Se si osservano le immatricolazioni dell’ultimo anno, la crisi del diesel appare evidente. I dati del 2017 dimostrano, infatti, come quello che una volta era il carburante preferito dagli europei stia lentamente scomparendo dalle strade di alcuni mercati chiave. Tutto è cominciato con lo scandalo legato ad una singola casa automobilistica, che presto è diventato un affare istituzionale finendo per coinvolgere tanto le autorità locali quanto i governi nazionali. I dati raccolti dalla JATO nel 2017 non fanno che confermare un quadro piuttosto negativo per i motori diesel in Europa.

Nell’ultimo anno il mercato europeo delle automobili ha segnato una crescita del 3,1%, arrivando a 15,6 milioni di unità vendute. Un incremento pari alla metà di quello registrato nel 2016 ma tuttavia considerato positivamente dall’industria automotive. La maggior parte dell’Europa ha ritrovato una stabilità economica e sociale e questo si è tradotto in una maggiore fiducia dei consumatori, una delle variabili che più influenzano l’andamento degli acquisti.

La crescita, tuttavia, non è stata generalizzata. Le immatricolazioni di autovetture hanno affrontato una duplice minaccia nel 2017, che potrebbe diventare un vero e proprio problema nell’anno in corso. L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e la crisi del diesel sono due fattori che potrebbero turbare i mercati europei già da quest’anno, inficiando il trend positivo in atto. Il loro minimo comune denominatore è l’incertezza, in quanto generano più domande che risposte e i governi molto spesso non hanno contribuito a fare chiarezza.

Per quanto riguarda i veicoli a diesel, i dati sono inequivocabili: 6,77 milioni di immatricolazioni nel 2017, il 7,9% in meno del 2016, quando le automobili registrate furono 7,35 milioni. Si tratta del volume più basso dal 2013, quello che fu uno dei peggiori anni per l’economia europea alle prese con la recessione.

Se guardiamo all’andamento delle quote di mercato i risultati appaiono ancor più drammatici. Nel 2017 le auto a diesel coprivano il 43,8% delle immatricolazioni totali. Ovvero la quota più bassa dal 2003 quando con un peso del 43,4% si apprestavano a decollare, ponendosi come interessante alternativa alla benzina. Nell’ultimo anno, invece, la quota è stata di 11,1 punti percentuali (p.p) più bassa del picco raggiunto nel 2011. Tuttavia, non si è trattato di una novità, dal momento che la quota di mercato del diesel va riducendosi dal 2015, l’anno del dieselgate.

Lo scenario che emerge dai dati nazionali evidenzia come, seppure con differenze, la riduzione della quota di mercato sia un fattore comune tra i diversi paesi. Emerge, infatti, in 25 dei 26 mercati analizzati, con la Lettonia che fa eccezione, passando dal 42,9% del 2016 al 43,2% dell’anno seguente. Anche paesi come il Portogallo o l’Italia, dove il diesel ha tradizionalmente giocato un ruolo chiave, hanno registrato un declino tra il 2016 e il 2017. Per non parlare dei crolli osservati in Lussemburgo, Grecia e Spagna.

Fig. 1 Quota di mercato del diesel sul totale immatricolato Europa-26

Fonte: JATO

La situazione risulta abbastanza negativa anche se si analizzano gli ultimi 7 anni. In 9 mercati in cui il diesel nel 2011 ricopriva posizioni dominanti, oggi affronta tempi decisamente duri. La Norvegia, da questo punto di vista, rappresenta il caso più clamoroso: nel 2011, i tre quarti delle macchine immatricolate erano alimentate a diesel. L’impegno del governo verso carburanti alternativi, seguito dai problemi reputazionali che hanno compromesso la fiducia dei consumatori verso il diesel, ne hanno assottigliato la quota di mercato che nel 2017 si è collocata al 23%. Un declino di 52 punti percentuali in soli 6 anni.

Anche in Belgio, Lituania, Francia, Lussemburgo, Spagna e Svezia il diesel copriva oltre il 60% del mercato nel 2011. E anche qui si sono verificati drastici cali, tra gli 11 e i 29 p.p. Diversi i casi del Portogallo e dell’Irlanda, dove le auto a diesel mantengono il primato, nonostante la quota di mercato sia diminuita rispettivamente di 8,4 e 4,8 p.p.

L’Italia è forse l’unica “isola felice” in questa triste storia. Il diesel risulta ancora il carburante dominante, con una quota di mercato che nel 2017 si è attestata al 56,5%. La variazione è stata sì negativa ma minima sia rispetto al 2016 (-0,9 p.p) sia rispetto al 2011 (-1,1 p.p). In altre parole, in uno dei più significativi mercati europei, il diesel sembra mostrare una certa tenuta, collegata all’importanza che gli automobilisti italiani attribuiscono a questo carburante.

Sono due le ragioni alla base di questa popolarità. La prima è ascrivibile al governo nazionale, che, a differenza di altre paesi europei, non ha assunto posizioni anti-diesel e quindi non ha generato quella confusione verificatasi altrove. Va detto comunque che il governo italiano valuta positivamente l’abbandono dei motori a combustione interna dal 2040. Tuttavia, allo stato attuale, la valutazione riguarda la totalità dei motori termici e solo raramente – come nel caso del divieto di circolazione delle auto a diesel nel centro di Roma a partire dal 2024 annunciato a fine febbraio dalla Sindaca Raggi - vi è stato un riferimento diretto al diesel. Questa è probabilmente la principale differenza tra Italia e Francia o Regno Unito, dove le preoccupazioni legate alle emissioni hanno favorito un crollo delle vendite delle auto a diesel.

Una seconda ragione, in contraddizione con il resto del continente, muove dai prezzi della benzina. Secondo Statista, l’Italia si posiziona al terzo posto in Europa per la benzina più cara. Solo in Norvegia e Olanda costa di più. In sintesi, si può affermare che in Italia non vi è stata quella demonizzazione del diesel osservata altrove e che la benzina o i veicoli elettrici non sono ad oggi risultati così attrattivi come nel resto d’Europa.

Meno auto a diesel significa più auto a carburanti alternativi?

Il primo effetto della crisi del diesel è evidente. La crescita dei volumi di vendita delle auto a benzina nel 2017 è stata del 10,9%, un dato in linea con quelli registrati nel 2016 e nel 2015. Un incremento che conferma lo switch dall’uno all’altro carburante, cominciato nel 2015. Venendo all’ultimo anno, però, la crescita delle auto a benzina ha segnato una crescita più elevata di quella media del mercato, con una quota che è salita di 3,6 p.p, il secondo balzo più consistente avvenuto nel secolo in corso.

Immatricolazioni per tipo di carburante in EU-26 tra il 2000 e il 2017

Fonte: JATO

Un dato che lascia un pò di amaro in bocca al comparto dei cosiddetti veicoli AFV (Alternative-Fueled-Vehicles) che sta comunque crescendo. Dal +25,4% del 2016 al +46,2% dell’anno scorso: vale a dire un volume di auto che è passato dalle 505.100 alle 738.300 unità, il più alto mai registrato in Europa. Il 2017 è stato inoltre un anno record per quanto riguarda la quota di mercato, passata dal 3,4% al 4,8%. Si tratta di ottime notizie per le AFV, ma considerando un contesto caratterizzato da una profonda crisi del diesel e da condizioni economiche favorevoli ci si sarebbe aspettati una crescita maggiore.

Avanzamenti tecnologici – soprattutto per quanto riguarda autonomia e batterie – e prezzi più accessibili conquistano una fetta sempre maggiore di consumatori, ma rimangono i problemi legati alle infrastrutture e alla scelta limitata di veicoli. A risentire di questi due fattori sono soprattutto le auto elettriche la cui quota di mercato rimane marginale e pari allo 0,9%, con un incremento di 0,3 p.p sul 2016. L’attuale offerta di veicoli AFV – per tutti i segmenti - comprende circa 70 modelli, sui 350 disponibili nel mercato europeo nel suo complesso.