Negli ultimi anni la cosiddetta finanza verde sta diventando finalmente parte attiva nella lotta contro i cambiamenti climatici. In particolare, in seguito agli accordi climatici di Parigi, la domanda di strumenti finanziari che garantiscano una ricaduta positiva, o nulla, sull’ambiente è aumentata notevolmente, diventando una priorità su scala globale sia per gli investitori che per i decisori politici e le istituzioni governative. Per sostenere una simile esigenza, nel settembre del 2016, la Borsa del Lussemburgo, Luxembourg Stock Exchange, ha lanciato il Luxembourg Green Exchange (LGX), una piattaforma esclusivamente riservata a titoli obbligazionari che finanziano progetti ambientalmente sostenibili. Il successo è stato tale che nel maggio del 2017 l’accesso è stato esteso alle obbligazioni che sostengono progetti sociali o sostenibili.

L’intenzione di LGX è quella di garantire a chi investe una borsa in grado di evidenziare l’impegno ambientale e/o sociale dei titoli sottoscritti attraverso un’informazione di qualità pre e post emissione. L’accesso alla piattaforma è infatti riservato agli emittenti che possono fornire piena trasparenza, congiuntamente ad una reportistica adeguata sia al momento dell’emissione che durante l’intera vita del prodotto finanziario. 

I risultati ottenuti fino ad oggi sono molto incoraggianti. Al 31 dicembre 2017, la somma dei green, social e sustainable bond presenti sul LGX ammontava a 72,9 miliardi di euro. Inoltre, abbiamo quotato il primo green bond sovrano, emesso dalla Polonia, e il più importante green bond cinese emesso nell’Eurozona. Vi sono ammessi la maggior parte dei green bond italiani quotati: Enel, Intesa Sanpaolo, Cassa Prestiti e Depositi, Hera. In totale, LGX annovera 125 bond emessi da 35 emittenti in 17 valute diverse. Crediamo che tali numeri siano destinati a crescere in misura sostanziale nel breve e medio termine, in linea con gli imperativi politici ed i possibili incentivi regolamentari attualmente allo studio.

Somma di bond quotati su LGX (in miliardi di euro)

Con la firma degli Accordi di Parigi, nel dicembre 2015, più di 180 paesi, responsabili dell’88% delle emissioni globali, si sono impegnati a mantenere l’innalzamento della temperatura media mondiale al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Presentando i Sustainable Development Goals (SDGs), i governi hanno assunto una responsabilità ambientale senza precedenti. L’effetto domino si è esteso, infine, al settore privato, che ha iniziato a valutare la sostenibilità delle proprie attività. In questa cornice è evidente che la domanda di investimenti green è attesa aumentare a ritmi mai visti prima. Il World Economic Forum stima che entro il 2020 circa 5.700 miliardi di dollari verranno investiti annualmente in infrastrutture “verdi”. In un contesto che vede le obbligazioni tradizionali presentare rendimenti bassi o addirittura negativi, non è difficile immaginare come la caratteristica green rappresenti una forte attrattività agli occhi degli investitori e di chi si affaccia per la prima volta sul mercato obbligazionario. Basti considerare che il mercato dei green bond ha raddoppiato i suoi volumi di anno in anno dal 2007 ad oggi fino ad arrivare a 155 miliardi di dollari nel 2017. Nonostante ciò stiamo parlando di una piccola goccia nell’oceano: l’OCSE stima che ad oggi solo poco più dell’1% dei titoli emessi possano essere etichettati come green. È quindi chiaro che c’è ancora tanto lavoro da fare, sia per quanto riguarda il coinvolgimento di nuovi capitali che per quanto riguarda la consapevolezza degli investitori.

La partita più importante nel mercato dei green bond si giocherà infatti sulla trasparenza, ovvero sulla possibilità di valutare correttamente gli impatti reali di ogni singolo titolo. A dieci anni dal lancio del primo green bond europeo emesso dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) nel 2007 infatti, il principale ostacolo allo sviluppo del settore rimane la mancanza di un quadro normativo, di standard e criteri di misura (“metrics”) universalmente accettati. Questo non permette agli investitori di accedere all’informazione più importante: la destinazione dei fondi ed il loro impatto non-finanziario.

Spesso, dietro ad un’obbligazione, magari coperta da un’ottima campagna di comunicazione, si nascondono centinaia di progetti finanziati, il che rende il tracking di ogni singolo finanziamento arduo. A tal proposito, è fondamentale che l’investitore possa prendere visione di tutte le informazioni riguardanti la natura e l’impatto non finanziario atteso e realizzato nella maniera più granulare possibile. Ad oggi, chi emette titoli utilizza standard diversi nel riportare simili informazioni, rendendo difficile la comprensione per i “non addetti ai lavori”. Per semplificare il monitoraggio da parte degli investitori e il confronto tra diversi prodotti, andrebbe quindi definita in maniera più univoca e comparabile una serie di indicatori (KPI) di facile lettura, che riporti, ad esempio, la CO2 risparmiata per ogni migliaio o milione di euro investito. Solo armonizzando le metodologie, gli indicatori di performance (KPI) e la relativa reportistica permetteremo agli investitori “comuni” di valutare tra due bond quale si confà maggiormente al proprio profilo etico, economico, ambientale e sociale. La problematica del controllo dell’impatto è particolarmente sentita sia presso gli investitori istituzionali come fondi pensione ed assicurativi che sempre più sono tenuti a rendere conto dell’impatto non finanziario del loro portafoglio sia, in maniera crescente, presso i retail.

Tutti i bond ammessi su LGX – ma in generale tutti i green bond che rispettano gli standard internazionali (ad esempio i GBP delineati dall’International Capital Market Association, ICMA) – sono obbligati a fornire una qualche forma di aggiornamento anche dopo l’emissione del titolo. Osserviamo però che lo stile dei report, la loro qualità e le informazioni contenute differiscono notevolmente. La nostra politica è molto severa, oltre alla valutazione iniziale da parte di esperti imparziali sulla sostenibilità degli strumenti finanziari emessi, la reportistica costante è considerata un requisito per l’accesso e la permanenza: chi non può garantirla viene escluso dalla piattaforma green. Problema che fino ad oggi non si è presentato poiché tutti gli emittenti che hanno emesso titoli verdi hanno rispettato questa prerogativa, sebbene alcuni di essi – spesso si tratta di grandi società che devono misurarsi con processi burocratici più complessi - abbiano talvolta presentato dei ritardi. Ma finché non verranno standardizzate le informazioni contenute nei report sarà difficile per gli investitori comparare le diverse obbligazioni e di conseguenza avere piena fiducia nel potenziale di un mercato che può invece dare un grande impulso agli investimenti sostenibili e a una diversa concezione della finanza.