Secondo l’Osservatorio Media Permanente Nimby Forum, nel 2017 in Italia sono 359 gli impianti e le infrastrutture oggetto di contestazioni, il 5% in più rispetto all’anno precedente. Segno che ancora qualcosa non va nella comunicazione tra cittadini e industria. Di chi è colpa, dei primi o dei secondi? E che ruolo gioca la politica?

Quando le cose non funzionano la colpa è di tutti. È chiaro però che un ruolo importante deve essere giocato dalla politica, che molto spesso lavora su un consenso di breve termine e si oppone ad un progetto in base a quelle che sono le convenienze del momento e non in funzione di una idea di futuro. Pensiamo alle energie rinnovabili. Ormai è un dato di fatto che bisogna scommettere su queste fonti e sull’autosufficienza. Tuttavia, anche quelle forze politiche che si ergono a paladine delle energie pulite, di fatto sul territorio si oppongono ai nuovi progetti. In Sicilia, ad esempio, è stata avanzata dal Movimento Cinque Stelle e appoggiata dal PD una proposta con cui viene vietata l’installazione di pale eoliche sopra i 20 kW. Oggettivamente, considerando che 20 kW sono la potenza per un ascensore di un palazzo di nove piani, difficilmente si potrà ambire ad un vero e proprio sviluppo delle energie rinnovabili se si pongono veti così stringenti. Per quanto sia opportuno puntare anche su fonti piccole e localmente distribuite, sarà anche necessario - in alcuni casi - pensare ad impianti con una potenza maggiore. Difficilmente la Scozia sarebbe diventata energeticamente autosufficiente per intere settimane grazie all’eolico se avesse puntato solo su pale eoliche inferiori ai 20 kW.

Per superare questa impasse è necessario indicare con chiarezza verso dove si vuole andare, in modo che le scelte fatte vengano condivise.

Il comparto energetico continua ad essere il più avversato dall’opinione pubblica, che non risparmia critiche e contestazioni anche agli impianti legati alle energie rinnovabili. Come se lo spiega?

In realtà, ancora più dell’energia, ad essere avversato è il settore dei rifiuti: ci si oppone sia che si parli di inceneritori che di impianti di compostaggio.

Per ciò che concerne l’energia, nel corso dei decenni, questo comparto ha accumulato critiche e ostilità, spesso motivate. Sono stati diversi i grandi impianti - e non solo quelli nucleari bloccati per volontà popolare – ad essere osteggiati. Si ricorda, ad esempio, come qualche anno fa fosse stato avanzato un progetto per la costruzione di una grande centrale a carbone a Porto Tolle che poi non ha mai visto la luce. Quella centrale era ritenuta strategica sulla base di un’idea di industrializzazione ormai superata. Un’idea che giustificò negli anni Sessanta la nascita dell’Italsider di Taranto (oggi Ilva) e del polo petrolchimico di Porto Marghera. Nel piano regolatore di Venezia del 1962 si diceva: “Nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni o rumori” (art. 15, III comma delle Norme Tecniche). Era la cultura di quell’epoca che oggi viene giustamente rigettata. Bisogna cambiare rotta, intraprendere una strada che incorpori una visione diversa dello sviluppo. In caso contrario, da un lato ci sarà sempre chi continua a riproporre i meccanismi del passato e dall’altro chi si oppone a tutto a prescindere.

Ho trovato sbagliata, ad esempio, la scelta del mio partito di sabotare il referendum sulle trivelle del 2016. Non tanto per il referendum in sé - che non ritenevo molto fondato perché la normativa in questo settore è più avanzata rispetto ad altri paesi - quanto piuttosto perché si trattava ancora una volta di perseguire una strada vecchia. Nello stesso periodo in cui in Italia si svolgeva il referendum sulle trivelle nell’Adriatico, Obama negli Stati Uniti vietava le trivellazioni su tutta la costa atlantica, che è più estesa e meno problematica di quella adriatica, dal momento che il Mar Adriatico è un mare più chiuso e basso.

Sono convinto che se si delineassero con chiarezza le linee da seguire, le opposizioni sarebbero meno forti. Se si partisse da scelte chiare quali: “no” alle trivellazioni nell’Adriatico, phase out dal carbone, sviluppo delle fonti rinnovabili, puntando contemporaneamente a garantire l’autosufficienza del nostro paese per l’approvvigionamento di metano, allora diventerebbe anche più facile parlare di TAP.

Come molti altri ambiti, anche il mondo dell’energia è alle prese con fake news e falsi miti, che accentuano incomprensioni e fraintendimenti, influenzando l’opinione pubblica che a sua volta influenza le scelte del decisore politico. Colpa di un certo mondo ambientalista o della cattiva reputazione che l’industria energetica si è costruita negli anni? E soprattutto quale pensa possa essere la soluzione migliore per uscire da questa situazione?

Le fake news esistono in tutti gli ambiti e sulla base di fake news si sono anche scatenate delle guerre: basti pensare all’attacco in Iraq, giustificato sulla base della notizia che Saddam deteneva armi di distruzione di massa. L’energia e l’ambiente sono sicuramente oggetto di fake news e falsi miti. Per questo è necessario che il paese si doti di una politica ambientale efficace. Oggi, in Italia le imprese che investono di più sull’ambiente sono anche quelle più competitive, che esportano e assumono di più, come emerge dal rapporto GreenItaly 2017 di Symbola e Unioncamere. Le imprese che hanno investito in questi anni nell’ambiente (il 27%) sono quelle che competono di più, innovano di più, producono più posti di lavoro: il 40% dei posti di lavoro dell’anno scorso (320.000) è legato ad imprese green. Impossibile, poi, fare a meno di trasparenza, di responsabilità, di un’informazione completa e non asimmetrica, della credibilità di tutti gli interlocutori che siano la politica, le imprese, i cittadini o il mondo ambientalista. A proposito di credibilità, è capitato spesso che posizioni poco supportate dai fatti innescassero opposizioni forti: come quelle sul nucleare, per anni acclamato come la più sicura e competitiva tra le fonti di energia, salvo poi assistere a un colossale fallimento del settore nell’Europa occidentale. L’Enel, che è oggi una delle utilities energetiche più avanzate del mondo, è stata salvata dallo stop al nucleare e resa tale da una nuova strategia aziendale.

Nel frattempo il Consiglio di Stato ha dato il via libera (con riserva) al decreto sul dibattito pubblico. Qual è la sua opinione sull’impianto del nuovo meccanismo di consultazione? In generale crede che l’introduzione formale del dibattito pubblico in Italia possa aiutare a risolvere le controversie?

L’istituto del débat public è stato usato per la prima volta in Francia. In Italia, è stato introdotto con un mio emendamento nella riforma degli appalti ed esteso, dopo una prima incertezza, anche agli impianti energetici più rilevanti. Questa era del resto la volontà del Parlamento. Al momento, si prevede una fase di sperimentazione di due anni. Si tratta di uno strumento per condividere e migliorare le scelte e mettere sul piede giusto il rapporto con i cittadini e le istituzioni locali, una chiave per evitare anche che nascano fraintendimenti basati su informazioni parziali o non veritiere.