 26.000 persone (quelle effettive erano molte di più), è opportuno tener conto del ruolo che a questo organismo le fu assegnato.

Le COP vengono istituite con l’United Nations Conference on Environment and Development (UNCED), l’Earth Summit tenutosi a Rio de Janeiro dal 2 al 14 giugno 1992 che porterà alla firma da parte di 154 Stati poi saliti a 197 del Trattato denominato “Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici” (UNFCCC) entrato in vigore il 21 marzo 1994. 

Il WEO 2019 e le difficoltà per arrivare a un sistema energetico “neutrale per il clima”

Anche quest’anno il ponderoso volume del World Energy Outlook (WEO) dell’AIE (810 pagine) è arrivato puntuale con il suo carico di numeri, analisi, proiezioni, considerazioni. Per chi si occupa di energia il WEO è sicuramente una preziosa miniera di informazioni, ma al di sopra di tutto nell’edizione di quest’anno troneggia in modo sempre più chiaro un messaggio: vorremmo, si potrebbe, non ci stiamo riuscendo. Forse sarebbe più onesto dire: non ci riusciremo. Stiamo parlando ovviamente della lotta ai cambiamenti climatici in quanto da tempo ormai la politica energetica è sottoposta all’imperativo di riuscire a soddisfare la domanda di energia riducendo le emissioni di gas serra di cui la produzione e l’impiego delle fonti energetiche sono di gran lunga i principali responsabili.

Dal carbone alle rinnovabili: lo switch cinese è credibile?

La fotografia scattata dai dati del China’s National Bureau of Statistics, dell’Agenzia Internazionale dell’Energia e del BP Statistical Review 2019 offre una buona chiave di lettura di quello che sta avvenendo in Cina sul fronte dell’energia. Ne emerge un paese attraversato da grandi cambiamenti e che si affaccia a rivoluzioni che potrebbero essere epocali - specie se consideriamo che si sta parlando della nazione più popolosa al mondo - ma sul quale continuano a pesare dei meccanismi decennali difficili da scardinare.

Tutte le strade dell’auto elettrica “made in China”

Nonostante alcuni forti segnali di rallentamento economico che si sono tradotti anche nel mercato automobilistico, da otto anni a questa parte la Cina è il primo mercato dell’auto con un volume di produzione e vendita che nel 2018 ha superato i 28 milioni di unità.

Numeri caratterizzati anche dalla crescente attenzione delle autorità cinesi nei confronti del risparmio energetico e della riduzione delle emissioni: le vere tendenze di sviluppo dell'industria automobilistica cinese.

Decommissioning: il cronoprogramma degli operatori

Lo scorso febbraio, il Ministero dello Sviluppo Economico, di concerto con il Ministero dell’Ambiente e quello dei Beni Culturali, ha diramato le linee guida per il decommissioning delle strutture offshore destinate alla coltivazione di idrocarburi. Una serie di incontri e seminari a più livelli istituzionali ha coinvolto, oltre agli operatori delle piattaforme, Enti locali, esponenti delle Regioni, associazioni ambientaliste, sindacati, esperti universitari e le principali associazioni di settore, tra cui Assomineraria.

The Sunset of an Industrial Plant and the Global Decommissioning Challenge

After many years of productive service, industrial plants reach the end of their useful life and must be dismantled. This complex and costly process, know as decommissioning (commissioning refers to the beginning of a plant useful life), is a confluence of economic, environmental, physical, and regulatory challenges.

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