Giovedì 30 Novembre 2017, a Vienna, si è svolta la 173esima Conferenza Ordinaria dell’Opec, contestualmente al terzo vertice interministeriale dell’organismo che raduna ben 24 paesi produttori di petrolio, noto alle cronache come “Opec Plus”. Si tratta di una vera e propria nuova Opec, caratterizzata dalla leadership condivisa di Arabia Saudita e Russia. Due paesi distanti per storia, origini culturali e religiose, ma accomunati dallo stesso antagonista: gli Stati Uniti. O meglio, l’egemonia finanziaria di New York e Londra, luoghi dove di fatto oggi si stabilisce il prezzo del Petrolio, del WTI e del Brent.

Se basterà un nemico comune a fondare l’alleanza duratura tra due Paesi così diversi, solo i posteri potranno dirlo. Per ora, comunque, l’Opec Plus festeggia il suo primo anno di vita, in barba a tutti gli scettici. E lo fa portando avanti la sua missione: assottigliare le scorte di greggio in circolazione per far sì che il prezzo del petrolio continui a salire. 

Quindi l’Opec ha promesso di rispettare per tutto il 2018 il tetto produttivo di 32,5 milioni di barili al giorno stabilito l’anno scorso, mentre gli altri paesi dell’Opec Plus si sono impegnati a restare al di sotto dei 18,5 milioni di b/g. Tuttavia, al di là dei numeri e dell’effettivo rispetto dei tetti, la cosa più importante è che per un altro anno ancora tutti i membri dell’Opec Plus andranno avanti con incontri tecnici e politici, consolidando la loro posizione unitaria. Se le cose proseguiranno lungo questo binario, e nulla per ora fa pensare il contrario, forse il prossimo anno Vienna potrebbe essere il teatro di qualche annuncio importante, qualcosa che abbia a che fare con il meccanismo di formazione del prezzo del petrolio, di cui i paesi produttori hanno da sempre il desiderio di appropriarsi.

Ma andiamo con ordine. La guerra dei prezzi tra Arabia Saudita e tight oil Usa aveva fatto sprofondare il prezzo del petrolio da 100 a 20 dollari al barilemettendo in ginocchio l’economia praticamente di tutti i paesi produttori. Quindi, il 10 dicembre del 2016, 13 paesi Opec (Algeria, Angola, Arabia Saudita, Ecuador, Emirati Arabi, Gabon, Iran, Iraq, Kuwait, Libia, Nigeria, Qatar, Venezuela) e 11 paesi non Opec (Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Guinea Equatoriale, Kazakhstan, Malesia, Messico, Oman, Russia, Sudan, Sud Sudan) hanno firmato la “Dichiarazione di Cooperazione” per riequilibrare il mercato. Per far cioè salire i prezzi. Cosa che è riuscita: la media dei primi 10 mesi 2017 del paniere Opec si è attestata a 50,68 dollari al barile, in aumento di circa il 25% rispetto alla media dello stesso periodo 2016 di 39,45 dollari al barile. Ma questa risalita non è stata giudicata sufficiente: sempre al fine di riequilibrare il mercato il 30 novembre scorso l’Opec Plus ha deciso di estendere l’accordo di cooperazione a tutto il 2018, a condizione che a giugno ci si riunisca nuovamente per fare il punto della situazione. Se l’Opec Plus continua a riunirsi, superando le storiche tensioni che ci sono tra paesi membri, vuol dire che la posta in gioco è alta, che vale la pena mettere alle spalle i rancori vecchi e nuovi.

Non può più essere solo il timore di un eccesso di offerta sul mercato scaturita dal tight oil Usa il motivo di questa larga e duratura coalizione. Anche perché probabilmente questo accordo, stabilizzando il prezzo del Brent tra i 70 e gli 80 dollari al barile, avrà come effetto collaterale proprio quello di dare nuovo slancio all’industria petrolifera americana, che ha bisogno di prezzi alti per ripagare i costi del fracking.

Allora, anche se il Brent all’annuncio dell’estensione dell’accordo di cooperazione non ha fatto una piega rimanendo di fatto indifferente, la “Dichiarazione di Cooperazione” tra i 24 paesi produttori, che non hanno tra di loro molto in comune se non una diffusa antipatia nei confronti del petroldollaro, dovrebbe far preoccupare Wall Street e la City. Un domani questi stessi paesi produttori potrebbero decidere di rinnegare il sistema finanziario esistente, abbandonare il Brent come greggio di riferimento, per sperimentare qualche nuovo circuito, più innovativo e trasparente, magari svincolato dal dollaro. Il prezzo del Brent, che serve da benchmark per l’80% degli scambi fisici mondiali di petrolio, è ormai sempre più indipendente dall’effettivo equilibrio del gioco domanda/offerta (quello sul quale l’Opec cerca ancora di intervenire). L’andamento delle sue quotazioni è spesso il frutto di manovre speculative difficili da controllare, che hanno le cabine di regia nelle sale operative di Londra e New York. Cosa che i paesi produttori fanno sempre più fatica a digerire. Allora non deve stupire se, proprio in ribellione a questi vecchi equilibri, c’è chi sogna il petro-bitcoin, invocando anche per gli scambi di oro nero la precisione e l’immediatezza garantita dalla blockchain, la piattaforma virtuale inventata da Satoshi Nakamoto. Un modello che avrebbe tra i vantaggi il divorzio del petrolio dal dollaro. Ma probabilmente si tratta di un sogno irrealizzabile. Più o meno come sembrava irrealizzabile un anno fa l’Opec Plus.